C'è un termine insopportabile che va di moda negli ultimi tempi ed è “buonisti”.
Una parola che viene spesso abusata dai tifosi del governo gialloverde, ma più in generale dalla destra, per identificare coloro che per senso civico o per garantire il rispetto che dobbiamo alla Costituzione repubblicana e antifascista o più semplicemente per un naturale e umano buon senso che affrontano il tema delle migrazioni con l'intento di abbattere muri invece che alzarne dei nuovi.

I motivi per cui gli esseri umani si spostano da tutte le parti del pianeta sono i più vari e riguardano circa 250 milioni di persone pari al 3,3% della popolazione mondiale e questo succede fin dall'alba dei tempi da quando cioè siamo scesi dagli alberi.
Si migra per scappare da fame e carestie, si migra per fuggire dalla guerra, si migra semplicemente per cercare fortuna o per fare nuove esperienze.
Spesso la gente scappa da paesi essendo la vittima di ultima istanza della nostra economia predatoria, come ha più volte ricordato Papa Francesco, ma la cattolicissima Lega da quest'orecchio non ci sente.

L'accoglienza non è un valore universalmente scontato ma nella gran parte dei paesi il suo funzionamento è al pari del nostro nel quale, ad esempio, ogni anno entrano dalle 150 alle 200 mila persone e di questi il 95% arriva per vie alternative a quella del mare.

Tra l'altro le sciagurate iniziative di bloccare i porti e boicottare chi presta soccorso in mare, che ha regole ben note a un popolo di navigatori come il nostro, hanno sortito come unico e tragico effetto quello di aumentare il numero dei morti annegati che però a quanto pare non pesano nella coscienza di nessuno.

Di norma le migrazioni diventano un problema quando il soggetto interessato ha la pelle scura ed è povero, due condizioni che unite diventano una colpa, cosa che non succede se uno di noi decide di andare in Germania, in Francia o in America a cercare un lavoro, non viene respinto alla frontiera o bloccato in un porto ma entra in un regime di norme volte a regolamentare in maniera ordinata ciò che esiste da sempre.

Ovviamente se sei uno famoso e/o ricco puoi migrare in qualsiasi latitudine del mondo che troverai sempre le porte aperte, ma questo è un altro discorso come sappiamo bene, anche le migrazioni hanno la loro lotta di classe.

Il ministro degli Interni della Repubblica italiana, con la complicità di un linguaggio di moda nel nostro tempo basato sulla semplificazione comunicativa, su questo fenomeno ha abilmente costruito un'emergenza insistendo su una serie di paralleli efficaci e devastanti per fare presa sull'opinione pubblica mettendo in relazione gli immigrati con la malavita, con lo spaccio, con gli stupri eccetera e omettendo che la malavita peggiore è quella nostrana, che lo spaccio muove capitali di casa nostra e che la violenza sulle donne è commessa dalla stragrande maggioranza da italiani.
Ha raggiunto però il suo scopo basti pensare che la percezione del popolo è che nel nostro paese sia presente il 26% di immigrati mentre il dato reale è di poco sopra il 9% (Ipsos) e uno tra i più bassi d'Europa.

Ma il ministro della Paura non è in cattiva compagnia in questo genere di propaganda quotidiana fondata sul pericolo dello straniero perché è la stessa linea politica razzista e xenofoba che taglia diagonalmente il nostro continente ad opera di una classe dirigente a corto di idee sulle politiche sociali e strozzato da misure economiche fondate sull'austerità.

Il decreto barbaro che porta nel titolo la parola “sicurezza” mette in evidenza tutta l'ipocrisia che si nasconde dietro un provvedimento che mettendo all'indice gli immigrati si affanna a dare risposte sbagliate alle insicurezze degli italiani che sono di altra natura.
Escludere i richiedenti asilo dai centri di accoglienza che sono stati istituiti per promuovere l'inclusione sociale e prolungare la detenzione nei Cie significa minare i principi internazionali dei diritti umani senza contare il rischio reale di un aumento degli irregolari.

Ma il ministro della Paura è riuscito a intercettare il bisogno del popolo di avere a disposizione il megafono della rabbia, non importa quali siano le risposte, e disertando il vertice di Marrakech ha dimostrato la volontà di tenere ben saldo il megafono.
Il Global Compact for Migration promosso dalle Nazioni Unite per “una migrazione sicura, ordinata e regolare” si è tenuto all'inizio di dicembre proprio allo scopo di abbassare la tensione e avrebbe permesso all'Italia di uscire da quell'isolamento in cui si è cacciata e magari trattare a ragion veduta in un luogo istituzionale.

Fugge, non si presenta, delega la responsabilità a un Parlamento che anche in questa legislatura viene privato della sua funzione istituzionale, quella di legiferare.
D'altronde questa classe dirigente ha ampiamente dimostrato la propria mediocrità mettendosi in vetrina con cadenza quasi quotidiana sui social e rendendo così noto a tutti che il processo inarrestabile di sgretolamento della nostra immagine non si arresta.

In Italia gli immigrati regolari sono 5,5 milioni di questi 2,4 lavorano pagano le tasse e versano i contributi in un sistema solidaristico dal quale per ora non traggono alcun beneficio semplicemente perché la loro età media è bassa.
In buona sostanza sostengono le nostre pensioni senza sapere se i contributi che versano oggi un domani serviranno anche a loro. Dovremmo dirgli grazie … invece.

Nel 2016 gli arrivi nel nostro Paese sono stati circa 180.000 (120.000 nel 2017) a fronte invece di 300.000 partenze (340.000 nel 2017) che non riguardano solo i cervelli in fuga ma sempre più spesso si tratta di giovani che cercano all'estero quelle opportunità a loro negate in patria da un sistema oppressivo, burocratico e truffaldino che non riusciamo o non vogliamo sconfiggere e, a proposito di governo del cambiamento, il nuovo che avanza puzza molto di vecchio.

Altro discorso riguarda invece gli irregolari, o presunti tali, stimati in 500 mila persone tra cui sono compresi quelli in attesa di ottenere un permesso e che si confrontano ogni giorno con le difficoltà di ottenere informazioni dalle istituzioni dei paesi d'origine.
Le espulsioni, secondo i dati diffusi dal Viminale, si aggirano ogni anno tra le 6/7 mila unità ed è sufficiente fare un semplice calcolo per scoprire che servono almeno 50 anni per farli uscire tutti, ammesso che non se ne aggiungano altri.

E poi diciamocelo, ma c'è davvero qualcuno che pensa che delle persone che hanno attraversato il deserto combattuti tra la fame e la sete, che è stata segregata nei campi di detenzione nordafricani tra violenze e abusi, che ha fatto una traversata nel mediterraneo su barchette stracolme e instabili, si faccia rispedire a casa avendo come unica colpa quella di essere scuro di pelle e povero?
Chiunque di noi farebbe piuttosto il clandestino!

Un dato potrebbe aiutare a capire chi siamo e da dove veniamo; nei primi cento anni dall'unità d'Italia (1861-1961) sono migrati all'estero 23 milioni di nostri concittadini. Ben 23 milioni che fuggivano in cerca di fortuna!
Per dirla con Petrarca, noi siamo un ponte tra il passato e il futuro.

Servono regole e politiche per gestire un fenomeno che dopo la libera circolazione delle merci, quella dei capitali permetta la libera circolazione dei diritti, il nemico non è la globalizzazione ma dobbiamo maturare la consapevolezza che diventa sempre più urgente globalizzare i valori sociali dell'umanità, dell'uguaglianza, dei diritti universali, dell'equità e della pace.
Per concludere non dateci dei buonisti, chiamateci garantisti, almeno smetterete di violentare la lingua italiana.

(Paolo Stefani)