Bologna. Fare emergere i tanti volti del lavoro nella città di Bologna attraverso le parole dei lavoratori. Era questo lo scopo del confronto del 29 marzo, organizzato da Leggilanotizia.it in collaborazione con Cgil-Cdlm e Fiom-Cgil, presso il centro sociale Giorgio Costa in via Azzo Gardino.

Quella uscita dall’incontro è una realtà estremamente eterogenea, in cui si muovono tante categorie, dagli operai della ex BredaMenarini ai riders, passando per i lavoratori della Inditex (Zara) e quelli addetti al servizio mensa alla Dozza, in appalto alla Unilabor. Sono situazioni tra loro molto diverse, è chiaro, ma in ognuna, man mano che ci si addentra, vengono allo scoperto particolari sconcertanti. Particolari su cui c’è un assoluto bisogno di fare rumore affinché la politica si assuma le sue responsabilità, e si impegni per migliorare le cose. Ecco qualche esempio venuto fuori ieri.

Ex BredaMenarini. “Dovremmo produrre autobus, come abbiamo sempre fatto. Ma in questo momento, nello stabilimento di Bologna, regna il silenzio” riporta Maurizio Muzzicato, di IIA. Quella attraversata dai lavoratori è stata una vera e propria Via Crucis, aggravata dalla decisione di Stefano Del Rosso di trasferire l’intera produzione in Turchia (2015), dove il costo del lavoro è più basso, mentre i diritti inesistenti. In seguito la turca Karsan ha acquisito un’importante quota azionaria, che in questo momento si aggira attorno al 20-25%. Un altro 50% è spartito tra Leonardo (Finmeccanica) e Invitalia, l’ente nazionale per gli investimenti dipendente dal Mise. Manca all’appello un altro 25%, che dovrebbe essere messo da un privato, da trovare necessariamente entro la fine di luglio. Serve una vera strategia di rilancio, per l’azienda e per i lavoratori, 152 nella sola Bologna (l’altro stabilimento italiano è a Flumeri, Avellino) che non ne possono più di questa situazione di stallo che dura da troppo tempo. Infatti in tutti i tavoli al MISE, l’orizzonte è stato continuamente spostato a data da definirsi, ma nonostante l’impegno dichiarato da Di Maio per ora la svolta non si è vista.

Al contrario, una svolta c’è stata per gli operatori del sistema di accoglienza. Purtroppo, si tratta di una svolta in negativo. Come ha sostenuto Sonia Sovilla, della segreteria bolognese della CGIL, a causa dei cambiamenti apportati dal Decreto Salvini, in particolare alle modifiche relative al modello SPRAR rischiano di perdere il posto 300 addetti ”bolognesi” delle cooperative che si occupano dell’accoglienza. Ai quali si aggiungerebbero, tra l’altro, altrettanti lavoratori del mondo dei servizi, implicati indirettamente all’interno di una scelta politica profondamente sbagliata. Una scelta che potrebbe comportare, a livello nazionale, la perdita di 18mila posti di lavoro, come recentemente denunciato dalle organizzazioni sindacali in una lettera inviata a Di Maio. Oltre ad avere previsto una forte marcia indietro sul tema dei diritti dei migranti, il modello di (dis)integrazione giallo-verde ha causato quindi molti danni anche sul versante del lavoro.

Per rimanere sul tema dei diritti dei migranti, fa riflettere quanto denunciato da Ahmed, che lavora in una cooperativa che si occupa, in appalto, dei magazzini di Zara. La vicenda, che coinvolge i lavoratori in diverse città italiane, è emersa all’inizio di questo mese, quando i lavoratori hanno deciso di mobilitarsi e di fare conoscere le proprie condizioni di lavoro: essi svolgono più ore di quante dovrebbero in luoghi che non rispettano le norme di sicurezza, senza vedersi pagati gli straordinari e le maggiorazioni previste per i turni notturni e festivi. “Io sono egiziano, e come me sono stranieri anche gli altri lavoratori. La base dello sfruttamento sta nel fatto che alcuni parlano male la lingua, per cui temono di non riuscire a trovare un altro lavoro e si tengono stretto quello che hanno, a ogni condizione”, ha detto Ahmed.

Il primo passo per il riconoscimento dei diritti, come ha affermato l’assessore Lombardo, è quello della visibilità. Prima di agire su determinati temi, la politica deve conoscere. Un caso esemplare, da questo punto di vista, è quello dei riders, i ciclo-fattorini che portano la pizza a casa dei clienti che ordinano online. Il percorso che ha portato alla Carta dei diritti del lavoro digitale è incominciato proprio con una rivendicazione dei riders, che fino a quel momento erano stati visibilissimi in strada, ma “invisibili” nei diritti e nelle tutele. Quando, in occasione della forte nevicata di due anni fa (dicembre) hanno deciso di scioperare, l’opinione pubblica e la politica si sono finalmente chiesti a che condizioni lavorassero. È iniziato lì il percorso che, grazie all’aiuto dell’amministrazione comunale, ha portato alla firma della carta e al riconoscimento di un compenso equo e dignitoso e di standard minimi di tutela. Punto interessante: alla carta hanno aderito le piattaforme Sgnam e MyMenu (ora sono unite), non le più grandi multinazionali come Deliveroo e Foodora, a testimonianza del fatto che, riprendendo le parole dell’assessore, sono le decisioni politiche a determinare il modello di sviluppo economico, e non il contrario.

(Alberto Pedrielli)