Ho comprato un libro: “Il discorso del potere. Il premio Nobel per l’economia tra scienza, ideologia e politica”, di Emiliano Brancaccio con Giacomo Bracci (Il Saggiatore, Milano 2019; 240 pagine, 19 euro).

L’autore ingaggia da tempo dispute intellettuali con esponenti di alto rango del pensiero dominante, dall’ex capo economista del Fondo monetario Olivier Blanchard e l’ ex premier Mario Monti, fautori di una ortodossia teorica che viene quasi sempre premiata a Stoccolma benché si sia spesso rivelata falsa nelle previsioni tossica e velenose nelle politiche.

Ripercorrendo la storia dei vincitori del Nobel per l’Economia dall’inizio del secolo a oggi, gli autori portano alla luce tutti i limiti di un premio che sembra orientato a sostenere un unico paradigma teorico e politico anche quando viene seccamente smentito dalla realtà dei fatti. Alla fine di questo percorso gli autori sollevano una domanda maliziosa: per il bene del progresso scientifico e umano, sarà forse il caso di abolire il premio.

La proposta ha sempre avuto estimatori influenti, persino tra gli stessi vincitori del premio. Il liberista Friedrich von Hayek, tra questi, temeva per esempio che il premio fosse troppo pericoloso poiché a suo dire avrebbe potuto dare lustro a degli agitatori di idee minacciose, al limite desiderosi di fomentare una rivoluzione socialista.

Tra i vincitori del Nobel per l’economia si trovano ben pochi sovversivi. Piuttosto, sono molti gli studiosi premiati che hanno eretto barriere intellettuali in difesa del capitalismo finanziario e delle politiche liberiste che lo hanno sostenuto.

Tra questi c’è Edward Prescott, le cui teorie avallano l’idea alquanto bizzarra che la disoccupazione di massa sia solo il frutto di una scelta “volontaria” dei lavoratori.

Oppure Eugene Fama, che all’indomani della grande recessione arrivò a sostenere che il mercato finanziario non può essere considerato una causa della crisi ma al contrario dovrebbe essere visto come una sua “vittima”.

O Angus Deaton, secondo il quale le disuguaglianze causate dai meccanismi del libero mercato rappresentano un carburante necessario per favorire lo sviluppo economico.

Perfino Paul Krugman, che oggi è considerato un critico severo del liberismo, è stato insignito del premio Nobel anche grazie a una sua vecchia teoria che esonerava gli speculatori da ogni responsabilità in merito alle crisi monetarie.

Tutto questo indica che l’economia è troppo condizionata dagli interessi prevalenti e che per questo il suo premio più rappresentativo tende a onorare solo i fautori di politiche favorevoli al potere costituito.

(Renato Alberani)