C'è, nel discorso di fine anno del capo dello Stato una “certa idea dell'Italia”, di un paese che ha nella sua cultura e nella sua storia i principi della solidarietà, della convivenza civile, profondamente diverso dal paese rabbioso e incattivito descritto nell'ultimo rapporto del Censis. E profondamente diverso, nel primo anno dell'era sovranista, dall'iconografia di una politica muscolare e cattivista, divisiva nei toni e negli atti, in cui l'altro, più che una risorsa, diventa una minaccia.

Odio è una parola che ricorre più volte nel discorso, come sempre quando un termine diventa la cifra di un'epoca e racchiude lo spirito dei tempi, segnati dalla ricerca e dalla costruzione del nemico. All'Italia dell'odio, il capo dello Stato contrappone l'Italia che crede nella comunità e “l'Europa dei diritti, della convivenza, della pace”.

Ecco il senso della “retorica dei buoni sentimenti” di cui parla Sergio Mattarella: non un buonismo di maniera, ma un affondo mite e unitario verso chi ha la forza del consenso, da usare come costruzione di un senso comune. Proprio il passaggio della sicurezza è, forse, politicamente il più severo. Il capo dello Stato sottolinea che la sicurezza “parte da un ambiente in cui tutti si sentano rispettati e rispettino le regole del vivere comune” e, dunque, non “c'è sicurezza se non c'è comunità”.

Discorso asciutto, breve, una dozzina di minuti, etico nel suo taglio, coerente con l'ispirazione poco interventista di questo capo dello Stato, che ha estratto dal suo repertorio moniti, bacchettate, sermoni pedagogici alla politica. E anche un certo protagonismo nella gestione della crisi, nella costante attenzione a non dare a chi governa l'alibi che c'è qualcuno che vuole impedire il libero e sacrosanto esercizio della volontà popolare.
Anche il passaggio, forse il più atteso, sullo strappo che si è consumato attorno una manovra presentata la sera e votata di notte, senza neanche il tempo di leggerla, è un invito alla ricomposizione futura più che la denuncia di una lacerazione già consumata. Con una incisiva evocazione di un patrimonio di principi e valori, da tenere vivo, in attesa di tempi migliori.

Anche l'esaltazione dei “buoni sentimenti” e dei valori “positivi” è politica. Quello della comunità, che significa “condividere valori, prospettive, diritti e doveri” e pensarsi dentro un “destino comune”. Il “rispetto gli uni degli altri” che vuol dire battersi certo per le proprie idee, ma “rifiutare l'astio, l'insulto, l'intolleranza, che creano ostilità e timore”. L'Italia “che ricuce e dà fiducia”, come fanno le realtà del terzo settore.

Ma, a questo punto nasce una domanda: c'è, oggi, in Italia qualcuno che ha desiderio di incarnare questa idea dell'Italia: la “politica della ragionevolezza”.
Il governo, l'opposizione?

(Tiziano Conti)