Ancora una volta, l'ennesima, l'evitabile ci si presenta come inevitabile. Mentre percorriamo la via verso le vacanze, verso il lavoro, verso una fuga che ci appare sicuramente meritata, ecco che la strada ci viene a mancare sotto le ruote della nostra auto e, in fondo, la morte.
Non si contano quasi più i ponti, i cavalcavia, i viadotti che hanno ceduto dopo un precario equilibrio tra strutture non sempre adatte e costruite a dovere e nuova tipologia di traffico, nuovi pesi, nuove sollecitazioni.

Poi la solidarietà, il plauso agli indefessi soccorritori, le interviste ai fortunati sopravvissuti e la visita del ministro di turno al luogo della tragedia e vicino ai letti dei feriti. Quasi contemporaneamente siamo costretti ad ascoltare le parole di sempre, le rituali, immancabili e scontate espressioni di cordoglio, di solidarietà. Subito dopo, con un primo piano ben tagliato su di uno sguardo severo, la promessa conclusiva, inevitabile: questa volta saremo decisi come mai nella ricerca delle cause, dei colpevoli, che pagheranno caro prezzo per le loro colpe.

Mi par di vederli, i colpevoli, ammesso che vi siano, mentre ascoltano le non velate minacce e vengono assaliti dapprima da un'ombra di dubbio, poi da una ridda di pensieri circa il lavoro svolto o non svolto, la lunga suddivisione degli incarichi, le tante firme (una rigorosamente in calce ad ogni foglio) apposte sulle dichiarazioni di perizia. Poi il pensiero va ai passi da intraprendere, le telefonate urgenti, i contatti di condivisione, di sicurezza.

La sola cosa della quale non ci ricordiamo, per il semplice fatto che non è mai accaduta, è la definizione, con certezza della pena, di un colpevole in uno qualsiasi dei precedenti. Eppure almeno un colpevole dobbiamo averlo trovato, un esperto in materia che abbia sottoscritto qualcosa di errato o che non abbia sottoscritto un atto per il semplice fatto di non averlo eseguito.
Possibile che uno dei tanti concessionari di autostrade, di interventi di manutenzione, di indiscussi periti circa il lavoro di altri non sia mai caduto nella rete della giustizia?
Ci ricordiamo, e molto bene, dell'ultima sentenza riportata sui media e dai quotidiani, per quell'accadimento di trentasei anni fa del quale nessuno di noi ricorda assolutamente nulla, causa la nebbia del tempo: il colpevole, nel trascorrere del tempo, è deceduto, o risulta introvabile, o si da per certo in qualche paradiso lontano. Immancabili, anche in questo frangente, le lagne circa la lentezza della giustizia civile e penale, la grande scuola di avvocati che hanno saputo architettare una ragnatela di cavilli insormontabile, che ha finito con il causare rinvii, ritardi, abbandoni.

Ci rammentiamo, con un tratto di incertezza, di quel nome, di quel cognome, forse un legame di parentela, stretta, forse un figlio, un nipote, che deve essere, oggi, incaricato in qualche ruolo importante, uno di quei ruoli che si ottengono con un concorso ereditario, una formalità.

E noi, sopravvissuti alle lunghe ore di diretta televisiva, con quei poveri professionisti dell'informazione costretti a turni ripetitivi inenarrabili, ci sentiamo diluiti nel percorso del tempo e quasi scusati della nostra nuova acquisita indifferenza. L'auto è la fuori, sotto il sole o ben protetta tra le mura della rimessa sotto casa: ci aspetta. E' pronta. Pronta ad affrontare nuove strade, nuovi percorsi, nuovi viaggi. Ma guarda che strada che hanno fatto! Prima impiegavamo tre ore e mezza: non sono neppure due ore e siamo già arrivati. Ma arrivati dove?

(Mauro Magnani)