“Nel mio paese uccidere è normale. Mi fa male essere costretto a fuggire come un criminale. Qui però non posso più vivere”. Così un giovane di ventidue anni. Uno dei tanti dell'immensa fila di disperati. Poco più in la una donna ancora giovane, ma con le ferite sul volto dell'ingiuria e del dolore, racconta che è la terza volta che tenta il viaggio: questa volta mi sono aggiunta alla massa; forse riuscirò almeno ad evitare percosse, ingiurie, violenza. Sono stata violentata e mi tenevano ferma con un coltello puntato alla gola. Mi vergogno a dirlo, ma ho pensato di ribellarmi e di farla finita.

Sono circa 3.000 gli honduregni che hanno deciso di lasciare tutto il poco che avevano, ma fuggono da povertà cronica, violenze di ogni genere e quotidiane, corruzione dilagante e mala politica, impunità per i potenti e gli amici degli amici. A tutto ciò si aggiungono le “maras”: organizzazioni criminali che abilmente approfittano del caos generalizzato. Hanno deciso di fuggire da tutto ciò ed attraversare il Guatemala, poi il Messico con la speranza di riuscire ad entrare negli Stati Uniti d'America: fuggono dall'impossibilità di vivere, di nutrirsi verso l'eldorado dell'America del nord, dove esistono toelettature per gli animali da 500 $ al servizio. La luce all'orizzonte è troppo forte, abbagliante: impossibile resistere oltre. Da parte sua, il Donald minaccia eserciti, barriere, sbarramenti. Se gli avessero fatto costruire il suo muro…

Juan Orlando Hernàndez Alvarado è il nuovo Presidente eletto, si dice, tra inganni e brogli. Le proteste sono state represse tra arresti di massa, morti sospette, sparizioni. La situazione generale del Paese, non certo ricchissima, si è velocemente deteriorata e da tutto ciò è nato questo fiume umano che sta camminando in cerca di vita.

Ogni anno, si calcola, circa 500.000 persone da paesi quali El Salvador, Honduras e Guatemale migrano cercando di raggiungere il territorio Statunitense, ma mai si era vista una migrazione di massa. La maggior parte di questi ultimi disperati proviene da San Pedro Sula, la seconda città più popolosa del paese. Lungo il loro massacrante cammino vengono accolti da organizzazioni umanitarie di varia natura, da enti religiosi che cercano, come possibile, di alleviare e calmare i loro bisogni: una ciotola di cibo, calzature, abiti, acqua, solidarietà.

Le immagini e i filmati che ci raggiungono, mostrano volti ora pensierosi e seri, ora sorridenti: quelli divertiti sono i volti dei bambini. Nella loro innocenza scambiano il tutto per un immenso gioco e, come spesso accade alla fine del gioco, anche un vistoso premio al traguardo. I loro occhi grandi e scuri non riescono a vedere e a comprendere che qualcuno abbia rubato loro la vita prima ancora che cominciassero a viverla.

Non si vede all'orizzonte qualcuno che abbia riflettuto su fenomeni di tale portata e che sia giunto alla conclusione che, forse, sia giunta l'ora di fare qualcosa per davvero. Ammesso che non sia già troppo tardi.

(Mauro Magnani)