“Lo sdegno è altissimo”. “La nostra risposta sarà esemplare e durissima”. “Abbiamo già preso alcuni provvedimenti” ma domani…
Mi fermo qui, per stanchezza, ma la lista dei luoghi comuni e delle frasi fatte sembra essere eterna e si ripropone ogniqualvolta si ripresentano manifestazioni di violenza dopo o prima eventi sportivi, eventi che, a giudicare dal tenore degli “appassionati”, di sportivo non hanno più nulla. Per quanto riguarda poi gli insulti e le minacce a giocatori di colore, rimando la riflessione al vice Primo ministro e ministro dell'Interno: quello che correva sul campo era un regolare, un irregolare, un clandestino o un professionista pagato a peso d'oro?

Quando va bene, alcune vetrine se ne vanno in frantumi, una qualche auto viene data alle fiamme e il convoglio ferroviario che trasporta i “tifosi” nel viaggio di andata e di ritorno diviene inservibile. Quando va male ci scappa una bella rissa, magari con il coinvolgimento di qualche improvvido passante, o si deve accettare la morte di un essere umano. E' di pochi giorni fa la notizia di un tutore dell'ordine che viene aggredito per aver preteso di prestare soccorso a una persona riversa sulla strada dopo aver subito violenze da sportivi avversari.

Occorre, a mio avviso, interrogarsi circa l'opportunità di proseguire su una strada che appare decisamente senza sbocchi, di continuare ad accettare una situazione inaccettabile sotto tutti i punti di vista, di perseguire in una forma di silenzio che non può appartenere ad una società che si dice civile.
Adesso chiuderanno per qualche tempo una curva (dello stadio) qua e una là, un paio di facinorosi (non di più) trascorreranno un paio di notti in guardina e gruppi di appassionati non potranno più recarsi (non per sempre!) ad assistere la partite della squadra del cuore fuori sede. Poi, come succede sempre, il tempo cancellerà lo sdegno, le immagini dei facinorosi cesseranno di risiedere nelle prime pagine dei giornali e delle TV e dovremo nuovamente stupirci per un evento assolutamente prevedibile.

L'analisi è semplice, la malattia individuata (non si tratta di una mia diagnosi): torme di frustrati da una forma di vita che non accettano nell'incapacità (propria e altrui) di porvi anche solo cure palliative, uomini al limite della sopportazione per una situazione personale e sociale cresciuta all'ombra di gruppi sociali più o meno esclusi, cercano e trovano sfogo alle loro pulsioni di rabbia nell'avversario del gioco, nello sportivo avverso; quando non lo trovano o non gli viene dato di trovarlo cercano sfogo in quello che si trova loro accanto in quel momento.

Da parte di noi esclusi da queste orde, non per valore personale, ma per scelta diversamente precisa, dovrebbe alzarsi un forte grido di “BASTA” nell'incapacità di continuare a sostenere lutti, costi, danni e violenze: basta con morti per stupidità, basta sostenere costi per danneggiamenti e vandalismi gratuiti, basta con i danni a cose e persone che poi tutti insieme finiremo per pagare e basta violenze in nome dello sport: si ritiene, a ragione, che le forze dell'ordine abbiano già il loro lavoro impegnativo senza dover intervenire, sistematicamente, a causa di qualche povero essere che ha smarrito la ragione del vivere oltre ad aver perso, irrimediabilmente, il senso del valore dello sport.

Le dichiarazioni di sdegno si sprecano, le prese di posizione e le promesse di interventi vari si moltiplicano e affermazioni lapidarie che sostengono l'impossibilità di continuare ad accettare tali situazioni si accavallano: sono sicuro, tra non molto riproporrò lo stesso testo alla redazione…

(Mauro Magnani)