Weekend tra piattaforma digitale Rousseau e più tradizionali gazebo per M5S e Lega, contraenti del patto di governo che dovrebbe spiccare il volo nelle prossime ore. Salvo sorprese, manca solo il nome del candidato premier su cui vigila il presidente Mattarella perché vada bene ai partner europei, mentre i sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani vogliono vedere finalmente all'opera il nuovo esecutivo. Due mesi di trattative sono state esasperant i.

Com'era prevedibile, la consultazione di base tra computer e gazebo ha dato esito scontato con cifre da capogiro di assenso alla nuova maggioranza e al suo “contratto” dove convivono flax tax, abolizione della Legge Fornero, no alla Tav, pugno di ferro sugli immigrati, impegno a fare la voce grossa con l'Unione europea per evitare l'eccesso di vincoli di bilancio, eccetera. Ora dovrà iniziare la prova del budino, che vedrà all'opera il primo governo “sovranista” e “populista” che non abbia radici a Est. L'Italia del resto anticipa storicamente fenomeni che poi si diffondono nel resto del continente. Il governo M5S-Lega, comunque lo si valuti, è una svolta che cambia la fisiologia del sistema politico: è avvenuto qualcosa – con il successo elettorale delle due forze – che non era prevedibile nelle dimensioni.

Avremo quindi un governo del tutto “nuovo” e sicuramente inesperto. Avremmo bisogno anche di una opposizione del tutto “nuova”, ruolo a cui sia Forza Italia sia Pd sono disabituati. Berlusconi non è riuscito a frenare Salvini e ora ondeggia tra opposizione preventiva e stare a vedere, facendo da garante perché il futuro governo non ecceda in antieuropeismo.
Il Pd è invece ancora nel pallone, come si è visto nell'assemblea nazionale di sabato scorso all'Hotel Ergife. Prova ne è stato il voto a maggioranza con cui l'assemblea ha deciso di cambiare l'ordine del giorno e non discutere della leadership del partito e del prossimo congresso, rinviando il tutto a una successiva riunione.
Contro questa proposta si sono levate inusuali proteste dalla platea dei delegati. L'assemblea si è poi aperta con la relazione del segretario reggente Maurizio Martina che non ha mancato di suscitare malumori tra i renziani, indecisi fino all'ultimo se votarla o meno. La relazione alla fine è stata approvata con 294 voti a favori e 8 astenuti, ma con più di metà degli 800 delegati che non hanno votato lasciando in anticipo la sede della riunione.

Martina ce l'ha messa tutta per trovare un minimo di unità: “Faremo un congresso anticipato. Chiedo di poter lavorare insieme a tutti voi per portare in maniera unitaria, forte, al congresso, senza la fatica dei detti e non detti che hanno generato ambiguità. Non ho l'arroganza di fare questo lavoro da solo”. Poi ha accennato a una proposta: “Non credo che il Pd debba essere superato, che si debba andare oltre o indietro. Chiedo un nuovo centrosinistra alternativo a Lega e M5S e alternativo a Forza Italia”. Il dibattito è stato nervoso e rissoso come di solito non si vede nelle platee piddine, fischi per l'ultras renziano Giachetti ma fischi pure per chi non attaccava abbastanza la gestione passata di Renzi. Per ora hanno prevalso tregua e rinvio con il silenzio di Renzi e Gentiloni che non si sono espressi. Silenzio inquietante.

Il maggiore partito di opposizione non ha per ora una strategia rinnovata e non ha una leadership. Ci vorrà tempo per elaborare il lutto, con probabili rischi di nuove lacerazioni e chissà scissioni. Matteo Renzi esce intanto per la prima volta indebolito dalla riunione dell'Hotel Ergife. Cresce l'insofferenza per i suoi metodi e per i suoi “lascio, non lascio”, “dico, non dico”. I fedelissimi renziani si riducono di numero e l'opposizione non c'è.

(Aldo Garzia)