Cresce la tensione per il dialogo in atto tra 5 Stelle e Pd imposto dalla prassi istituzionale dopo il fallimento di quello 5 Stelle-centrodestra. A decidere sarà la direzione Dem convocata per il 3 maggio ed eventualmente il referendum tra gli iscritti (ne ha accennato come eventualità lo stesso segretario/reggente Maurizio Martina). Siamo comunque solo alle avvisaglie, perché la Direzione piddina non dovrà dire sì o no al governo, bensì esprimersi preliminarmente sull'opportunità di provarci. Quindi siamo – come si dice in gergo – a “caro amico”.

Tutto il peso dell'eventuale semaforo verde è tuttavia sulle spalle del Pd. Con il metodo che usano i grillini, la scelta è più facile: per loro destra e sinistra sono praticamente uguali, chiuso un “forno” se ne apre un altro, basta firmare un “contratto” tra contraenti per fare un governo e sottoporlo in anticipo a una piattaforma web dal nome altisonante (Rousseau). In casa Pd, le cose non stanno così: dopo anni di reciproche contumelie con i grillini, bisogna far prevalere la logica della politica valutando i pro e i contro cercando il consenso di gruppi dirigenti e semplici militanti.

Al di là delle schermaglie quotidiane che servono a riempire tv e giornali, per fare questo matrimonio (più che d'amore, è connubio di interessi) bisogna trovare delle ragioni forti. Prima ragione: la relazione Pd-5 Stelle potrebbe diventare l'embrione di una inedita alleanza destinata a sostituire quella consunta e defunta di centrosinistra fino a fare da alternativa fisiologica a quella Lega-Forza Italia in un nuovo pendolo del sistema politico. C'è però un handicap: bisogna crederci da una parte e dall'altra, prendendo atto che i pentestellati non sono una meteora, dal momento che hanno occupato l'ampio spazio (un po' di destra, un po' di sinistra) della rivolta contro le incongruenze della politica. Questa ipotetica alleanza, se mai si dovesse fare, non può essere neppure pensata storcendo la bocca con malavoglia da una parte e dall'altra. Bisogna convincere i propri elettorati e militanti, il che è più facile per chi parla attraverso una piattaforma web rispetto a chi deve convocarli in carne e ossa almeno in un referendum interno.

C'è poi la questione Renzi. Se governo dovrà essere, è necessario il suo beneplacito per il controllo che esercita ancora sul Partito democratico. Ma Renzi non sembra affatto convinto. Non si capisce però quale sia la politica che propone: ricostruire la sinistra dall'opposizione e con quali interlocutori? sterzare ulteriormente al centro prendendo le sembianze italiane di Macron? dare assenso a un “governo del presidente” per prendere tempo e cambiare la legge elettorale? L'intero Pd non ha una politica dopo le elezioni di marzo. Urge provvedere.

Terza ragione su cui vale la pena riflettere: elezioni anticipate in alternativa al governo Pd-5 Stelle o via libera a una maggioranza grillini-Lega, se si riapre quel forno? Assumersi tale responsabilità senza avere chiara una strategia può rivelarsi molto pericoloso per il destino del Pd e dell'Italia. Bisogna riflettere bene sul che fare lasciando da parte nervosismi e ripicche.

Ultima annotazione: Liberi e uguali, non esponendosi molto avendo il senso delle proporzioni e del proprio insuccesso elettorale, fa il tifo per l'accordo Pd-5 Stelle. Con 4 senatori e 14 deputati potrebbero ricontare qualcosa in quello scenario. Ma come la mettono con l'analisi del Pd e di Renzi considerati fino a ieri “destra di tipo nuovo”? La politica è appassionante perché a volte riserva sorprese.

(Aldo Garzia)