Riuscirà Matteo Salvini a trovare il coraggio politico per divorziare da Silvio Berlusconi e dare semaforo verde al governo con i 5 Stelle? Il momento è indubbiamente propizio. L'ex Cavaliere dà segni di aver perso le staffe (gli insulti ripetuti ai grillini a base di “pulitori di cessi” e “antidemocratici, l'invocazione di un rapporto salvifico con il Pd che difficilmente verrà, la paura che la Lega lo molli). Contribuiscono inoltre a non rendere potabile l'immagine di Berlusconi come contorno di un governo di “cambiamento” con perno i grillini la sentenza del Tribunale di Palermo sulla presunta trattativa Stato-mafia e sul ruolo di Marcello Dell'Utri tra i fondatori di Forza Italia, la prossima uscita del film di Paolo Sorrentino che affonda il bisturi nel famoso bunga-bunga e sugli stili di vita berlusconiani. A tutto questo si aggiunge l'abile corteggiamento di Luigi Di Maio (“Con la Lega possiamo fare grandi cose”) che spinge sul pedale dell'acceleratore del prendere o lasciare
A frenare Salvini ci pensano tuttavia alcune considerazioni. In caso di rottura con Forza Italia, cosa accadrebbe nelle giunte di Lombardia, Veneto, Liguria e forse tra una settimana in Friuli Venezia Giulia? Il rischio di crisi generalizzate è forte. In caso di divorzio poi, lo smottamento organizzativo ed elettorale da Forza Italia alla Lega che dimensioni avrebbe? A far riflettere il capo politico della Lega ci pensano anche i precedenti di Gianfranco Fini e Angelino Alfano: muore politicamente chi si separa da Berlusconi.
Salvini dunque medita e pesa le prossime mosse per prendere una decisione. Non c'è dubbio però che il disegno di diventare leader indiscusso della nuova destra italiana passa inevitabilmente da uno strappo doloroso e coraggioso, altrimenti ci sono le probabili elezioni anticipate e la perdita della ghiotta occasione di andare al governo per riplasmare l'Italia con politiche neoliberiste e di destra. Per Salvini, essere leader del partito più votato della coalizione di centrodestra non basta: Berlusconi è troppo ingombrante.
Si parla tuttavia di un incarico di Mattarella a Roberto Fico per esplorare altre strade e il “secondo forno”, dopo l'apparente fallimento del primo con il centrodestra. Il presidente della Camera piace al Pd per il passato di sinistra e potrebbe risvegliare le velleità sopite di chi vorrebbe vedere le carte dei grlllini. Questa ipotesi – che piacerebbe pure a Liberi e uguali ma non ha il coraggio di dirlo – ha però meno appeal di quella di un rapporto secco Lega-5 Stelle. Il Pd, a quasi due mesi dal voto di marzo, resta infatti senza leader e senza politica, avendo scelto di rimanere nel congelatore. A meno che Matteo Renzi esca dal letargo e gestisca lui stesso una svolta di atteggiamento. I pontieri crescono (Orlando, Boccia, Emiliano, Franceschini, eccetera, più cauto Cuperlo) ma ci vorrebbe ben altra determinazione politica per imbarcarsi nel rischioso contratto/governo con i grillini. Il Pd per ora non ha compiuto neppure l'analisi del voto e deve in via preliminare decidere cosa fare e da chi farsi dirigere nel prossimo periodo.
Resta infine l'ipotesi del “governo del presidente” come ultima chance di Mattarella per evitare elezioni anticipate. Un governo cioè a cui parteciperebbero quasi tutti i partiti, a iniziare da Lega e 5 stelle sulla base di un richiamo al “senso di responsabilità” invocato dal Quirinale. Quest'ultima, salvo sorprese, resta idea molto poco realistica.

(Aldo Garzia)