You’ll never walk alone (Inno del Liverpool F.C.)

Ne parlo ancora.
Questa, per dirla con le parole di San Paolo, è una “giusta battaglia”.
Non possiamo lasciare che le luci si spengano.
Fra i lazzi osceni di una destra reazionaria che ama infierire sugli adolescenti e i feti in plastica di Verona.
I nostri ragazzi devono sapere che abbiamo ascoltato il messaggio.
Che non camminano da soli.

Fra tanti falsi profeti, rivoluzionari da strapazzo, salvatori di cartapesta, pifferai del piffero, una destra sinistra, una sinistra sinistrata e noi popolo che assistiamo alla decapitazione dell’avvenire dei nostri figli con l’indifferenza di sferruzzanti tricoteuses, l’inaspettata irruzione di Greta Thunberg sulla scena del mondo rappresenta uno spiraglio di luce nel buio cupo di questo inizio di millennio.
Non sottovalutate questa giovane donna.
Non fermatevi alla simpatia, non indulgete per la malattia, non sorridetele per empatia.
Vale di più di quel che pensate.
Merita di più.
Merita di essere giudicata per quel che fa, di essere ascoltata per quel che dice.

Il suo è un messaggio che oltrepassa il muro.
Sono parole che cantano.
Il dolore della Terra ferita, la gioia della vita, il coraggio della verità, la speranza del futuro.
Hanno la freschezza della giovinezza, la forza dell’innocenza, il profumo delle cose pulite.
Non sono parole di profezia ma di fiducia in una redenzione possibile.
Sono un atto di accusa alla nostra generazione e, assieme, una assunzione di responsabilità, una chiamata per la propria.
Forse l’ultima che può cambiare il corso delle cose.
Per non dover dire con Heidegger “il terribile e già accaduto”.

Greta Thumberg e i milioni di coetanei che ha tratto dalla rassegnazione con la forza trascinante dell’esempio ci hanno detto che il cambiamento climatico è la questione più importante e che va affrontata adesso.
Ci hanno detto anche che siamo una generazione di immaturi, che non dobbiamo chiedere a loro cosa fare perché siamo noi che abbiamo “combinato un casino”.
Come dargli torto?

Una umanità che tratta la terra come una cosa da buttare tratta anche se stessa come una cosa da buttare.
Il grido di allarme si sente così spesso che ormai viene quasi ignorato.
È diventato un rumore di fondo.
Ma è quello di una valanga.

Tra il 1820 e il 1980, “un istante storico” lo definisce Giorgio Ruffolo, lo 0,4% dei due milioni e mezzo di anno dalla comparsa dell’homo habilis, la popolazione è quadruplicata, il prodotto totale è cresciuto di sessanta volte è il prodotto pro capite di tredici.
Nel millennio precedente la popolazione era aumentata in maniera modesta e il prodotto pro capite quasi per niente.
“Il Prometeo incatenato- scrive Ruffolo- è in realtà un Prometeo scatenato: da una parte ha creato condizioni prodigiose di prosperità e dall’altra condizioni minacciose per la sopravvivenza”.
In questa ambiguità ambivalente è racchiuso il destino del mondo.
Diviso fra chi sottolinea l’irrinunciabilità dei vantaggi e chi evidenzia l’insostenibilità dei danni provocati da questo modello di sviluppo.
Incapace di comporre queste due verità in un discorso di verità, di comprendere l’importanza di entrambe le condizioni, di leggerne l’evoluzione, interpretarne le interazioni, calcolarne le conseguenze, correggere le traiettorie.

Il dato su cui aggiornare la riflessione è che all’inizio del terzo millennio le condizioni di prosperità dei popoli non sono più così prodigiose mentre la salute della Terra si aggrava sempre più.
Il bicchiere, un tempo ricolmo, si sta svuotando.
La partita non è più realismo contro utopia.
Il sistema, divorando le risorse naturali, cannibalizza sé stesso.
A rischio non sono solo l’aria, l’acqua, il suolo, i mari, le foreste ma anche le conquiste economiche e sociali, il nostro benessere materiale, il nostro equilibrio emozionale.
La tecnica può ritardare il consumo delle risorse ma non scongiurarlo.
Mentre è proprio il concetto rifiutato di finitezza la pietra angolare su cui costruire il futuro.
Non c’è una crescita a due cifre per tutto il mondo, non ci può essere, non ci sarà.

Quando il rischio è onnipresente, ha scritto Ulrich Beck, le reazioni possibili sono tre: l’ignoranza, l’apatia o la trasformazione.
Dobbiamo riscrivere i fondamentali dello sviluppo.
Costruire un rapporto fra etica e economia che non neghi ma non riduca tutto al profitto.
Sottrarre la tecnica alla sua tirannia per metterla al servizio della conoscenza.

Adam Smith ci ha detto che é all’interesse, non alla benevolenza del panettiere che dobbiamo il pane quotidiano.
Ma ci ha anche ammonito che il meccanismo funziona fino a quando la prudenza prevale sulla prodigalità, ovvero finché la responsabilità verso il futuro prevarrà sull’uso dissipatorio delle risorse.
Una rivoluzione del pensiero, una nuova visione del mondo simile a quella che fece seguito alla pubblicazione de “La rivoluzione delle sfere celesti” di Copernico nel 1543.

È l’economia che è parte dell’ambiente e non viceversa.
È l’economia che deve restare entro i parametri della sostenibilità ecologica.
L’utopia è diventata la sola forma di realismo possibile.
I nostri ragazzi lo sanno.
Hanno occhi per vedere, cervello per capire, coraggio per reagire.
Dobbiamo aiutarli, difenderli dalle insidie, dalle minacce e dalle lusinghe con cui cercheranno di fermarli, di negargli il diritto al futuro.

Se Achille avrà una figlia vorrei che si chiamasse Greta.
Onore a te, ragazzina piovuta dal cielo.
E grazie a voi che lottate per tutti noi.

(Guido Tampieri)

P.S. Il se-dicente giornalista Giordano Mario fa il simpatico: “Noi non siamo mica gretini…”.
E infatti i gretini siamo noi.
Voi, se volete, potete darvi un nome che gli somigli.