L’assemblea nazionale di Non una di meno tenutasi il 7 e l’8 ottobre scorso aveva proclamato lo stato di agitazione permanente. E dopo l’imponente manifestazione a Roma del 24 novembre, il movimento torna a battere un colpo in vista dello sciopero internazionale delle donne l’8 marzo prossimo.

No al sessismo e al razzismo. No alla violenza sulle donne.

Per il terzo anno consecutivo le donne di molti Paesi del mondo si asterranno dal lavoro produttivo e di cura. Da venerdì 8 febbraio, giorno del presidio a Bologna, passando per Modena sabato 9, è iniziato il countdown anche nella nostra regione. Un mese di iniziative per spiegare le ragioni attorno alle quali anche nel 2019, si invita “chiunque rifiuti l’alleanza tra patriarcato, razzismo e neoliberalismo a incrociare le braccia e a interrompere ogni attività lavorativa. Formale e informale, gratuita o retribuita, dentro e fuori casa”, spiega un comunicato.

“Quello femminista sarà il primo sciopero politico contro le politiche razziste, sessiste e patriarcali di questo governo e dei governi che, in tutto il mondo, stanno attaccando le donne e chiunque lotti contro l’oppressione e lo sfruttamento. Sarà sciopero contro il disegno di legge Pillon su separazione e affido, che attacca le donne strumentalizzando i figli, e contro le mozioni anti-aborto. Sarà sciopero contro la violenza economica e una finanziaria che ha reso il reddito di cittadinanza un dispositivo di controllo classista. Sarà sciopero contro la legge Salvini, che impedisce la libertà e l’autodeterminazione delle migranti e dei migranti, legittima la violenza razzista e prova ad ammutolire il dissenso. Sarà sciopero dei generi e dai generi, dal lavoro di cura e da tutte le altre forme di oppressione che l’eteronormatività e il sistema patriarcale incitano”.

Il comunicato prosegue fornendo alcuni numeri che sostanziano le ragioni della mobilitazione.

“In Italia una donna su tre tra i 16 e i 70 anni è stata vittima della violenza di un uomo, quasi 7 milioni di donne hanno subito violenza fisica e sessuale, ogni anno vengono uccise circa 200 donne dal marito, dal fidanzato o da un ex. Un milione e 400 mila donne hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni di età. Un milione di donne ha subito stupri o tentati stupri. 420 mila donne hanno subito molestie e ricatti sessuali sul posto di lavoro. Meno della metà delle donne adulte è impiegata nel mercato del lavoro ufficiale, la discriminazione salariale va dal 20 al 40% a seconda delle professioni, un terzo delle lavoratrici lascia il lavoro a causa della maternità. Lo sciopero è la risposta a tutte queste forme di violenza e alla deriva reazionaria e autoritaria che, senza sosta, sta avanzando in Italia come nel resto del mondo. Per questo è stato sciopero globale e deve continuare a esserlo”.

Per un’ampia adesione

Verso lo sciopero dell’8 marzo

In Italia lo sciopero generale per l’intera giornata di tutte le categorie pubbliche, private e cooperative è già stato proclamato dalle sigle sindacali CUB, USI e USI-AIT, USB, SGB, Confederazione COBAS – SI Cobas, ADL Cobas, Cobas Comitati di Base della Scuola e SLAI Cobas per il sindacato di classe – per garantire un’astensione dal lavoro produttivo e riproduttivo, nonché il coinvolgimento di tutte e tutti: lavoratrici e lavoratori, donne, lesbiche, persone trans.

Le femministe inoltre in questi giorni sono a fianco delle lavoratrici di Italpizza a Modena che,

“con la loro lotta, hanno già dimostrato come lo sciopero sia l’unica risposta efficace contro lo sfruttamento lavorativo e il subdolo ricatto che subisce soprattutto chi vive la duplice condizione di donna e migrante”.

In questi tre anni lo sciopero femminista ha coinvolto circa 70 Paesi: dal Brasile alla Spagna, dall’Ungheria all’Argentina. Fino all’Italia dove lo scorso anno in circa 70 città centinaia di migliaia di donne hanno incrociato le braccia e sono scese in piazza.

Si riparte quindi dal movimento femminista (e dalla manifestazione sindacale ieri nella capitale), per manifestare un’opposizione che, più che nelle sedi della democrazia rappresentativa, è nel Paese e si fa sentire nelle piazze. Un popolo che non si riconosce in un sistema in cui il sessismo, il razzismo, le disuguaglianze e le ingiustizie sono sempre più strutturali e tanto meno nel Governo giallo verde.

Fenomeni che non riguardano solo le donne. Come sottolinea un recente post su Facebook di Lea Melandri (femminista storica) ogni discriminazione impatta su un’altra.

“Sessismo e razzismo” scrive Melandri, “rivelano oggi di avere una comune matrice nel potere del sesso che, riducendo a «nuda vita» il corpo del diverso – le donne, l’ebreo, il migrante, lo straniero -, ne ha deciso il destino, cancellato o limitato la libertà, sfruttato la forza lavorativa”.

Su questa trasversalità più o meno parziale si rivela la violenza di un sistema patriarcale che riduce tutto a categorie economiche marginalizzando le persone e la loro titolarità di diritti nella sfera pubblica e privata.

Non ideologia ma contenuti precisi su cui l’8 marzo il movimento femminista (termine a cui negli ultimi decenni si è attribuita pretestuosamente un’accezione negativa, quasi pericolosa, astorica) invita il Paese a resistere e a continuare ad opporsi. Prendere posizione su temi concreti è un potere che occorre esercitare senza appartenenze e sulla base dello stato di cittadini e cittadine con il diritto di avere voce sulla vita e sulla società che vogliamo per il futuro.

Assistiamo oggi a un movimento politico con una visione ampia che evidenzia il carattere trasversale e di sistema della condizione di chi sta peggio ed è maggiormente colpito dalle politiche attuali e dalle ingiustizie in esse contenute. La messa in discussione delle conquiste delle donne è oggi un segnale di arretramento per l’intera società che rivela la violenza culturale e materiale di un sistema non più tollerabile e disumano per tutti.

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(v.g.)