Quelli che rinuncerebbero alla libertà per ottenere momentanea sicurezza non meritano né libertà né sicurezza. (Benjamin Franklyn)

Non che la verità abbia mai avuto moltitudini di cultori far i membri della specie umana.
Fulgide figure qua e là hanno rischiarato il buio: chi con una lanterna per le vie dell’antica Atene, chi con l’osservazione scientifica del cosmo che ci ha persuasi (non tutti, non ancora del tutto) di poter vivere a testa in giù senza precipitare nel vuoto, chi facendo dono di sé agli “scarti” della società fra i vicoli di Calcutta.
Quelli che cercano di seguirne l’esempio non sempre vengono onorati.
Nei loro confronti siamo avari di riconoscimenti e prodighi di rilievi, anche crudeli.
Il raffronto con un DiMaio ci imbarazza meno di quello con un medico senza frontiere che salva vite umane senza un perché.

La nostra ricerca non è altrettanto appassionata e coraggiosa.
È tentata spesso di fermarsi ai primi contrafforti dell’impervia catena della conoscenza, non ama la fatica, a volte dolorosa, dell’ascesa, i rischi dell’esplorazione, la possibilità della confutazione, lo sconforto dell’insuccesso.
Predilige un terreno piano, sgombro di dubbi, accarezzato dai venti delle convenzioni e delle convenienze: se coincide con la nostra, quella è la verità.
L’invochiamo, la pretendiamo, ma poi crediamo di possederla come un dono speciale.
Anche in politica alle verità scomode preferiamo il conforto delle rassicurazioni.
Che faremmo meglio a chiamare illusioni.
Appese all’albero della cuccagna come i prosciutti.
Nel Campo dei miracoli.

I demagoghi di ogni tempo le dispensano senza avarizia ai popoli sovranamente propensi a dar loro credito.
Il “salsicciaio” immortalato da Aristofane ne “I cavalieri” è il ritratto spiaccicato di Salvini: 2.500 anni e non sentirli.
Ora come allora, per dirla con le parole di De Tocqueville, carpire la fiducia del popolo è l’espressione di una morale bassa e volgare.
La novità è che i protagonisti della “rivoluzione populista” anziché nasconderla la esibiscono, agghindata di altisonanti parole, simili a ninnoli e perline da scambiare con l’oro del consenso.
Viviamo un tempo in cui i furfanti sono orgogliosi di esserlo.

Un prestigioso osservatorio delle cose statunitensi ha accertato l’uso da parte di Trump di ben 8.000 notizie false.
Un calcolo analogo in Italia, stante il profluvio di dichiarazioni della banda dei due, sembra, allo stato, tecnicamente arduo.
È forse per questa difficoltà che tanta parte dell’informazione si sente sollevata dal compito democratico di dar conto ai cittadini della realtà dei fatti.
Il problema non è tanto la partigianeria che induce a tenere le parti di uno schieramento politico o dell’altro.
A quella siamo abituati, ognuno ha le proprie idee, l’obiettività, se esiste, è sempre stata una merce rara, ogni giudizio nasce da un pregiudizio, la prudenza non è mai troppa e Parigi val bene una messa.
Quella dei vincitori è sempre seguita con grande fervore.

Lo scadimento dei gruppi dirigenti e del costume civile, del resto, non riguarda solo i partiti e rimettere il dentifricio nel tubetto sarà tutt’altro che facile.
Siamo ancora in tempo, però, almeno a non farlo uscire del tutto.
Ad alzare un argine deontologico che mentre lascia campo all’interpretazione militante, alla politica veemente, all’argomentazione parziale, rispetti tuttavia almeno i fatti.
Così da evitare che la complicità fra politica e informazione sconfini nella manipolazione.
Venduta come rispetto delle idee: tu dici una cosa, lui un’altra e decida la gente quale di essa è vera, senza verifiche, senza confutazioni.

Il voto, a volte solo il sondaggio, diventa l’unico criterio di una verità che si auto-accredita.
Una democrazia così è una democrazia disarmata.
Il giornalismo non può diventare la riproduzione dei social.
La sua funzione civile è più alta, gli assegna un ruolo di testimonianza e di garanzia della correttezza della dialettica politica, gli chiede il coraggio della responsabilità.
Ogni menzogna offende la nostra dignità di persone, ferisce la nostra libertà di cittadini.
Ai media una democrazia sana non chiede un’impossibile attestazione della verità ma un necessario, salutare smascheramento della menzogna.

Ci sono mille cose reali che non funzionano e andrebbero cambiate, ma non sono quelle che ci turbano di più, non è su di esse che ci formiamo un’opinione.
Alla base delle nostre scelte più importanti c’è la loro rappresentazione che, allorquando è efficace( non corretta, badate), diventa la nostra percezione.
Ci sentiamo sotto assedio in un Paese che non lo è.
Minacciati da un terrorismo che qui non ha compiuto un solo attentato, nemmeno con Alfano.
Circondati dagli amici di Battisti (Cesare), che in Italia non ne ha.
Tranquilli con la mafia, la camorra e l’andrangheta.

Rassicurati da un Governo di scazzabubboli che ci ha convinto che le ONG sono criminali, che i delitti sono in aumento, che i negri sono ovunque, che tutti sono corrotti, che le maestre sono aguzzine, che bisogna video sorvegliare, provocare con agenti infiltrati, armarci, prepararci al peggio.
Quando l’economia cresceva dicevano che calava, ora che siamo in recessione la gente crede che ci sarà un nuovo boom economico.
Ci vuole un fisico bestiale.
Intanto si muore ancora per Danzica.

“Rispettare la verità dei fatti, scrive Zagrebelsky in “Imparare la democrazia”, è la base di ogni azione orientata a intendersi onestamente.
Sono dittatura ideologiche i regimi che disprezzano i fatti, li travisano o addirittura li creano ad hoc, attraverso quelli che Orwell ha descritto nel romanzo 1984 come i “ministeri della verità”, capaci di far sì che attraverso la propaganda la guerra diventi pace, la libertà schiavitù, l’ignoranza forza.
Sono regimi corruttori delle coscienze fino al midollo quelli che trattano i fatti come opinioni, quelli in cui
la verità è messa sullo stesso piano della menzogna, il giusto su quello dell’ingiusto, il bene su quello del male; quelli in cui (Hannah Arendt) “la realtà non è più la somma totale di fatti duri e inevitabili, bensì un agglomerato di eventi e parole in costante movimento, su e giù, nel quale oggi può essere vero ciò che domani è già falso, secondo l’interesse al momento prevalente”.

Ond’é che la menzogna intenzionale – strumento ordinario della vita pubblica – dovrebbe trattarsi come crimine maggiore contro la democrazia e i mentitori dovrebbero considerarsi non più come abili, e quindi perfino ammirevoli e fors’anche simpaticamente spregiudicati uomini politici ma come corruttori della politica”.
Adoro quest’uomo!
Renzi e i suoi seguaci non capiranno mai il danno che hanno arrecato: schernendo i “professoroni” hanno spalancato le porte agli ignoranti.

(Guido Tampieri)