Umberto Eco, cercando una sintesi nel pensiero di Bauman, diceva che “Con la crisi del concetto di comunità emerge un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno, da cui guardarsi”. È da qui, a mio avviso, che deve partire una riflessione.

Crisi del concetto di comunità e individualismo sfrenato sono due elementi antitetici all’idea che abbiamo di piccola e media impresa. In primo luogo perché le aziende che rappresentiamo sono immerse nelle loro comunità. In secondo luogo perché l’individualismo sfrenato non ci appartiene come cultura ed è la negazione dell’essere “comunità”. Sempre Baumann diceva che in una società liquida il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza.

Sul cambiamento credo siamo tutti d’accordo, è nel DNA del fare impresa e dobbiamo essere capaci di gestirlo. L’incertezza è invece il perno su cui fa leva chi vuole assetti basati sull’emozione anziché sulla ragione. Chi fa impresa, chi fa mediazione fra l’artigianato e le istituzioni, si trova fra l’incudine di una società tormentata e ipercritica e il martello di una politica che fatica a trovare le chiavi di lettura dei territori.

Come fare per restituire quindi la fiducia necessaria, alle imprese, per crescere, investire, creare ricchezza, dare lavoro ai giovani e tornare a essere i fari delle loro comunità? Io credo che si possa ripartire proprio da questa ultima immagine. L’impresa come un faro. Si è parlato molto, in questi anni, di welfare. E questa può essere una chiave di rilettura del ruolo delle imprese sui territori. Le imprese sono un presidio, devono tornare al centro dell’attenzione della politica, che deve essere capace di dare ascolto e risposte, di essere al fianco di chi fa impresa e crea lavoro, di essere un “problem solver” piuttosto che un ulteriore creatore di burocrazia e inciampi.

(Amilcare Renzi)