L’arte non da mangiare. Più ampiamente, e in senso maggiormente lato, la creazione di un prodotto destinato ad essere “consumato” diffusamente e ripetutamente, necessità di un contributo da parte del consumatore pena la cessazione o il ripetersi della creazione di un altro prodotto. Da questo principio, noto fin dall’antichità, nasce il cosiddetto “diritto d’autore”: un costo che il fruitore deve corrispondere al “creatore” dell’opera. Dalla pittura all’opera musicale, dalla scultura alla scrittura, dalla poesia alla filmografia, il principio è equanime: il costo della fruizione deve essere corrisposto.

Fino a non molto tempo fa, tale diritto trovava applicazioni sufficientemente semplici e di facile attuazione: entravi in una sala da ballo, in un teatro, in una sala cinematografica, ballavi ascoltando musica o ti emozionavi guardando piece teatrali o cinematografiche e, nel prezzo del biglietto di entrata, era compreso un contributo al creatore dell’opera alla quale avevi assistito.

Poi è sopraggiunto il web e la diffusione “facilitata dal sistema stesso”, di creazioni artistiche di ogni tipo e livello è, nella pratica, sfuggita ad ogni controllo. La natura stessa del sistema, la facilità di accesso ai dati e alle performance, la semplicità di fruizione e di diffusione del “prodotto” ha di fatto interrotto il flusso di remunerazione all’artista, al poeta, allo scrittore. Se da un lato il consumatore, facilitato dal sistema e dalla sua accessibilità, ha potuto ampiamente godere di una facile e gratuita fruizione, oltre che alla diffusione del prodotto artistico medesimo a mezzo di suo stesso intervento, dall’altro il flusso di ricchezza (pagine e pagine di incassi pubblicitari (anche sotto forma di flash) che accompagnano la lettura o l’ascolto è finito, ancora una volta, nelle tasche dei giganti del web.

Ora, dopo quasi tre anni di disputa, l’Europa, con la votazione in sede di Parlamento europeo, ha stabilito che i supporter di tale diffusione, siano essi diretti esecutori o canali di “tramite”, devono corrispondere il diritto all’autore dell’opera diffusa via etere. Sembra (e il dubbio permane in quanto i singoli stati dovranno recepire le direttive europee con tempi degni di matusalemme) che qualcosa si stia muovendo per sottrarre ai giganti delle immagini e dei suoni via etere un po’ di introiti destinati a chi fa, delle proprie capacità, la propria fonte di reddito. Ovviamente una levata di scudi si è levata in difesa dell’assoluta libertà di fruizione intravvedendo limitazioni alla libertà individuale dell’ultimo destinatario del segnale web.

Secondo un punto di vista del tutto personale e quindi degno di ogni rilievo o contestazione, ritengo corretto e doveroso corrispondere qualche euro allo scrittore del libro che sto leggendo dato che scrivere, pensare e riflettere costa tempo e fatica, e mi fa piacere contribuire alla normale vita di cinque esecutori che, dopo anni di studio, fatica e impegno mi consentono di ascoltare la splendida esecuzione del quintetto 956 di Schubert, sia che regga un libro fatto di carta, inserisca un Cd in un lettore, gironzoli assorto nelle sale di una personale di un pittore o scarichi musica da uno dei tanti siti del web. Poi, per finire, il pensiero che qualche soldino venga sottratto a chi, in troppa fretta e in modo indiretto e impersonale si è arricchito a spese di altri mi arreca un soffio di piacere. So che verrò lapidato per questo, ma in qualche modo bisognerà pur morire …

(Mauro Magnani)