Imola. “Bisognerebbe stare dall'altra parte senza nessuno intorno, amico mio quando mi viene di dirti quello che ti devo dire, stare bene tipo sdraiati sull'erba, una cosa così che uno non si deve più muovere con l'ombra degli alberi. Allora ti direi: 'qua ci sto bene, qua è casa mia, mi sdraio e ti saluto'. Ma qua, amico mio, è impossibile, mai visto un posto dove ti lasciano in pace e ti salutano. Ti dobbiamo mandare via, ti dicono, vai là, tu vai là, vai laggiù, leva il culo da là e tu ti fai la valigia, il lavoro sta da un'altra parte, sempre da un'altra parte che te lo devi andare a cercare, non c'è il tempo per sdraiarsi e per lasciarsi andare, non c'è il tempo per spiegarsi e dirsi 'ti saluto'”. Qualcuno lo riconosce? Recitato in una lingua mezza pugliese e mezza brasiliana, è l'inizio del monologo che è stato rappresentato davanti a 11 milioni di spettatori allo scorso Festival di Sanremo e che approda dal 16 al 20 gennaio, all'interno dell'atto unico da cui è tratto, “La notte poco prima delle foreste” di Bernard-Marie Koltès, al teatro Ebe Stignani di Imola.

E l'attore che lo porta in scena è sempre Pierfrancesco Favino, a cui giunsero elogi e polemiche per la scelta operata davanti al pubblico festivaliero, suscitando un fenomeno social. Là il significato era la dignità dei migranti, corroborata dal successivo brano cantato da Fiorella Mannoia sul palco, “Mio fratello che guardi il mondo” di Ivano Fossati, che ha contribuito a fare capire a tutti gli spettatori il senso del brano di Koltès.

In realtà il testo, un monologo scritto più di trent'anni fa da un bravo drammaturgo francese morto a poco più di 40 anni nel 1989 per Aids, mette in luce due tematiche fondamentali: la condizione di chi si sente straniero (anche in patria) e la solitudine dell'uomo. Come capita ai grandi testi teatrali, questa scorribanda notturna sotto la pioggia di un uomo rimasto senza fissa dimora che cerca un amico da abbordare, parla a ognuno di noi, della dignità di ognuno di noi. E lo fa con un linguaggio denso, ironico, poetico. Un flusso ininterrotto di 40 pagine scritte con sapienza. “Una prosa vertiginosa alla Cèline, una partitura che corre come una musica”.

La rassegna stampa dello spettacolo dà conto della scelta operata da Favino, sicuramente una grande e personale prova di attore di un'ora e dieci minuti, tradotta dallo stesso Favino con Giandonato Crico e adattata dall'attore, con la regia di Lorenzo Gioielli e la produzione di Gli Ipocriti.
“Il mio desiderio è che le persone non vedano me, ma l'individuo che rappresento. Per me lui è un uomo vincente, ha il coraggio di sputare fuori i suoi bisogni con impudicizia mentre io non avrei lo stesso coraggio. La rappresentazione è una sorta di tac delle emozioni”.

Anarchico e profondo, “La notte poco prima delle foreste” si rivela capace di far riflettere lo spettatore. Questo è successo anche sul palco di Sanremo, dove la ricerca drammaturgica, poetica, politica di Koltès si è infiltrata tra le canzonette, gli spot, i siparietti dei tre conduttori (Claudio Baglioni, Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino). Così, alcuni di quei quattro italiani su cinque che a teatro non ci vanno nemmeno una volta all'anno; di quei sei italiani su dieci che non leggono nemmeno un libro all'anno, hanno potuto avere un incontro ravvicinato con un autore che nonostante si possa considerare tra quelli significativi del ventesimo secolo è letto probabilmente da poche centinaia o al massimo migliaia di persone nel nostro Paese. Magia del teatro… e del festival!

(Caterina Grazioli)