Bologna. Sono ormai passati dei mesi dopo le elezioni, ma nel Pd non è nemmeno cominciata una seria riflessione sulle motivazioni della sconfitta, e anche le cosiddette opposizioni interne hanno solo proposto un insieme di frasi di circostanza. Cosa ne pensa Virginio Merola di questa situazione?

“Non c'è dubbio che della politica moderna è molto importante il leader e la sua capacità di comunicazione. E parimenti non c'è dubbio che questa non basta e ne abbiamo avuto abbondanti prove. Renzi è stato molto capace nella comunicazione, ha avuto la sua fase di picco e la sua fase di discesa, ma il punto centrale resta questo: in quale direzione vogliamo essere un partito di sinistra e che proposte facciamo per il paese. Io credo che nessuno abbia idee chiare, questo è il punto da cui partire, perché non è solo un problema italiano, riguarda tutta la sinistra a livello mondiale; la sinistra è in difficoltà perchè si configura come un élite che prende più voti dai ceti acculturati (non è una cosa che fa schifo va benissimo) ma anche a Bologna si prendono più voti nella collina che nelle periferie. La questione è come riusciamo di nuovo a parlare ai ceti popolari, cioè la missione di fondo della sinistra che in questi anni non abbiamo saputo gestire.
Che le opposizioni si adeguino a questo stile (sono interessanti poi anche le parole perché in un partito dovrebbero esserci delle maggioranze e delle minoranze, non delle opposizioni) e questa opposizione in realtà si oppone alla gestione personale del partito in nome della loro posizione di notabilato e quindi è un partito completamente autoreferenziale, i cui dirigenti sono molto più preoccupato di come durare nei posti che ha ottenuto o nella selezione dei posti, che di aprire una discussione.
Adesso tutti invocano il congresso ma nessuno comincia a fare delle proposte parlando non tanto nelle sedi ufficiali, ma all'esterno, alla società; c'è bisogno davvero di ridarsi come priorità quella di rimettere insieme un pensiero sul mondo attuale e cercare di capire come organizzare un'alternativa convincente.”

E quindi come bisognerebbe procedere?
“A mio avviso dobbiamo lavorare a partire da due argomenti di fondo: il primo è che c'è un altro modo di stare nel mondo e questa azione è testimoniata da tante città governate dal centro sinistra, dove si mantiene l'idea di una comunità aperta, dove i servizi sociali e i servizi scolastici funzionano, dove si lotta contro la povertà e dunque si cerca di costruire integrazione per quanto riguarda il tema dell'immigrazione.
Queste città possono essere un varco aperto verso l'Europa e nello stesso tempo possono caratterizzare la rinascita di un pensiero adeguato di una sinistra moderna tenendo presente la necessità vitale di adeguare il paradigma della sinistra.
Il paradigma della sinistra oggi è in difficoltà perché il tema della distribuzione delle risorse e quindi dell'equità e dell'eguaglianza è in difficoltà perché non si governa più solo negli Stati nazionali e perché ci sono debiti di bilancio e ci sono vincoli di obiettivi.
E' chiaro che su questo si deve lavorare per riprendere con forza il tema della redistribuzione allargare il welfare non solo gli ultimi ma anche ai ceti medi impoveriti, ai lavoratori precari, in particolare i giovani e quindi capire che è certamente necessario un welfare di comunità ma questo welfare, questa rete di sostegno ha comunque bisogno di risorse e quindi il primo tema è come reperire risorse per la sanità il welfare e l'istruzione (e soprattutto l'istruzione va messa al centro della nostra proposta)”.

Quindi basta aggiustare un po' lo stlie di lavoro?

“No, perchè quel che ho detto non potrà funzionare in modo adeguato se non si aggiorna il paradigma e il paradigma è che nella storia della sinistra c'è una differenza dalla destra tra libertà e uguaglianza, nel senso che la sinistra guarda molto di più a una libertà sostanziale e quindi insiste sull'uguaglianza ma libertà e uguaglianza per stare insieme hanno bisogno di fratellanza e quindi a duecento anni dalla morte di Carlo Marx ricordiamo una sua fondamentale riflessione: a ciascuno secondo i suoi bisogni da ciascuno secondo le sue capacità.
Per me significa che la sinistra deve saper ripartire dal basso, anche lo schema di contrapposizione diventa anche alto e basso perchè gerarchia e autoritarismo si contrappongono frontalmente a eguaglianza a distribuzione di potere. Non è vero che non ci sia partecipazione ma è una partecipazione che rischia di esserci senza democrazia, è una partecipazione dove ci si affida alle decisioni di qualcuno (il fenomeno della rete dei grillini da questo punto di vista è evidente: si partecipa per esercitare il proprio personale vaffa a tutti gli altri) e quindi bisogna organizzare una partecipazione autenticamente democratica”.

Un esempio?
“Quella che stiamo cercando di fare noi e altri comuni: patti di collaborazione, cittadini che si impegnano a fare cose per sé e per gli altri e non solo a chiedere. Intorno a quest'idea del fare, la partecipazione va nel senso di contribuire ai beni comuni e alimentare una nuova idea di allargamento della democrazia, altrimenti la prospettiva è l'illusione di chiudersi nel protezionismo sovranista l'idea che si può oscurare il welfare dicendo prima gli italiani o prima i bolognesi o prima gli imolesi e ritornando in una spirale di conflitto contro fra gli Stati e di contrapposizione. Una sorta di guerra civile all'interno delle società europee attorno a questi temi”.

Invece?

“Io credo che la sinistra debba pensare a come aggiornare il welfare nel senso universalistico, attraverso l'idea del welfare di comunità e a come rispondere alla crisi della democrazia allargando la democrazia e quindi mettendo le persone in grado di decidere qualcosa di concreto riguardo al territorio in cui vivono. A quel punto credo che noi potremmo riaprire una fase politicamente efficace. Che tutto questo sia compatibile con l'attuale Partito democratico è un punto di domanda.”

(m.z. – La foto è di Nicola Storto)