Imola. Cosa è successo alla mia città? Cosa sta succedendo alla mia città? Oggi è il quindici marzo, sono le dieci di mattina. Il ripetersi pigro delle stesse cose, dai tavoli dei bar pieni di persone che si gustano l’espresso insieme al primo caldo sole, al piccolo bimbo che attraversa la piazza sospingendo il girello a lui destinato, alla coppia di giovani donne che passeggiano sorridendo ben attente a mostrarsi e contemporaneamente ad osservare la possibile attenzione di altri, assumono l’aspetto e la consistenza di un silenzio assordante, di un’assenza ingiustificata ed ingiustificabile, di una pesante colpa. In questo preciso momento in molte città d’Italia, dell’Europa e del mondo moltitudini di giovani, ragazze e ragazzi, stanno sfilando per le strade della loro città facendo udire ben forte il loro grido: “Non rubateci il futuro: è nostro preciso diritto sperare di godere di un mondo, di una natura, di un ambiente tale e quale a quello goduto da voi, adulti colpevoli di insistere nella propria colpevolezza”.

I minuti passano e neppure l’ombra di un pur sparuto gruppo di giovani vite intenzionate a far sentire la propria presenza, la propria voce. Mi scopro a gironzolare qua e là in cerca di speranza. O forse di un giustificato ritardo. Magari di un disguido. Decido di salire al primo piano del Palazzo comunale per cercare di capire: la scena è desolante, triste, disarmante. Una sparuta decina di persone siede in silenzio in attesa di qualcosa che dovrà pur accadere. Un paio di giornalisti, due vecchie conoscenze complici di tante battaglie (tutte perse), il caro amico Sanna mi sorride accantonando per un attimo la sua preziosa macchina fotografica (preziosa per tutti noi): il silenzio. Dal fondo della sala, seduto sugli scanni destinati agli assessori e altri rappresentanti del Comune si ode una voce in cerca di giustificazione tentando di coprire la pesante assenza giovanile ricapitolando in poche parole la vasta parabole dell’esperienza umana che ha sempre cercato dentro e attorno a sé il sistema più certo ed in fallibile per condannarsi a morte certa: il cammino del “progresso”!

Sono certo che seguiranno incontri e dibattiti più o meno partecipati, interrogazioni e domande, ricerche affannose di giustificazioni, di impedimenti, di scuse. Poi verrà la volta delle accuse, delle indicazioni di colpa, di oscuro intento. Si parlerà di mancanza di informazione, di lacune nel rilascio del messaggio, udremo per certo una lunga sequela di indicazioni di complotto politico, da un lato quello che ha giocato tutto sull’insuccesso della manifestazione per non portare acqua fresca al mulino del momentaneo vincitore e dall’altro lato il non aver troppo spinto sulla partecipazione in modo che non si creda ad un successo di pubblico ostile all’attuale comandante. Volerà qualche nome più o meno sussurrato. Si accennerà senza dubbio alla prossima volta…

La verità è che tutti abbiamo perso. Ha perso l’insegnante non importa se di greco, o di tecnica, o di matematica o di letteratura che non ha preso per mano i ragazzi a lui affidati accompagnandoli verso la piazza per far sentire la propria voce; ha perso il dirigente scolastico che non ha percorso i corridoi dell’istituto a lui affidato redarguendo il corpo insegnante per non aver capito in tempo che oggi la lezione la fa la piazza, hanno perso i politici tutti troppo intenti a punzecchiarsi l’un l’altro incapaci di intravvedere il vero bene comune, hanno perso i genitori tutti che non hanno dato pesanti ceffoni ai propri figli indolenti e troppo assenti in una gara che appartiene a loro per diritto di vita e far comprendere loro l’importanza di non cadere nello stesso errore portato avanti per troppo tempo da loro stessi. Ha perso la mia città, nel silenzio della sua splendida piazza, troppo vuota.

Là, in fondo all’Aula comunale quella solitaria voce enumera cifre che quantificano masse di veleno, programmazioni economiche unicamente rivolte al guadagno di pochi e alla sconfitta di molti, itinerari politici ciechi, stupidi, vuoti di verità e ancora errori, presunzioni, malaffare, avidità. In poche parole l’uomo. Noi.

Cara piccola Greta, così fragile ma dura, indifesa nella tua giovane età e così certa della tua forza, aiutaci a comprendere i valori delle priorità: la mia città si è persa in un cappuccino con brioche fresca e fragrante, profumo di caffè e primo sole, antagonismo politico e desolante ignoranza. Vieni a sederti sotto il portico del palazzo Sersanti, salotto buono della città e insegnaci il “come si fa”. Ti aspetto.

(Mauro Magnani)