Imola. Il ceto medio, anche in città, sta scivolando verso la cosiddetta “nuova povertà”. Il rapporto 2018 della Caritas Diocesana conferma le preoccupazioni destate dall’Istat a livello regionale secondo le quali il 29% delle famiglie non riescono a risparmiare o a far fronte a spese impreviste mentre la percentuale delle famiglie che giudicano difficile o molto difficile la loro condizione economica è del 20,7% (dati riferiti al 2016: ultimo anno disponibile).

“C’è una precarietà lavorativa sempre più estesa, di cui il nostro Centro di Ascolto è triste testimone, che sta sfibrando le persone, demotivandole. C’è una fragilità sempre più ampia che impedisce alle famiglie di reagire come dovrebbero. Perché questa impotenza? – si chiede la Caritas -. Questo Rapporto annuale vuole essere un appello a tutte le forze sociali affinché con umiltà, senza pregiudizi o ideologismi, ci si possa mettere a sedere per affrontare i problemi di questa città, in sinergia di intenti. Noi, nel tempo, pensiamo di aver dimostrato la disponibilità a farlo: abbiamo rinunciato alla distribuzione diretta di viveri contribuendo a far nascere l’Associazione No Sprechi, costituita da sette Associazioni; abbiamo creato un’Impresa Sociale, autonoma, specializzata nell’Housing sociale, insieme a chi si è reso disponibile sul territorio; abbiamo condiviso il nostro know-how sul tema lavoro, mettendoci in partenariato con il Servizio pubblico. Abbiamo infine ricercato una collaborazione con altre Associazioni e con un dipartimento specifico dell’Ausl per vari progetti all’interno delle scuole superiori. Ma tutto ciò non basta e il freno a fare di più e meglio è spesso rappresentato da una concezione di bene comune che negli anni si è annacquata, sostituendola con interessi corporativi, di cui sembra non vedersi mai la fine. La nostra città deve ricalibrarsi spostando l’attenzione sul povero, sulla persona, sui bisogni da essa espressi. E da lì ripartire”.

Ma per ripartire occorre formulare delle domande semplici, vere perché ingenue, che ogni persona attenta alla vita della città potrebbe porsi. Eccole. Possibile che a Imola vi siano ancora decine e decine di appartamenti vuoti, da tantissimi anni, mentre quotidianamente vi sono sfratti e famiglie in precarietà abitativa? Possibile che non si riesca a realizzare un forte Patto per il lavoro (ben oltre il Progetto “Insieme per il Lavoro” da noi stessi promosso) fornendo una corsia preferenziale a coloro che sono già inseriti in percorsi di accompagnamento (dai Servizi sociali, da noi, dal mondo del volontariato)? Possibile che la nostra città tolleri la crescita preoccupante di persone senza dimora, costrette a vivere in case abbandonate o all’addiaccio, anche nei mesi invernali? Possibile che in città continuino a vivere diverse persone straniere divenute irregolari da anni e che non hanno alcuna possibilità di vedere sanata la loro situazione giuridica? Possibile che non si possano giudicare i servizi resi ai cittadini in termini di efficacia e non solo di efficienza, liberando così risorse per progetti maggiormente rispondenti alle nuove povertà? Possibile che a tutti i livelli, sistema scolastico incluso, sia ancora così sottovalutata la piaga del gioco d’azzardo? Possibile che non si possano incrementare adeguati luoghi di partecipazione e di crescita per quei ragazzi che non abbiano ricevuto “in eredità” dalle famiglie una forte rete sociale o sufficienti risorse economiche? Domande alle quali bisogna dare, concretamente e nel minor tempo possibile, adeguate risposte.

Gli ingressi di stranieri sono rimasti pressoché costanti rispetto all’anno precedente, ancora una volta sintomo che si è raggiunta una “saturazione numerica” del nostro Centro di Ascolto il quale, però, ha visto impegnati sempre più i suoi operatori: infatti, il numero medio di accessi quotidiani è passato dal 10,8% del ’16 al 12,7% del ’17 sino al 14,5% del ’18. La frequenza delle persone che si presentano è quindi aumentata, senza contare poi l’incremento della multiproblematicità delle situazioni che affrontiamo.

Su un totale di 381 stranieri, +2,7% rispetto al ’17, il 49% proviene dal Maghreb, il 16% dall’Europa dell’Est, il 14% dall’Unione europea.

“Per quanto riguarda la fascia di età, preoccupa vedere come il 23% delle persone che si sono rivolte al nostro Centro di Ascolto abbia meno di 35 anni – sottolinea la Caritas che ricorda -. Sono ben 290, tra persone singole e nuclei familiari, coloro che hanno un Isee inferiore a 3.000 euro, e 413 inferiore a 6.000 euro.