Ci sono delle novità positive in questo inizio d’anno.

Potrebbe sembrare paradossale, ma partono proprio dal territorio europeo e proprio da quella nazione ove la costruzione dell’immaginario sovranista aveva dispiegato, fino ad oggi, la potenza più elevata. E si connettono ad altre novità, quelle che attraversano la nazione che aveva dato inizio, due secoli or sono, all’era borghese. La stessa scelta della Brexit in Gran Bretagna sembra sull’orlo di vacillare sotto il peso di indecisioni, incapacità e, soprattutto, di rattrappimento delle prospettive. Ungheria e Francia, e in parte il Regno Unito, possono essere vissute come crisi “locali” o rappresentare punti di partenza per una ripresa della politica della sinistra. A patto di non avere atteggiamenti semplicemente “imitativi” di quei fenomeni, ancora in embrione e in una fase pre-politica, sia sul piano delle modalità di mobilitazione, sia su quello dei contenuti rivendicati. Per fare questo occorre andare al nocciolo di ciò che rappresentano tali fenomeni, dotarsi di una analisi critica che poggi su una autonomia culturale ed essere in grado, quindi, di dispiegare una proposta politica che vada oltre le ricette di questi decenni.

Tutte le nazioni europee, per restare al nostro continente, sono attraversate da faglie sociali che mettono in evidenza i processi di crisi dell’impianto economico-sociale contemporaneo. Anche in settori inaspettati, anche economici, si parla esplicitamente di fine (non di crisi) del Capitalismo. Le analisi sul Post-Capitalismo e sulle possibili strade che la storia umana può intraprendere, si susseguono sempre più apertamente.

Ogni nazione, ovviamente, ha un suo specifico mix in questa transizione, uno specifico che deriva da come la ricetta neo-liberista è stata dispiegata sulla sua storia sociale e politica. Alcuni modelli sembrano più efficienti (e molti indicano quelle realtà come esempio o come dimostrazione che il modello, in realtà, sia ancora in grado di funzionare) ma pochi hanno il coraggio di ammettere che anche quei funzionamenti sono garantiti dalla riduzione dei margini economici e sociali delle altre nazioni. Un fenomeno auto-fagocitante che sta ingoiando ogni prospettiva politica e sociale. Una prospettiva che ha già tolto, alla maggioranza degli abitanti del vecchio continente, la stessa prospettiva di immaginare un proprio futuro, sia individualmente, sia collettivamente.

Ora il confronto politico in questo passaggio si è svolto, fino ad ora, tra tre soggettività. Questi soggetti e i loro interessi concreti e materiali, hanno caratterizzato la scena politica dell’ultimo decennio in tutti i paesi e hanno rappresentato le uniche narrazioni disponibili sul mercato dei media.

Da un lato c’è il soggetto rappresentato della finanza. Composto dagli interessi molteplici di settori bancari, di quelli dei mondi borsistici e degli speculatori finanziari, e di quelli rappresentati dalle entità che generano la moneta a debito, hanno avuto una collocazione centrale nella sfera pubblica. In maniera diretta o più spesso indirettamente, attraverso le loro facciate “neutre” rappresentate da organismi internazionali, da società di rating, da centri studi o da dipartimenti universitari lautamente finanziati da aziende private, hanno misurato le performance del mondo reale sulle loro “leggi”, premiando o punendo, aziende, ceti sociali o intere nazioni, perché non performanti rispetto ai loro interessi. Arrivando, addirittura, a “giudicare” e condannare esplicitamente, intere “Costituzioni” come non compatibili con i propri interessi. Vi ricordate tutta la retorica sulle Riforme? Serviva a rendere omologa alle loro esigenze anche il quadro dei diritti fondamentali di intere nazioni. La Finanza, con la sua concreta forma di interessi materiali, è stata il soggetto che ha “suggerito” gli attuali assetti decisionali (europei e nazionali). Oggi è il soggetto che “suggerisce” le politiche economiche e le corrispondenti ricette sociali, necessarie a dispiegare le potenzialità del suo “libero” fare. È il soggetto che è stato raccontato e fatto vivere come un’entità “naturale” alla cui logica di esistenza e di movimento, l’intero fare umano avrebbe dovuto piegarsi. Uno dei più grandi errori commessi dalla politica, in questi decenni, è stato quello di smaterializzarne le forme, di rendere opaca la sua struttura e la sua natura, di de-umanizzarne la sua composizione, i suoi interessi di classe. Esistono interi settori sociali, infatti, che vivono (e vivono bene) occupando questo posto privilegiato all’interno delle dinamiche di funzionamento delle società umane. E che, inoltre, hanno il privilegio, garantito da una politica succube e subalterna, di indicare le norme che devono presiedere al proprio funzionamento e comportamento. Una cosa che, prima di ora, non era mai stata concessa a nessuna struttura sociale o produttiva. O forse solo ai Re e ai Papi, e non sempre.

Dall’altro lato si trovano le forze politiche che si sono letteralmente contese, nelle varie nazioni, il “diritto” a far applicare tali modelli e tali scelte. Ricavandone privilegi e potere personali e di gruppo. Di volta in volta, e di paese in paese, sono state caratterizzate da forze che avevano una storia “moderata” o di “sinistra”. Spesso hanno dovuto garantire il processo sedendo entrambe nei gabinetti di regia, attraverso il dispiegamento di quelle “Grandi coalizioni” o di “Governi tecnici”, necessari a fornire maggioranze totalizzanti in modo da far applicare le dure ricette anche in situazioni complesse. Una competizione politica che, al massimo, mirava a “interpretare” il copione scritto a livello continentale (e/o planetario che dir si voglia…). Non è un caso che le differenze tra queste forze politiche si poteva misurare, ad analizzare bene le cose, per impercettibili differenze e non sull’impianto economico-sociale di riferimento. Casomai su quelli soggetti sociali dovessero essere maggiormente tutelati o privilegiati. Le differenze si segnalavano, sempre più spesso, solo su terreni sostanzialmente “neutri” per l’impianto economico-finanziario, come per le vicende dei diritti civili. La “competizione politica si giocava sulla produzione di differenziazioni, all’interno dei corpi elettorali, che avevano sostanzialmente il compito di non far parlare di “Politica”, cioè delle forme e degli assetti dei poteri esistenti e delle scelte sociali ed economiche necessarie al suo mantenimento o alla sua trasformazione. Una grande operazione di oscuramento che però segnalava e stimolava un aumento della consapevolezza del sé degli individui, che sarebbe stato un fattore politico nuovo nella fase che si sarebbe aperta, soprattutto sotto la pressione dei nuovi modelli relazionali abilitati dalle tecnologie digitali dei social.

Il terzo soggetto, ultimo per apparizione sulla scena, è rappresentato da quelle forze politiche o movimenti sociali che hanno compreso, prima di altri, la “pancia” profonda che si stava generando nelle società contemporanee, attraverso la crisi. Queste forze spesso rimasero escluse dalla possibilità di rappresentare il potere finanziario sul territorio.  Talvolta per distanza (culturale o politica) ai processi delle politiche neo-liberiste o per contrapposizione forte con le élite locali che avevano già conquistato il diritto alla “rappresentanza” ed occupato il posto. Questa difficoltà impediva la possibilità di interpretare i bisogni di classi sociali che avevano trovato una propria “collocazione” (alta o bassa che fosse) all’interno del sistema. Considerate marginali, “esterne”, spesso definite “incolte” (proprio perché, marginalizzate dai processi di costruzione del consenso) risultavano esterne o al massimo marginali o complementari ai meccanismi di gestione sistemica.

 

Mentre la politica sistemica si occupava delle classi sociali allocate con le ricette economiche e politiche di questi anni, le forze esterne, che non erano in qualche modo connesse con i meccanismi sistemici, intercettarono per prime i linguaggi e le emozioni che si generavano nei corpi sociali investiti dalla crisi. Risulta paradossale, a vedere le cose oggi, come sia possibile che ci siano ancora forze politiche che non abbiano compreso il passaggio di fase e affidino i loro messaggi ai linguaggi precedenti, tentando di rassicurare le classi sociali che hanno garantito e tutelato in passato e che, invece, sono investite dalla crisi. Risultano più avanti le percezioni diffuse nelle persone che le analisi (per non parlare delle proposte) di alcune forze politiche. È racchiuso qui il motivo più profondo per cui la stessa sinistra cosiddetta radicale, ove aveva vissuto ai margini ma in sostanziale “accordo” con la sinistra sistemica, risultò incapace di avere un linguaggio e un’analisi adeguate ai processi che si dispiegavano, ritagliandosi, ancora una volta, il compito di battaglie sul pano civile o etico. I movimenti cosiddetti sovranisti, però, in assenza di una analisi critica del modello economico-finanziario scelsero di percorrere una strada antica e inefficace: quella del ripristino delle “frontiere” come soluzione alla crisi.

Alcuni mesi or sono scrissi un articolo dal titolo: Il soggetto che non c’è. Sostenevo che, nello scenario politico internazionale (e in particolare europeo) il confronto politico si svolgesse solo tra questi tre attori: le élite finanziarie, i soggetti politici della globalizzazione e i sovranisti. Lo scontro politico veniva rappresentato solo tra gli schieramenti che sostenevano le logiche delle politiche neo-liberiste (nelle varie formulazioni e sfaccettature) e i loro apparenti “contestatori”, cioè i partiti “sovranisti”. Da un lato lo schema della rappresentazione binaria, tutta interna ai meccanismi dei media, impediva di articolare l’informazione. Lo stesso schema dei Talk Show, infatti, rispondeva più allo Show che al bisogno di Talk, proprio secondo lo schema degli introiti commerciali legato agli ascolti. Ma d’altro i soggetti politici e sociali che nel ‘900 rappresentavano gli interessi delle classi più esposte, si erano nel frattempo “riallocati” su altre ben più comode poltrone.

Le argomentazioni di quelli definiti dai media come populisti sulla perdita di sovranità nelle decisioni, nella produzione di moneta, nel sostanziale svuotamento della democrazia, erano poggiate, classicamente, sul piedistallo storico, quello della colpa del nemico di sempre: l’arrivo dello straniero. Di volta in volta poteva essere rappresentato dall’establishment europeo o di quello di un altro paese; oppure poteva essere il migrante in viaggio sul barcone (per restare al nostro paese…) che tenta l’avventura di una vita migliore o scappa dai disastri prodotti dalle nostre politiche neo-liberiste nelle loro nazioni. Tutti messi nello stesso calderone e tutti con analoghe responsabilità. Solo che lo straniero, nelle periferie urbane o sugli autobus o nelle metro, lo puoi vedere fisicamente. Le élite finanziarie sono immateriali, lontane e, soprattutto, hanno dalla loro l’idea di “naturalità” delle loro affermazioni e delle loro imposizioni, dispensata dai media.

Quello che mancava sulla scena politica europea era proprio il soggetto che con la consapevolezza di sé e con un progetto politico proprio e totalmente opposto a quello dell’establishment finanziario, aveva conquistato il modello di welfare state europeo. Proprio quel mondo del lavoro che aveva costruito il ‘900, risultava disperso sulla scena politica. Serviva, affermavo, una stagione nuova che facesse incontrare le ragioni del lavoro classico con quelle delle nuove tipologie di lavoro che l’innovazione sta producendo. Era necessario schierarle sulla scena politica europea, sia contro le forze politiche succube delle logiche finanziare della globalizzazione, sia dei loro apparenti avversari: i populisti, i sovranisti.

Solo questa nuova discesa in campo avrebbe prosciugato le fonti del consenso sovranista e costruito una vera risposta alternativa alla politica neo-liberista. Lo avrebbe fatto perché sarebbe andata alla radice della spoliazione della democrazia e non l’avrebbe solo denunciata. Lo avrebbe fatto perché avrebbe potuto costruire un modello di produzione alternativo alle logiche di consumo e spoliazione del mondo, della rincorsa spasmodica alla crescita perché avrebbe messo in discussione i meccanismi di costruzione del debito. Lo avrebbe fatto perché attraverso le novità delle conoscenze raggiunte avrebbe potuto re-impostare il fare umano secondo un’autorganizzazione della produzione legata direttamente ai bisogni e non al consumo. lo avrebbe fatto perché in grado non solo di produrre una redistribuzione della ricchezza prodotta, ma avrebbe potuto mettere in discussione le forme della sua produzione.

Solo il mondo del lavoro, nella sua storia, ha avuto la capacità di produrre un pensiero e una prassi realmente alternativa al sistema della finanza. Le altre contestazioni erano solo apparenti o di facciata. Come oggi.

La discesa in campo del soggetto del lavoro, però, non sarebbe dovuta avvenire in termini subalterni allo schema economico-sociale attuale, come qualcuno a sinistra ancora prospetta. Non può concretizzarsi in semplici manovre diversamente redistributive. Pena la sua inefficacia, la sua irrilevanza.

Questo è il punto che le sinistre maggioritarie che escono dal ‘900 stentano a comprendere.

Non è sufficiente auspicare un maggior rigore nell’uso delle risorse pubbliche, né annunciare la riduzione delle corruzioni o anche il taglio di alcuni dei privilegi distribuiti, in questi decenni, a questo o a quel settore sociale. Non serve rivendicare un comportamento più etico nei confronti delle problematiche derivanti dai flussi migratori o annunciare qualche intervento a difesa dell’ambiente. Né serve rivendicare semplicemente una “diversità” ideologica se non si conosce come affrontare le sfide aperte dai processi di innovazione degli ultimi 50 anni.

Non possiamo lasciare soli i lavoratori ungheresi a difendere una idea di vita e di lavoro. Non possiamo lasciare i Gilet Gialli alle loro sfuriate rivendicative che allungano la lista degli obiettivi a secondo delle settimane. Non possiamo lasciare da soli i lavoratori inglesi. Dobbiamo chiedere scusa al popolo greco, a quello portoghese per averli lasciati soli pensando che la crisi sarebbe fermata sui vari confini nazionali. I sindacati europei, in primo luogo, ma anche le forze della sinistra residue dovrebbero capirlo e alzare ora la testa per non piangere, tra un po’, le lacrime di coccodrillo della fine del modello sociale europeo.

Questa nuova lotta può costituire la vera novità del 2019. A patto che essa sia in grado di produrre due discontinuità con le prassi correnti a sinistra.

La prima era quella di iniziare a pensare a delle lotte che siano all’altezza della dimensione internazionale nella quale avvengono le decisioni e le strategie sia sulla produzione e circolazione delle merci, sia sulla produzione e la circolazione della moneta unica. Serve una narrazione che sveli la vera natura e i meccanismi della finanza. Non si può lasciare alle forze sovraniste la critica alla matrice del sistema. Serve lanciare una mobilitazione che esca dalle forme resistenziale degli ultimi tre decenni e rilanci una centralità del lavoro come centro delle scelte e delle priorità della politica. Serve una rivendicazione che unifichi il destino del lavoratore di Malta con quello della Lettonia, che sappia indicare un modello di welfare unico, con diritti unici e una nuova dimensione continentale dei contratti collettivi di lavoro. Proprio il mondo del lavoro, che dalla sua dimensione internazionale aveva costruito un immaginario anticipatore delle dinamiche della storia, deve oggi rilanciare una stagione di lotte unitarie con obiettivi concreti che rompano i dumping sociali che si sono prodotti in questi decenni.

La seconda che sappia indicare un’uscita che sia compatibile con il tentativo, reale, di fermare il disastro ambientale. È di oggi la notizia che il 2018 è stato l’anno più caldo dal 1800. Il pianeta si avvia al disastro con la complicità di molti e l’ignavia dei più. Per fare questo serve una proposta che indichi una uscita dalla logica del consumo, la logica che impone la necessità di una crescita costante che, a sua volta, è figlia della costruzione della logica monetaria a debito prodotta dall’establishment della finanza.

Non stiamo parlando di semplice “eticità nuova nei comportamenti dei singoli”. Certo ci vuole anche questo, naturalmente. Certo che è nelle nostre mani anche produrre comportamenti virtuosi. Ma è il modello che va messo in discussione oggi. Il tempo è scaduto.

È per far questo che serve una politica nuova e che non basi le proprie scelte solo sul passato e sulle dinamiche che hanno portato il mondo sull’orlo del baratro. Serve comprendere che la trasformazione introdotta dalle tecnologie digitali può rappresentare un’opportunità. Occorre uscire dal confronto tra chi sostiene che Robotica e Intelligenza Artificiale distruggeranno milioni di posti di lavoro senza crearne che alcune migliaia o quelli che, sulla base delle rivoluzioni tecnologiche del passato, si affidano alla mano invisibile della provvidenza sostenendo che arriveranno nuovi lavori nel futuro. La sinistra deve saper indicare che con la potenza del digitale e la conoscenza raggiunta dall’umanità, è oggi possibile ripensare la stessa forma della società, dei suoi poteri, delle sue stesse finalità. Riprendere, cioè, la sua funzione trasformatrice della sua proposta. Serve riprendere la lotta per un altro potere.

È per questo che le mobilitazioni di questi giorni possono lasciar intravvedere un nuovo spazio. Alcuni segmenti delle società europee non sono più disposte a subire semplicemente la crisi, ma si dibattono in assenza di prospettive strategiche. Rivendicano ancora un semplice diritto al consumo, proprio perché manca una politica che sappia indicare diritti più alti e addirittura più importanti per le loro vite.

Ma per fare questo serve una sinistra diversa, una politica nuova. Serve saper indicare ai lavori tradizionali una strada che li faccia entrare nella sfera del XXI secolo. Serve saper indicare, alle nuove forme di lavoro che il digitale ha abilitato nella produzione immateriale, nuove forme di tutele che oggi non esistono. Ma per far questo serve comprendere il senso, le dinamiche e la natura del nuovo lavoro. Serve evitare di prospettare al nuovo lavoro che avanza l’orizzonte della sua trasformazione in lavoro salariato, dequalificato e con basse tutele. A tutto questo ci pensa già il Capitale. Per questo serve una discontinuità, una rottura della contiguità delle organizzazioni politiche e sindacali delle sinistre alle politiche economiche che sono state egemoni in questi trent’anni.

Serve la capacità di indicare un percorso nuovo. Non bastano nuove persone che continuino a indicare le vecchie strade.

Quello che pervade la società contemporanea, oggi, è una duplice consapevolezza. Una percezione di irrilevanza e la consapevolezza che il pianeta sia ormai fuori controllo. Tra questi due pilastri, tra queste Scilla e Cariddi, occorre indicare un percorso politico, una strada da far percorrere alla società che porti verso territori con nuove certezze, non quelle dei modelli di welfare del ‘900.

Solo la capacità di unificare i percorsi politici del vecchio e del nuovo mondo del lavoro potranno indicare la possibilità di una società che abbia un grado di libertà più alto di quella esistente. Forse addirittura di salvare la stessa civiltà umana.

Il soggetto politico, a ben vedere, c’è. Anche se per ora cammina da solo…

 

(Sergio Bellucci)