Ci troviamo in un periodo storico in cui sta diventando troppo facile essere profeti di sventura. Con il supporto non più di oracoli, Sibille e voli di uccelli, ma di serie storiche, studi e proiezioni su mercato del lavoro, quando una manovra del Governo non lascia presagire nulla di buono, difficilmente ci si sbaglia.

Ecco allora che il Decreto Dignità, presentato con gli ormai consueti toni trionfalistici nel luglio 2018 e in parte rivisto nella sua versione definitiva dello scorso novembre, viene subito messo alla prova dei fatti dalle più recenti pubblicazioni statistiche sulle dinamiche occupazionali, uscite tra gli ultimi mesi del 2018 e l’inizio di quest’anno. Ci riferiamo, in particolare, agli ultimi dati Istat di novembre 2018, i primi dalla fine del periodo transitorio, e all’ultimo report disponibile dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps, riferito al periodo gennaio-ottobre 2018, unitamente a un rapporto regionale particolarmente significativo, ossia “La dinamica delle posizioni di lavoro dipendente nel 2018”, pubblicato nei giorni scorsi dall’Osservatorio sul mercato del lavoro della regione Veneto.

I dati Istat evidenziano una situazione sostanzialmente ferma dopo la fine del periodo transitorio sui contratti a termine (31 ottobre), con un calo del numero di occupati tra ottobre e novembre pari a circa 4 mila unità, dovuto ad una notevole diminuzione dei contratti a termine (-22 mila) non controbilanciata dall’aumento dei contratti a tempo indeterminato (+15 mila) e dei lavoratori autonomi (+4 mila), e una ulteriore diminuzione della già bassissima occupazione femminile (-23 mila, mentre quella maschile cresce di 19mila unità). Anche allargando il periodo di osservazione da settembre a novembre, ossia dopo la conversione in legge del decreto, si registra un calo occupazionale per donne (-36 mila) e tra i 25 e i 49 anni (-95 mila). La diminuzione dei disoccupati (-25 mila) è in realtà dovuta ad un incremento degli inattivi, anche in questo caso con una preponderante quota femminile (+35 mila).

L’Inps registra, invece, tra giugno e novembre una diminuzione di circa 60 mila occupati, di cui 50 mila dipendenti a tempo indeterminato, mentre all’aumento dei tempi determinati (+20 mila) fa da contraltare una diminuzione numericamente quasi identica degli occupati autonomi. La dinamica delle nuove assunzioni a tempo indeterminato nei mesi tra luglio e ottobre non registra variazioni significative tra i due stessi periodi del 2017 e del 2018. L’unico dato veramente positivo è dato dalla dinamica delle trasformazioni a tempo indeterminato dei rapporti a termine e degli apprendistati, con un netto miglioramento nel 2018 rispetto al 2017. Tuttavia, secondo l’Inps, questa ripresa era già iniziata prima del Decreto dignità (+44% tra gennaio e giugno), anche se dopo di esso si accentua ulteriormente, giungendo al +54%. Sul fronte opposto, calano di circa 30mila unità sia le assunzioni a termine, sia quelle in somministrazione. Nel complesso, non sembra proprio quel “boom” di cui ha parlato il ministro Bonafede (M5S).

Infine, il rapporto dell’Osservatorio sul mercato del lavoro della regione Veneto merita di essere menzionato sia perché si riferisce a una delle regioni “motore” della crescita economica, sia per le dichiarazioni del ministro Di Maio il quale, leggendo ovviamente solo ciò che gli interessava, ha proclamato che in regione “le trasformazioni contrattuali da tempo determinato a tempo indeterminato, grazie alla nostra normativa, sono aumentate da 30mila a 60mila a fine 2018 rispetto alla fine del 2017”. Vero, ma l’Osservatorio spiega, allargando lo sguardo all’intero anno 2018, che ciò è dovuto in primo luogo agli incentivi previsti per gli under 36 dalla legge di Bilancio 2018 (del precedente governo Gentiloni) e “all’alto volume di contratti a tempo determinato attivati sia nel 2017 che nella prima parte del 2018” appunto per il buon andamento dell’economia, oltre che per la scomparsa dei voucher (altro strumento fino a quel momento utilizzato per i lavori temporanei). Il risultato sbandierato da Di Maio è, pertanto, dovuto in buona parte ad una favorevole situazione di partenza, e in ogni caso non ha portato, in regione, ad un calo del numero di disoccupati. Questo anche perché molte aziende, per non dover avere a che fare con questioni legate alla causale, nell’ultimo bimestre del 2018 hanno ridotto di un terzo le proroghe e del 15% i rinnovi di contratti a termine non stagionali.

Queste tre distinte fonti dimostrano tutte, pertanto, che l’unico effetto visibile del Decreto Dignità appare, per ora, quello di una sostituzione di tipologie contrattuali verso il tempo indeterminato, ma senza risultati apprezzabili né sull’occupazione complessiva, né sul maggior coinvolgimento delle categorie tradizionalmente “deboli” (giovani e donne in primis). Senza considerare i già numerosi casi in cui, a causa dei vincoli legati alla stabilizzazione dopo 24 mesi, le aziende hanno preferito interrompere i rapporti a tempo determinato, soprattutto proprio in quei luoghi in cui l’occupazione dovrebbe essere tutelata maggiormente: è di questi giorni la notizia dei 400 dipendenti del call center Abramo Customer Care lasciati a casa, in una città – Crotone – dai tassi di disoccupazione (complessivo e giovanile) tra i più alti d’Italia. Numeri che forse non pesano sul totale, ma che incidono negativamente sulle comunità locali e che, come i primi mesi lasciano presagire, possono rapidamente aumentare, a maggior ragione con l’ennesima frenata che si prospetta per la nostra economia.

E’ vero: non è piacevole né divertente preconizzare peggioramenti, ma almeno serve a mettere in ridicolo i troppi facili ottimismi di chi ora ci governa. E, magari, a imparare a leggere meglio i dati.

(Mainardo Colberti)