Dalla finestra della camera nella quale sto scrivendo vedo unicamente la grande distesa della campagna, punteggiata qua e là di case, magazzini, ricoveri per gli attrezzi. In un appezzamento poco lontano un trattore ha già cominciato la sua lotta contro la terra, la lotta di sempre, una disputa dalla quale dipende la nostra sopravvivenza, l’alimentazione nel nostro domani. Più lontano, tanto da sembrarmi quasi nuvola bassa, la polverizzazione dell’acqua di un potente irrigatore cerca di distribuire acqua sulla terra secca e avara. Tutto qua.

Eppure mi sembra di vederli. Di vederle. Con chiarezza: nitidamente. A Verona. Dentro, l’ordine, la certezza nella decisione presa, la determinata scelta di parte che non lascia spazi a dubbi: solo certezze e assiomi. Fortunati loro! Già ieri si sono potute udire chiare puntualizzazioni, precise indicazioni, prese di parte decise e perentorie: esiste quello che si può fare e quello che non si può fare. L’esternazione a mezzo di parole che non lasciano dubbi circa quello che, da sempre, qualifica l’uomo come essere superiore, indicato da un loro Dio come destinatario della salvezza eterna. Al di fuori, e non solo dal palazzo ove al momento vengono a trovarsi, il buio, il peccato, la bestemmia, la vergogna, l’assassinio. Parole dure e decise che non lasciano spazi. La sicurezza nella via prescelta. Inderogabile. Perentoria.

Fuori, sotto un caldo sole di fine marzo, una fila più o meno lunga multicolore, variopinta, diversa. Uomini e donne in corteo reggendo numerosi e colorati cartelli. Non mancano certo le bandiere, alcune di esse ben riconoscibili nel loro significato di simbolo. Alcune decisamente di parte: non potrebbe essere altrimenti. E poi gli slogan, urlati e cantati in coro, a voce forte e decisa. Gli acuti delle donne che per natura possiedono una voce più squillante tendono a coprire i più bassi toni maschili, ma l’importante è esserci e gridare al vento la stessa cosa. Qua e là, interventi di personalità più o meno note. Poi ci sono gli indumenti, colorati e sgargianti quasi a denunciare una presenza certa.

Quasi in disparte, ma presente, la forza dell’ordine pubblico vigila con determinazione che tutto si svolga in assenza di violenza, che tra le due parti non venga a crearsi un contatto che potrebbe innescare la miccia dell’odio non represso. Se guardo con maggiore attenzione, qua e là distinguo figure più o meno note che sono giunte in città quasi certamente per questo scopo: risolvere una volta per tutte, a suon di ceffoni, percosse e bastonate la disputa in atto. I poveri non hanno ancora capito che con la violenza non si è mai risolto nulla, che la violenza determina il sorgere di altra violenza e che nell’occasionale sconfitto a furor di botte troverà sempre e comunque spazio il mal celato senso della vendetta, del rancore. Dell’odio.

Ecco, le due parti del destino dell’uomo: la disputa a suon di ragione per prevalere, per definirsi, per qualificarsi agli occhi degli altri. Cos’è sempre stato e sempre sarà. La somiglianza nel diversificarsi. La similitudine del comportamento nella diversa ricerca del risultato. Tuttavia, una differenza esiste tra le due configurazioni di pensiero e azione, una differenza mai troppo rimarcata, una differenza che deve essere soppesata e valutata con attenzione nel suo immenso valore, un valore non sindacabile, un aspetto che definisce, con estrema precisione, la sostanziale differenza nell’agire, nel scegliere, nel determinarsi: nessuno degli uomini e nessuna delle donne che si agitano e sfilano lungo la strada della bellissima Verona neppure lontanamente penserà di costringere quelli e quelle là dentro a fare la stessa scelta fatta da loro, a imporre loro scelte che non appartengono ai loro valori, a determinare situazioni contrarie al loro modo di vedere, pensare, parlare, vivere.

Non saprei, davvero, come descrivere a parole, questa immensa differenza, questo diversificarsi in un unico valore. Mi viene in mente una sola parola; nessun altra. La libertà.

(Mauro Magnani)