Da tempo il mondo del lavoro si trova in una fase di cambiamento, su cui incidono diversi fattori. Globalizzazione e automazione orientano i processi produttivi, mentre i sindacati continuano a perdere iscritti e la sinistra socialdemocratica i propri elettori. La parola magica degli ultimi anni è stata “flessibilità”, diventata un vero e proprio stato mentale in una società in costante movimento, molto spesso alla ricerca di occupazione.
In questo contesto, è opportuno chiedersi che ruolo giocano le realtà locali. D'altronde, è dalla fine dello scorso millennio che la sociologia ci suggerisce think global, act local. E il Comune di Bologna ha dimostrato una certa capacità di azione, in particolare con la “Carta dei diritti del lavoro digitale” e il patto “Insieme per il lavoro”: ne abbiamo parlato con l'assessore al Lavoro Marco Lombardo.

Assessore, cominciamo dalla Carta. Cito le prime parole delle disposizioni generali: “Lo scopo della presente Carta è migliorare le condizioni di lavoro…”. C'è la mano dei sindacati o il Comune li ha sostituiti?
“L'idea della Carta nasce da una proposta di una direttiva europea, che aveva l'intento di promuovere la crescita della gig economy – nella quale domanda e offerta si incrociano sulle piattaforme digitali grazie agli algoritmi – senza abbassare i diritti dei lavoratori. Nella nostra città, il dialogo con i riders, che fanno parte di questa realtà, è partito nel dicembre 2017, quando, in seguito a una rivendicazione per maggiori diritti sul luogo di lavoro, è nata la sigla Riders Union. Abbiamo dato inizio a una serie di udienze conoscitive sul fenomeno, includendo tutti i soggetti che ci sembrava necessario coinvolgere: si è formato pertanto un tavolo di discussione tra i riders, Cgil, Cisl e Uil, e quasi tutte le piattaforme di food delivery presenti sul nostro territorio. L'obiettivo era arrivare a un accordo che individuasse standard minimi di tutela e riconoscesse i diritti fondamentali sul luogo di lavoro, dalla giusta retribuzione alla copertura assicurativa. I ragazzi non possono rischiare la vita per cinque euro all'ora sulla strada, senza che questa venga riconosciuta come luogo di lavoro. Le prime firmatarie sono state Sgnam e MyMenu: noi ci auguriamo che anche altre piattaforme decidano di aderire e che il modello possa essere esteso a livello nazionale. Al Mise c'è un tavolo che si occupa di questo tema, vediamo cosa deciderà Di Maio”.

È riuscito a parlare con il ministro?
“Non ancora. Le possibilità a riguardo sono due: modificare una legge per riconoscere il lavoro dei riders come subordinato oppure estendere gli standard della Carta a livello nazionale. Secondo me, la soluzione migliore sarebbe la seconda, ma non credo che il ministro condivida la mia idea. In ogni caso, ritengo che il nostro risultato sia stato possibile perché piattaforme, riders e sindacati hanno voluto partecipare e trovare un accordo. Mi auguro che possa accadere lo stesso a Roma”.

L'aspetto più interessante è questo: riuscire a impostare un dialogo tra politica, lavoratori, corpi intermedi e datori di lavoro non è cosa da poco. Pensiamo all'art. 18: dopo il Jobs act, i sindacati e i partiti a sinistra del Pd si sono mobilitati per ripristinarlo, mentre oggi nel dibattito pubblico e anche tra i partiti di governo il tema non viene neppure sfiorato.
“Il mondo del lavoro sta profondamente cambiando: questo non significa che certe battaglie siano superate, ma che le risposte della politica devono essere adeguate ai bisogni dei lavoratori, si tratta di aggiornare le nostre mappe. C'è stato un errore nel precedente governo: volere fare le riforme da soli, per gli italiani ma non con gli italiani. Io come assessore devo, giustamente, parlare con le organizzazioni sindacali e i datori di lavoro. A volte anche con la Curia, perché a Bologna le cose cerchiamo di farle insieme, includendo tutti i soggetti che vogliono aggiungersi alla discussione. Se pensiamo di essere in grado di fare tutto da soli, quando ci giriamo verso il nostro popolo e non troviamo nessuno non possiamo stupirci. Quando ragioniamo sul mondo del lavoro, credo che invece di fare una battaglia ideologica su come dovrebbe andare secondo le nostre categorie, dovremmo capire quali sono i risultati che vogliamo ottenere. Mi spiego con un esempio: quando abbiamo applicato un articolo della carta che prevedeva la possibilità di fare una riunione retribuita, alcuni riders non sapevano di avere a disposizione questa possibilità. Parlare di conquista storica oggi per una battaglia fatta nel Novecento fa riflettere: consideriamo conquiste cose che fino a quindici anni fa erano date per scontate. Proviamo ad aggiornare le nostre mappe: una delle battaglie fondamentali oggi è quella sul costo del lavoro, che in Italia è troppo alto. Dobbiamo capire che se un'impresa tedesca paga di meno allo Stato e al lavoratore arriva di più in tasca, quando nel nostro Paese accade esattamente l'opposto, si pone un problema. E un tema di uguaglianza”.

Però quando Prodi parlava di “cuneo fiscale” otteneva reazioni più tiepide rispetto al reddito di cittadinanza dei 5Stelle. Da cosa dipende?
“Ci sono due temi: il primo riguarda la comunicazione, il secondo è culturale. Sulla comunicazione, è innegabile che il reddito di cittadinanza abbia un impatto più forte rispetto al cuneo fiscale. Così come se parliamo del Jobs Act, ci si ricorda più facilmente dell'art.18 rispetto alle norme sul contratto a tempo indeterminato. È un dato di fatto, alcune cose arrivano di più, altre meno. Si dovrebbe trovare il modo di rendere efficaci tutte le proposte che meritano attenzione, ma non è sempre facile. Sul secondo aspetto, credo ci sia un rischio potenziale, ovvero che per il lavoratore o per chi non ha il lavoro il tema del lavoro venga schiacciato sul tema del reddito. Mi spiego: a cosa serve un lavoro? Ad avere un reddito. Questo è vero ma fino a un certo punto; il reddito è fondamentale, perché altrimenti non si riesce a vivere, ma non è tutto, il lavoro è qualcosa di più. È dignità, significa che faccio qualcosa per trovare il mio ruolo nella società, in linea con i miei interessi e le mia passioni. Lavoro significa ambizione e possibilità, in una parola realizzazione”.

Ultima domanda su “Insieme per il lavoro”. Qual è il bilancio dopo un anno di progetto?
“Insieme per il lavoro è un patto firmato da sindaco della città metropolitana, vescovo, organizzazioni sindacali, organizzazioni datoriali. Ci siamo chiesti come riuscire a investire le risorse che abbiamo a disposizione – che provengono anche dalla Curia – in una formazione utile, per cui abbiamo cercato di costruire un ponte tra le persone e le aziende, partendo dai bisogni di entrambi. Il Board comprende 50 imprese, che ci chiedono di formare delle persone per occupare determinate posizioni. Attraverso una profilatura, troviamo le persone più predisposte per quel ruolo e diamo loro gli strumenti di cui necessitano per ricoprirlo. È un vero e proprio lavoro di accompagnamento, in quanto agisce sulla dimensione sociale; se sei disoccupato tra i 45 e i 55 anni, rischi di trovarti in un limbo, quello del 'disagio adulto': troppo giovane per la pensione, troppo vecchio per le imprese. È un problema che va al di là della dimensione economica. Dopo un anno sono state reinserite 180 persone, un risultato che ci rende soddisfatti e orgogliosi. Soprattutto se si tiene conto di due fattori. Il primo è che le persone coinvolte, grazie a questo progetto, riescono a superare una situazione di fragilità. Il secondo è che la media annuale degli inserimenti effettuati dai centri per l'impiego è 4. La nostra regione non è rappresentativa del territorio nazionale, ma questo risultato dal mio punto di vista contribuisce a dimostrare una cosa: i problemi si risolvono insieme”.