Faenza. Monica Guerra, poetessa faentina, è stata inserita in una pubblicazione statunitense a cura della “North east Modern Language Association” NeMLA, un’organizzazione culturale con sede amministrativa all’università di Buffalo, che accoglie studiosi affermati ed emergenti con lo scopo di guidare e supportare le nuove generazioni, interpretare e approfondire la storia, il territorio e l’identità, riconoscendone inoltre i complessi processi della trans-culturalità che arricchiscono e a volte complicano la nostra modernità.

NeMLA celebra il suo cinquantesimo anniversario con una “Anniversary convention” al Gaylord national in Washington DC, dal 21 al 24 marzo. Il tema che verrà sviluppato nella convenzione è “Spazi transnazionali: Intersezioni di Culture, Lingue e Popoli”. Nell’ambito della convention, vi sarà un incontro riservato alla poesia italiana transnazionale che avrà luogo venerdì 22 marzo, 11.45-13.00, Eastern Shore 3, Gaylord National Resort Center, Washington.

Verrà inoltre stampata una pubblicazione speciale nella sezione degli Studi italiani, Journal of Italian Studies, dal titolo “Scrivere in una lingua diversa: Poesia italiana translazionale”, curata da Alessandro Canzian – Samuele Editore e Simona Wright – the College of New Jersey, presidente del NeMLA.

Nella pubblicazione, NeMLA, volume XL, 2018, saranno presenti autori non inglesi, ma che hanno scelto la lingua inglese per le loro produzioni poetiche: Ilaria Boffa, Moira Egan, Monica Guerra, Allison Grimaldi Donahue. Baret Magarian, Sandro Pecchiari, Brenda Porster e Rachel Slade.

Ogni poeta è introdotto da un saggio critico. Nell’introduzione della pubblicazione viene evidenziato come scrivere in una lingua ‘altra’ sottintenda dimestichezza con la letteratura, o, meglio, le letterature, con le tradizioni orali e scritte di entrambe le lingue. La lingua dei partecipanti è strettamente collegata alla vasta esperienza del passato dell’Italiano che vanta una tradizione letteraria importantissima. Da una parte questa tradizione serve come fonte di ispirazione perenne per rielaborare e ripresentare temi, dando loro una nuova vita e un nuovo aspetto, ma dall’altra parte questa ricchissima eredità può diventare un peso che condiziona gravemente le voci emergenti.

Questa contraddizione ha sviluppato e sviluppa sperimentazioni, ben riconoscibili nella ricerca letteraria dell’intero secolo scorso attraverso tutta la storia sicuramente travagliata, contradditoria e spesso deludente del paese.

Va inoltre sottolineato che nelle realtà globalizzate e transnazionali in cui viviamo il numero degli autori che scelgono una lingua ‘altra’ per le loro opere poetiche è in continua crescita. Si giunge a tale decisione per varie ragioni: la più comune riguarda una personale esperienza di spaesamento, di migrazione o di trasferimento e con diversi gradi di ambivalenza, di disagio o di aspettative. Esplorare e confrontare un altro sistema linguistico significa, di fatto, aprirsi a un laboratorio dove la propria lingua è esaminata, analizzata nelle sue componenti e sfidata. L’inglese è divenuto, per questi autori, uno spazio creativo all’interno del quale il superamento dei confini produce contaminazioni originali e (questo è l’auspicio) nuove forme d’espressione poetica.

Questo gruppo di autori, scrivendo in Inglese, si lancia in una sfida coraggiosa poiché la lingua inglese non è molto diffusa nel paese né parlata correttamente. Nella loro esplorazione e confronto con un sistema linguistico differente, questi autori hanno aperto un laboratorio dove la loro stessa lingua viene esaminata, smontata, rimontata e sfidata. L’Inglese per loro diventa quindi uno spazio creativo dove l’andare oltre i confini può produrre impollinazioni inaspettate e sperabilmente nuove forme di poesia. Questa operazione ha come obiettivo il raggiungimento di un livello di autenticità che è la diretta conseguenza di un incontro/scontro linguistico e culturale in uno spazio transnazionale sconosciuto.

Questo e molto altro sarà discusso da Ilaria Boffa, Monica Guerra e Sandro Pecchiari (tutti e tre poeti Samuele Editore) che saranno presenti in rappresentanza della casa editrice e degli altri poeti impossibilitati a partecipare alla convention nella sessione “Transnational Italian Poetry”.

Ilaria Boffa, di Padova, ha pubblicato, nel 2016, la raccolta di poesie “Periferie/The Bliss of Hush and Wires”, Samuele Editore, 2016 e nel 2015 “Spaces” nel 2015. Si occupa di esplorazioni linguistiche attraverso contaminazioni tra poesia e musica.
Nei suoi libri e in quello in pubblicazione, “A Million Sounds”, Samuele Editore, 2019, si approfondisce la sua sperimentazione artistica basata sulla nozione di ‘field recording’ che le permette di esplorare l’interazione tra i suoi versi e i problemi concernenti la globalizzazione ed il riscaldamento globale.

I.
Underneath the Sycamore tree, intruders rest their shadows.
Peculiar hats, long tousled hair, pale skin, hands.
Secular the gaze in the eye.
That place beneath the surface where everything
happens and visitors confuse their luggage.
Is going down an attempt to avoid constraints?
Severing any relationship with the present.
In that instant intruders arrive.
Deprived of repose, they linger – dowsers of stars and remains.

II.
Perhaps when yesterday comes again
it will bring the aroma of a looming aurora,
heaving and pristine.
And we’ll talk about the end of the world,
million dollar hotels under urban heavens.
I’ll be your Eloise.

III.
Would you come to the suburbs?
She endures fires and misery,
she drives to the underpass,
she shares the celestials.
Would you?
Periphery is physical awareness
of discontinuity.

Monica Guerra, di Faenza, ha pubblicato “On the Threshold / Sulla Soglia”, Samuele Editore, 2017 e due altre raccolte precedenti Segni di Sé, 2015; Sotto Vuoto, 2016. L’autrice si occupa di formazione presso istituti pubblici e privati ed è promotrice di eventi culturali sul territorio. Monica Guerra è presidente dell’associazione Independent Poetry.
Nelle poesie presentate, Monica Guerra rimane fedele alla sua poetica che condivide molto della tradizione ermetica del primo ventesimo secolo. Il lettore di lingua inglese ne viene spronato a rintracciare quelle tendenze in una poesia che rispetta stile e modi che privilegiano versi definiti e cesellati. Versi che lo conducano a momenti illuminanti di introspezione.

I.
cruel and reddish air
always craving the rain
while slow lying stones
stir the water’s faults
a precarious silence floats
this is the fraud
the green desert the expectations
always near but then
they never happen

II.
a cursory peace
among squirrels’ fingers
and concrete, giving up
is a wild green
fast setting
a mumbled melancholy
but you, unroll your lashes
ruffle the virgin nests
among your hair on your breasts
in a deserted den
truth trembles free

III.
it is just cuddling the pain
stroking its head and holding on
that gains the day and lightens
the rainy nights when the windows don’t ring anymore
the windy days stay still among the rows
and the acid cold reclaims its sorrow cape
under there under the folds
the miracle unfolds while outside everything burns
this sliced sun burns, the word in your throat burns
a silent moon begs for armistice

Sandro Pecchiari, di Trieste, ha pubblicato quattro raccolte di poesia: “Verdi Anni”, “Le Svelte Radici”, “L’imperfezione del Diluvio / An Unrehearsed Flood” (bilingue) e “Scripta non manent” con la casa editrice Samuele Editore. Suoi lavori sono stati tradotti in numerose lingue straniere e sono visibili in antologie non solo italiane. Assieme ad Alessandro Canzian, Federico Rossignoli, Mario Famularo e Carlo Selan cura il ciclo di poesia Una Scontrosa Grazia (Trieste, Libreria TS360).
La silloge presentata, “Kidhood”, interroga e esplora la lingua, la sua provenienza, e il suo modificarsi, diventando adulti. Una lingua che continuamente si confronta con il significato del mondo attorno e dei possibili sentieri per percorrerlo. Una lingua-cibo, assunta e appresa dalla natura.

I.
We sucked from udders,
hiding friendship in the cowsheds
wearing it like drops of white mulberries
on our lips, not showing off.
The river at the wind was our fence,
the fence a border
to foreign kids and fights –
at times we crossed at fords to barter
for long reeds or fish,
lending our own world
borrowing words or weapons.
Ditches dug around our houses,
doubled summer
huge unending clouds –
our wilderness drowned in buckets
of sun-warmed water
– left out all afternoon –
to wash away our mud,
to wash us back
into a world of order.

II.
our questions hushed
into days of mallow buds and berries:
the world was food for us.
our time spurred a new language of nettles,
against our skins
scattered scraps of words
open-hand sore pricking
cicadas spoke for us.

III.
time to round up the wagons of a real “being there”
rounding up with what we are deep down.
Sounds are men, they live through times,
resound and make us proud
of being in unison sometimes.