E’ la forza la regina del mondo non già il pensiero. (Pascal)

La crescita deve essere sostenibile e inclusiva.
Questo è il primo comandamento di una sinistra che ritrovi coscienza di sé e il gusto della sfida per cambiare il mondo.
Non serve un Concilio per ribadirlo.
Bisogna osservarlo.

Il count down della vita sul pianeta è iniziato mezzo secolo fa quando il Massachusetts Institute of Technology scosse le certezze ottocentesche segnalando che il modello di sviluppo onnivoro che ci ha dato il benessere aveva oltrepassato il limite della sostenibilità e, come una enorme tenia, stava divorando la ricchezza, la bellezza e il futuro della Terra.

Da quel momento sappiamo.
Ogni omissione è diventata colpa.
Tempo ce n’è stato, e occasioni, per esplorare nuove vie, per indirizzare l’intelligenza dell’homo sapiens verso la costruzione di un nuovo modo di produrre, di consumare e di vivere.
Tempo sprecato.

Kyoto, Parigi, tanta polvere è stata sollevata ma quel che resta è solo il sapore acre del particolato che penetra nei nostri polmoni.
In tutta la Padania, la parte “più avanzata” del Paese, negli ultimi decenni, con governi, governatori e sindaci di ogni colore, non è stato fatto niente di importante, di strutturale per cambiare lo stato delle cose.
Nessuno si è indignato, nessuno ha suonato le campane a stormo per chiamare a raccolta la comunità.
Non tutte le opere pubbliche sono ugualmente utili, se no tanto vale costruire piramidi, che sono così belle e nel Delta del Po sarebbero una grande attrattiva.
Capitali immensi e uno sterminato esercito di cervelli vengono impegnati in ogni parte del mondo per produrre cose futili che dovrebbero renderci felici e poco più di nulla facciamo per combattere la madre di tutte le battaglie.
Lo spreco di risorse culturali è forse superiore allo spreco di quelle materiali.

Guardando agli esempi positivi che ci sono in giro si può ben dire che non c’è mai stata una distanza così grande fra quello che si potrebbe fare e quello che non si fa.
La variabile demografica è fuori controllo, prigioniera dell’ignoranza, delle speculazioni politiche , razziali, religiose perfino; le traiettorie dell’economia e dell’ecologia, lungi dal ricongiungersi ancora divergono o, al massimo, corrono parallele verso un illusorio infinito; il cerchio che Barry Commoner ci sollecitava a chiudere è più aperto che mai.

Solo Greta lo ha compreso.
Non Trump, non Salvini, e nemmeno noi, non abbastanza per salvarci l’anima.
E fare la pace con la Terra.
Nemmeno fra gli uomini, in verità, riusciamo a far pace.

Il rapporto fra crescita economica e benessere delle persone, su cui si è retto l’equilibrio, anche democratico, faticosamente costruito in Occidente nel secolo scorso, si è spezzato.
La produzione di ricchezza resta il fondamento di tutto ma la sua redistribuzione è diventata umanamente inaccettabile e socialmente insostenibile.
Si è aperta una faglia regressiva nella quale precipitano non solo i redditi ma anche i diritti e le opportunità di autorealizzazione delle persone.

All’indomani della caduta del muro di Berlino Galbraith scrive : “credo che i Paesi dell’est scopriranno presto che il mondo di Friedrich Von Hajek ( il teorico del liberismo puro) non è il mondo in cui la gente ha voglia di vivere”.
Lo ha scoperto anche la gente dei Paesi dell’ovest, che in quella versione, dai tempi di Dickens, non l’aveva mai conosciuto.
La caduta dei regimi comunisti ha rappresentato una vittoria della libertà e, assieme, la licenza ai lupi di divorare a piacimento gli agnelli, in ogni parte del mondo.
È stato sempre così, ogniqualvolta gli spiriti animali del capitalismo non sono stati imbrigliati da principi etici e da norme impegnative.
È stato sempre così quando non hanno incontrato una salutare, risoluta azione di contrasto sociale.
È per reagire a condizioni come queste che nella seconda metà del diciottesimo secolo, nel vivo della rivoluzione industriale, prende forma la sinistra moderna, nelle espressioni politiche e sindacali che stentano oggi a padroneggiare il grande rivolgimento del mondo.

Sarà ora di cominciare a riflettere sulle cause profonde che hanno generato l’empasse storica della sinistra.
E di dire che, al netto della mediocrità degli interpreti, intrecciare assieme, come nel simbolo olimpico, il cerchio dell’ecologia, il cerchio dello sviluppo e quello di un’equa ripartizione della ricchezza, fra i popoli e fra i gruppi sociali di uno stesso Paese, senza strumenti internazionali in grado di abbracciare l’insieme, è un’opera improba.
Cambierò opinione quando qualcuno dei critici del riformismo tirerà fuori qualche idea decente.

Prima noi dei cinesi temo dipenderà anche dai cinesi, e presto verrà il momento di dire prima chi fra gli italiani.
Dobbiamo prendere il toro per le corna e non ballargli attorno.
A meno di pensare davvero che tutto sia dipeso da Renzi che non ha visto la mucca.
O credere che si possa affrontare il problema del lavoro ripartendo il monte ore delle imprese artigiane del nord fra i disoccupati del sud, come sembra pensare l’amico DeMasi.
Quando il nodo è aggrovigliato viene la tentazione di tagliarlo, ma poi qualcuno dovrà farsi carico di riannodare i fili.

Che al centro dei pensieri di una forza riformatrice, in questa economia senza l’uomo, come la chiama Ceronetti, e non di rado contro l’uomo, debbano esserci i bisogni e, per chi voglia esagerare, la felicità delle persone, è una necessità storica.

Ci siamo forse spinti troppo oltre.
Nel punto in cui andare avanti significa tornare indietro.
Non c’è un avanti senza un dove, senza un come.
Non c’è salvezza per la Terra, non c’è benessere per otto miliardi di persone, non c’è giustizia sociale.
L’umanità si deve dare un nuovo principio ordinatore.
E la sinistra deve assumere questa missione, unendo il pensiero all’azione.
“I lupi non uccidono i cervi sfortunati, osserva il protagonista del bel film I segreti di Wind River, uccidono quelli deboli”.
È il caso di non dimenticarlo.

(Guido Tampieri)

Ps. Nell’anno in cui celebriamo il genio di Leonardo Da Vinci, volgendo lo sguardo attorno ci tormenta il dubbio di aver già avuto.