Con lui fu cortesia esser scortese. (Dante Alighieri)

L’arresto del presidente del consiglio comunale di Roma, per corruzione poi, che di incorrere in un abuso d’ufficio son capaci tutti, non ci rende felici ma aiuta a sopportare meglio la fatica di vivere.
Non per quello spirito di rivalsa che fa gridare agli altri partiti ecco, avete visto, sono sporchi anche loro, in una sconfortante corsa dei gamberi tesa ad accreditare l’idea che quando si governa è inevitabile incorrere in “incidenti” di questo genere.
Ma perché ogni sbrecciatura nel muro omertoso della setta illumina le zone d’ombra di una democrazia turbata da troppe falsificazioni.
Che dall’avvento dei grillini dieci anni or sono non ha tratto alcun giovamento.
A dispetto delle speranze che pure aveva suscitato.

Nel Paese del bunga bunga, di Formigoni, del Mose di Venezia, dell’Ilva di Taranto, di Pecoraro Scanio, del Dio Po e dei mitici Pittella brothers, uno a sconquassare la regione del sud che funzionava meglio e l’altro addirittura alla guida di tutti i socialisti al Parlamento Europeo.

Poi ti chiedi perché la gente non vota più a sinistra.

Il Movimento Senzapiùstelle, spentesi mestamente una dopo l’altra, che per comodità chiameremo d’ora innanzi M.S., non ha affatto scongiurato il peggio ma ne è espressione.
Nei Paesi dove il MS non esiste, cioè tutti, la democrazia non ne soffre e la destra è meno forte.
Chiedere a Salvini per informazioni.

Qualche decina di migliaia di gilet gialli non sono la prova che senza DiBattista l’Italia sarebbe in fiamme.
Di piccole rivolte noi italiani ne compiamo ogni giorno ma l’idea di un popolo pronto a salire sulle barricate per fare rivoluzioni è quanto di più distante dalla nostra natura si possa immaginare.
Messi alle strette possiamo essere eroici ma se ci sentite gridare “allons enfant…” vuol dire che la pasta è in tavola.

A preoccupare non è l’aggressività dei propositi ma la timidezza delle reazioni, l’assuefazione a una involuzione pericolosa.
La vicenda romana è a suo modo paradigmatica di un cedimento sul piano dei principi, di una disinvoltura che sconfina nel peggior cinismo politicante.
Hanno imparato presto.
Hanno imparato bene.
Troppo.

A colpire, paradossalmente, è più la reazione del reato.
A suo modo atteso, visto che alla favola della purezza rivoluzionaria non ha mai creduto nessuno e che l’imprevista, immeritata, fortissimamente agognata scalata al cielo delle Istituzioni di persone di modesti trascorsi e di misteriose attitudini, produce vertigini di egoiatria e abissi di fragilità.
Governare le proprie è più difficile che criticare quelle degli altri.

La corruzione è nata con l’uomo.
Seneca 2.000 anni fa sosteneva che è un male eterno.
Che può essere contenuto dalle leggi, dall’attività repressiva delle istituzioni, dal rigore morale di chi ricopre responsabilità e dal senso civico della comunità, che sorregga i comportamenti virtuosi e condanni quelli riprovevoli.

Nel nostro tempo, nessuna di queste condizioni rifulge.
Forse invertendo l’ordine dei fattori indicati da Seneca le cose potrebbero migliorare.
Altrimenti cambiare il codice degli appalti non servirà.
È la centesima volta che lo facciamo.

Senza Cantone, con Cantone, ora contro Cantone, accusato di aver messo regole troppo rigide.
Ne scriveranno di più sciolte, fino alla prossima campagna indignata contro la nuova ondata di malaffare che ne approfitterà.
Quel che tutti vedono è che gli untori di ieri oggi minimizzano i rischi: forse la mafia non c’è più, la vede solo don Ciotti.
A testimoniare l’antica virulenza giustizialista, il tintinnio sinistro delle manette, le grida forcaiole contro tutto e tutti è rimasto solo il povero DeVito.
Colpito dalla scomunica a vita del Capo politico della setta, che lo ha condannato senza istruttoria, senza prove, senza processo, senza appello.
Come fanno in Iran.
La presunzione di innocenza non è stata nemmeno considerata.

Come nel caso opposto di Salvini, il solo criterio è la convenienza.
A molti sembra rigore, a me sembra barbarie.
Se Dio c’è o se soltanto la vita avesse voglia di farci sorridere un po’, sarebbe straordinario vederlo assolto “per non aver commesso il fatto”.
Per vedere l’effetto che fa.
Nessuno dei seguaci della “nuova democrazia” ha detto bao.

Si sa come vanno le cose: chi ha più prestigio o semplicemente potere dice quel che s’ha da fare, gli altri ne lodano l’acume e coloro che hanno la fama di dissidenti non sono graditi.
Non solo fra i grillini peraltro.

Prima di cambiare il mondo un pensiero deve cambiare il suo autore, ha scritto Camus.
Ma forse è una citazione sprecata.
Per mancanza del presupposto.

Vi siete appropriati delle parole più belle senza esserne degni.
A partire da quella che più di altre ha segnato il nostro progresso civile: cittadini.
Non l’avete saputa onorare, l’avete resa orfana del suo significato, l’avete negata col rifiuto dello ius soli e storpiata elargendola oggi al piccolo Ramy, per cavalcare l’emozione che il suo atto ha suscitato.
Sepolcri imbiancati.

Di uno Stato di diritto avete umiliato i fondamentali, della dialettica democratica avete un’idea prevaricatrice, della partecipazione una concezione autoritaria, dei diritti sociali una visione paternalistica.
Siete insofferenti ai controlli, al bilanciamento dei poteri, alla libertà degli eletti.
Avete svuotato il Parlamento, occupato e silenziato le Autorità indipendenti.
Inciuciate giorno e notte in chiuse stanze senza streaming.
Lustri di fuori e opachi dentro.

Lo Stato che è amministrato meglio – ha detto Platone – è quello in cui detiene il potere chi meno lo desidera.
Quanti di voi possono dire di trovarsi in questa condizione?
E quanti degli altri?

(Guido Tampieri)

P.S. “Non vorrei fare un dibattito stupido”, ha detto l’on. Santanché.
Neanche io vorrei avere 71 anni…