Finalmente la riforma del credito cooperativo è entrata in dirittura d'arrivo, almeno per le banche che hanno aderito ai due gruppi principali per dimensioni, Iccrea e Ccb. La totalità delle banche aderenti hanno approvato praticamente all'unanimità le modifiche statutarie necessarie per aderire ai gruppi e mancano solo gli ultimi adempimenti che saranno portati a termine entro fine anno.
Ne parliamo con Carlo Borzaga, presidente di Euricse

Quello avviato non è certo un percorso facile…
“Non è stata una riforma facile sia perché erano diverse la banche che uscivano dalla crisi appesantite un ammontare elevato di crediti ormai inesigibili e quindi a rischio di fallimento, sia per il semplicismo – se non per l'incompetenza – con cui la riforma è stata disegnata prima e poi contestata dai governi che si sono succeduti in questi anni – sottolinea -. Credo quindi che, a processo concluso, si possa affermare che abbiamo, noi trentini in particolare, rischiato di perdere l'intero sistema o a seguito di fallimenti a catena, oppure per una sua radicale trasformazione dell'intero sistema in banche commerciali tradizionali. Se avremo ancora un credito cooperativo, anche se con qualche limitazione all'autonomia dei singoli istituti, il merito è stato tutto del sistema stesso, dei suoi soci e dirigenti che hanno saputo contrastare disegni di riforma superficiali con una proposta, quella del contratto di coesione basato sul grado di rischio, che ne mantiene saldi i principi fondanti. E mano male che il percorso si conclude ora, senza ulteriori trascinamenti, perché stanno di nuovo aumentano le preoccupazioni per la tenuta del sistema bancario e in particolare delle banche di piccole dimensioni che come le Bcc adottano modalità di gestione dei servizi di credito più tradizionali. Se, come sostenuto di recente nel rapporto della Oliver Wyman 'per le banche italiane è arrivato il momento di cambiare passo perché la diffusione del digital banking è destinata ad incidere profondamente sulle attuali strutture dei costi e del margine di intermediazione' è il caso che il dibattito si concentri non sui pericoli associati alla riforma ma sui suoi vantaggi. Anche per riuscire a sfruttarli fino in fondo”.

Insomma, è arrivato il momento di lasciare da parte dubbi e paure.
“Occorre smettere di insistere su pericoli della riforma del tutto inesistenti, come il rischio che i gruppi possano essere controllati da capitali esterni, e solo su ciò che con la costituzione dei gruppi bancari forse si può perdere, per guardare invece ai vantaggi di cui la riforma è portatrice. Anche perché non è affatto dimostrato che i vantaggi di cui le Bcc ancora godono si perdano davvero e comunque il loro effetto può essere quantomeno attenuato da attente politiche gestionali sia delle singole banche che delle capogruppo. Basta ad esempio amministrare bene la propria banca e scegliere amministratori con le caratteristiche richieste, ben prima che dai costituendi gruppi dalle stesse autorità di controllo, per evitare che la capogruppo si intrometta nella nomina degli amministratori. In proposito è davvero difficile pensare che a fronte dell'impegno a sostenere in caso di difficoltà le banche aderenti si consentisse loro di essere gestite da amministratori che vogliono essere liberi di adottare modalità di gestione non condivise”.

E nello stesso tempo saperne cogliere i possibili vantaggi.
“E' necessario invece riflettere attentamente sui vantaggi derivanti dalla riforma e in particolare dalla adesione ad un gruppo. Non è che di questi non si sia mai parlato: essi sono stati, tutti o in parte, ricordati nel corso delle diverse assemblee che hanno impegnato amministratori e soci in questi due anni, ma raramente e comunque in modo incompleto sono stati ricordati nei vari interventi sui media e nel dibattito politico che hanno affrontato il tema della riforma. E' quindi il caso di ricordarli seppur in modo sintetico. I principali tra essi riguardano più aspetti dell'attività bancaria, in particolare: la possibilità di fare credito, le garanzie, i costi e l'innovazione dei servizi”.

Cosa significa per una piccola banca fare parte di un Gruppo più grande?
“Innanzitutto l'appartenenza ad un gruppo significa per ogni Bcc poter contare su una capacità di fare credito maggiore di quella consentita dalla raccolta locale o per importi più elevati di quelli che essa da sola sarebbe in grado di garantire, grazie al coinvolgimento delle risorse della capogruppo o delle consorelle. In secondo luogo la forza finanziaria del gruppo e la possibilità di ricorrere se necessario al mercato è in grado di proteggere le singole banche che dovessero trovarsi in difficoltà, e quindi i soci e i clienti, in primo luogo i risparmiatori, assai meglio di altre istituzioni frequentemente auspicate in queste ultime settimane, come i fondi di garanzia (gli Ips). In terzo luogo, il fatto di disporre di un centro in grado di programmare e gestire gli investimenti in innovazione consentirà di offrire ai clienti servizi migliori a costi contenuti e almeno in linea con quelli offerti dalle banche concorrenti. E la possibilità di gestire centralmente tutte le funzioni di controllo richieste dalla regolamentazione europea e dalle autorità di vigilanza, determinerà una riduzione significativa dei costi di compliance altrimenti destinati ad aumentare e che già tanto pesano sui bilanci delle singole banche. Ma i vantaggi non finiscono qui. Ci si deve anche aspettare che i controlli periodici della capogruppo sulle associate riesca a evitare o comunque a contenere uno dei pericoli tipici della banche locali: quello di assumere rischi eccessivi per soddisfare le pressioni della domanda locale. Si rende così più sicuro l'intero sistema del credito cooperativo. Inoltre i gruppi potranno, cosa finora non consentita e sanzionata dalle autorità antitrust, a evitare che le singole Bcc si facciano concorrenza tra loro negli stessi territori, evitando così le conseguenze negative sulle rispettive performance. E infine i gruppi potranno avviare, si auspica di comune accordo, una strategia di espansione del credito cooperativo anche nelle aree in cui non è presente”.

Chiuso il capitolo della riforma si apre ora una nuova sfida: reinventare la mission sociale e mutualistica del credito cooperativo alle luce di un contesto economico e sociale e di una distribuzione familiare e territoriale della ricchezza che la crisi ha significativamente modificato.