Luisa Cottifogli accanto a uno degli alberi tagliati

Castel del Rio (BO). L’ultima immagine che avevo stampato nella mente mentre mi recavo all’appuntamento con Luisa Cottifogli nei pressi del ponte Alidosi a Castel del Rio era quella del Santerno la scorsa estate. Un fiume con rive piene di piante, rigogliose, che facevano ombra nei momenti più caldi della giornata. Lo “spettacolo” che mi riceve, guardando dall’alto, oltre il ponte è deprimente. Rive “spelacchiate”, rimasugli di tronchi e solchi lasciate dai mezzi pesanti. Insomma un’amarezza.

 

Luisa è stata una delle prime persone a lanciare l’allarme e ancora oggi continua la sua battaglia per cercare di capire perché tutto ciò sia successo, ma soprattutto perché sia successo in un modo tale da fare perdere al fiume le sue caratteristiche.

Certamente la natura è più forte delle cattiverie umane e farà il suo corso, recuperando ciò che ha perduto, ma resta davanti agli occhi quel disastro che qualcuno ha fatto e che qualcun altro ha permesso.

In queste settimane in tanti hanno parlato, ma pochi, probabilmente, si sono recati sul luogo. Quasi nessuno, di quelli che “contano” lo ha fatto nei giorni di lavorazione altrimenti non avrebbero detto certe cose. Perchè un discorso è che “le cose si stanno facendo in regola” (che è poi tutto ancora da dimostrare), un altro è vedere con i propri occhi lo scempio e rendersi conto che c’è modo e modo di intervenire lungo un fiume.

Tra tanti sindaci, consiglieri comunali, regionali, politici dei vari partiti, l’unica che si è sentita in dovere di esprimere un parere, senza nascondersi dietro a tanti giri di parole, è stata Sabina Amadori, assessore all’Ambiente e Promozione del territorio del Comune di Borgo Tossignano. Se ne dimentichiamo altri ci scusiamo, pronti a segnalarli.

A me hanno sempre detto che la vegetazione serve per rallentare il corso dell’acqua, soprattutto in caso di piene violente, e che semmai è necessario mantenere pulite le rive e abbattere l’alberatura debole o malata per evitare che i tronchi scendano a valle con tutto ciò che comporta (le piene degli ultimi anni lo hanno dimostrato), ma io non sono un esperto e non posso fare altro che esprimere i dubbi di chi ha visto cos’è rimasto il giorno dopo, una volta finiti i lavori.

Così proseguendo oltre il ponte, verso valle, abbiamo notato come gli interventi siano stati fatti a macchia di leopardo, tratti di riva rimasta intatta alternati a tratti praticamente “tosati”, ovunque tracce di mezzi pesanti e nell’ultimo pezzo lavorato, praticamente sotto la chiesa di Osta, una catasta alta come un palazzo e lunga decine di metri con tronchi, ramaglie, vegetazione ammucchiata con le ruspe, insomma una mazzata al cuore e agli occhi. Tutto lì in attesa di essere portato via o lavorato per ricavarne del cippato.

Tra le varie cose che colpiscono ci sono i tagli. Uno pensa che un albero vada tagliato a raso, invece sparsi ovunque, lungo la riva e lungo le sponde, si trovano tronchi tagliati a vari metri di altezza, lasciati lì come amuleti senza testa, segno evidente di sfregio alla natura, viene quasi da pensare a interventi fatti in fretta e di nascosto. Ma è solo un’impressione.

Ciò che rimane, invece, davanti agli occhi è la desolazione e nella testa il pensiero di come sia stato possibile permettere tutto ciò, soprattutto come sia stato possibile che Arpae abbia permesso un’intensificazione del taglio dal 40%, inizialmente previsto, all’80%.

La petizione
Solo grazie ad alcuni cittadini è stato possibile rendere di dominio pubblico la vicenda, prima con un tam tam che ha viaggiato via whatsapp o via mail, poi in maniera più strutturata con una petizione che ripercorre i diversi passaggi della vicenda mettendone in luce le pesanti alterazioni e gli errori, sulla quale sono state raccolte oltre 2.000 firme.

Vediamo allora, con l’aiuto di Luisa, di ripercorrere questa vicenda fin dalle origini. Armatevi di pazienza, questa è una lunga storia, che però merita di essere raccontata.

La richiesta della Fluvial Forest
In data 26 giugno 2017 la ditta Fluvial Forest Srt chiede “la concessione di occupazione di area demaniale per interventi selvicolturali ripariali di taglio e prelievo di vegetazione arborea ed arbustiva dal fiume Santerno nei comuni di Castel Del Rio, Casalfiumanese, Fontanelice, Borgo Tossignano, Imola e Mordano”.

In data 14/12/2017 e 26/03/2018 si svolgono le due sedute di Conferenza di Servizi(CdS) per l’esame del progetto e delle successive integrazioni, nonché per l’acquisizione delle autorizzazioni e degli atti di assenso comunque denominati, necessari alla realizzazione del progetto.

Nella riunione del 26 marzo 2018 la Conferenza dei Servizi decide, su richiesta della Fluvial, di aumentare le intensità di taglio che vengono portate a circa l’80% nei tratti di monte non arginato e fino al 100% nelle zone di valle arginate per migliorare l’efficienza idraulica dell’intervento, rispetto ad una ipotesi iniziale del 40%. In particolare la zona di Borgo Tossignano è individuata come “la più rischiosa dal punto di vista idraulico” e questo ha portato ad innalzare nel progetto “l’intensità di taglio all’80% e con taglio a raso nell’alveo di magra“.

Sorgono i primi dubbi
Nell’Allegato 1 alla concessione dell’Arpae datata 28/11/2018 nell’obiettivo idraulico ed ecologico si legge: “Manutenzione straordinaria della vegetazione spondale al fine di riduzione del trasporto verso valle, contenimento robinia e ringiovanimento formazioni forestali. Modalità di intervento: taglio a scelta lungo le sponde (40% della massa) a carico di individui maturi, pericolanti, vetusti, inclinati o specie alloctone (robinia)”, quando in data 28/03/2018 la Conferenza dei Servizi aveva già acconsentito ad un aumento fino all’80%.
Come mai questo aumento?
Come mai nel documento allegato alla concessione, successivo all’aumento del taglio, vi è ancora scritto 40%?

Nella concessione con “Occupazione di area demaniale per interventi selvicolturali ripariali di taglio selettivo di vegetazione arborea e arbustiva” concessa dall’Arpae (Agenzia regionale per la prevenzione, l’ambiente e l’energia dell’Emilia – Romagna) in data 28/11/2018 si legge testualmente che “l’intervento non può connotarsi come un intervento ai fini idraulici in quanto le percentuali di taglio non consentono di paragonarlo ad un intervento di manutenzione che concorre a diminuire il rischio idraulico dei territoriri vieraschi, ma lo stesso è compatibile con le attività di manutenzione in corso nel Servizio e non si sovrappone ad altri interventi programmati nel periodo richiesto”. Come mai allora la Conferenza dei Servizi scrive che l’aumento della quantità di materiale tagliato è necessario “per migliorare l’efficienza idraulica”, in particolare per la zona di Borgo Tossignano che sarebbe “la più rischiosa dal punto di vista idraulico”?
Quindi è o non è un intervento a fini idraulici?
Indipendentemente dall’eventuale risposta resta il dubbio che la quantità di alberatura tagliata sia enormemente abbondante rispetto agli obiettivi annunciati.

Il via ai lavori
Il via libera ai lavori è firmato dall’Arpae Emilia Romagna in data 28/11/2018 con un atto di “Concessione con occupazione di area demaniale per interventi selvicolturali ripariali di taglio selettivo di vegetazione arborea e arbustiva” che riguarda interventi sul fiume Santerno nei territori dei comuni di Casalfiumanese, Borgo Tossignano, Fontanelice e Castel Del Rio per una superficie complessiva di circa 49,94 ettari. I lavori, però, sono partiti solo a gennaio 2019 per concludersi a febbraio 2019, data in cui è scaduta la concessione. Lavori che hanno interessato unicamente un tratto di fiume in comune di Castel del Rio, tra l’altro senza continuità visto che i tagli sono stati effettuati a macchia di leopardo, zone rimaste integre si alternano ad altre completamente “rasate”.
Come mai questo ritardo?
Come mai questa scelta di taglio?

E’ stata presentata dalla ditta una richiesta una richiesta di rinnovo o di nuovo intervento per gli altri territori?
Ad esempio per il tratto all’interno del Parco della Vena del Gesso, per il quale vi era il nulla osta favorevole da parte dell’Ente di gestione per i Parchi e la Biodiversità – Vena del Gesso romagnola con le seguenti prescrizioni: “nella fascia compresa entro l’alveo di magra il taglio raso del progetto deve essere sostituito dal taglio selettivo della vegetazione arborea e arbustiva con asportazione massima del 30% degli esemplari una volta l’anno, dall’11 agosto al 19 febbraio; nella regione fluviale esterna all’alveo di magra il taglio fitosanitario descritto nel progetto dovrà riguardare al massimo il 30% degli esemplari suscettibili di creare rischio idraulico”. Intwervento non realizzato.

Autorizzazione idraulica
L’intervento ha avuto inoltre l’autorizzazione idraulica del Servizio Area Reno e Po di Volano e dell’Agenzia regionale per la Sicurezza e Protezione civile della Regione Emilia-Romagna. Però è importante sottolineare come il nulla osta idraulico sia stato rilasciato “per lavori non a fini idraulici” e a determinate condizioni, molte delle quali non sono state rispettate. In particolare, nel via libera, si specificava che

– il materiale legnoso deve essere quotidianamente allontanato dall’alveo e dalla fascia dei 10 metri;
– è vietata la rimozione delle ceppaie ma deve essere garantito il taglio raso dei tronchi;
– eventuali piste che saranno necessarie dovranno essere realizzate in modo da non aumentare il rischio di esondazione dei territori limitrofi e dovranno essere ripristinate a fine cantiere;
– prima dell’esecuzione dei lavori la Ditta effettui un’accurata informazione nei confronti dei privati cittadini e dei frontisti sugli interventi che verranno effettuati.

Tutti questi punti non sono stati rispettati, tanto che all’azienda nei vari controlli sono state contestate delle irregolarità.

Informazione agli interessati
In particolare carente o nulla è risultata l’informazione agli interessati, solo pochi fogli in formato A4 attaccati a qualche albero, tanto che cittadini e frontisti poco o nulla sapevano di ciò che sarebbe successo.

Tuttavia ci chiediamo come mai Regione, Arpae e Comuni interessati non si siano preoccupato a loro volta di fare conoscere ai cittadini le caratteristiche degli interventi. Strumenti ce ne sono tanti per comunicare con le persone. In un’epoca dove ci si riempie la bocca del termine “trasparenza”, quando serve questa viene sotterrata.

L’esposto
L’esposto presentato da alcuni cittadini alla Procura della Repubblica di Bologna si concentra sul non rispetto delle prescrizioni. Si parla di mezzi nei cantieri non in regola, violazioni nel progetto esecutivo, difformità tra quanto richiesto dalla Soprintendenza dei Beni culturali ed ambientali dell‘Emilia Romagna e quanto realmente eseguito dalla ditta, violazioni alle norme sulla sicurezza sui cantieri di lavoro.

La Sovrintendenza
La Sovrintendenza, è stato l’unico ente a rispondere su sollecitazione dei cittadini e associazioni come [email protected]. La Sovrintendenza, nel ricordare che il fiume Santerno risulta sottoposto a tutela paesaggistica, comunica che dopo le diverse segnalazioni “si è chiesto di precisare, e si è avuta conferma in tal senso, se gli interventi programmati (taglio e prelievo di vegetazione) si configurassero come ‘interventi di manutenzione degli alvei, delle sponde e degli argini del corso d’acqua, compresi gli interventi sulla vegetazione ripariale arborea ed arbustiva, finalizzati a garantire il libero deflusso delle acque e che non comportino alterazioni permanenti della visione d’insieme della morfologia del corso d’acqua’, perché in tal caso… rientrano nelle fattispecie escluse dall’autorizzazione paesaggistica…” precedentemente accordata.

Fatto sta che alcuni di questi enti, gli stessi che hanno concesso le autorizzazioni, hanno proceduto confermando che tutto era regolare, salvo poi procedere con sanzioni verso la ditta. La domanda che sorge spontanea è: “Come mai di fronte a proteste vibrate dei cittadini, a una presa di posizione chiara della Sovrintendenza, nessuno di loro si sia sentito in dovere di fermare il cantiere per procedere a verifiche e controlli più profondi?”.

La parte economica
La ditta per procedere nei lavori ha pagato un canone di 5248,94 euro, a fronte di ricavi che secondo alcune stime potrebbero ammontare ad oltre 200.000 euro.
Si tratta di cifre eque per lavori di manutenzione delle rive di un fiume?

Servono risposte alle domande
Come si può capire ci sono molti interrogativi in merito a tutta questa vicenda, domande a cui qualcuno dovrebbe cercare di rispondere non limitandosi ad un “è tutto in regola”. Tutte le opera sono in regola, fino a prova contraria e non sarebbe certo una bella immagine per tutti gli attori coinvolti che per chiarire i contorni della vicenda dovesse intervenire la magistratura.

Nel dibattito che si è sviluppato dopo gli articoli apparsi sui media, abbiamo sentito alcune accuse a coloro che hanno sollevato il problema, apostrofandoli come “ambientalisti da salotto”. Nulla di più ingiusto. Il problema è che sempre di più stiamo perdendo la capacità di difendere il bene pubblico. Chi nascondendosi dietro la carta bollata, chi dietro “Bisogna fidarsi delle istituzioni”, chi dietro a “non venite a rompere le… che al nostro fiume ci pensiamo noi montanari”.
Potrebbe essere un’idea che a mantenere pulito e sano un fiume siano coloro che lo vivono e lo abitano, peccato che in questo caso ci abbia pensato una ditta di Lodi.

Resta il fatto, positivo, che ci siano ancora dei cittadini che avvertono l’importanza dei beni comuni e che si sentano in dovere di segnalare eventuali comportamenti scorretti che mettano a rischio patrimoni che sono di tutti.

In conclusione un consiglio a tutti gli attori di questa vicenda, in particolare a chi pensa che per qualche albero non valga la pena di fare tanto “casino”: leggete questo bellissimo libro: “L’ambasciatore delle foreste” di Paolo Ciampi (edizione Arkadia) che verrà presentato venerdì 12 aprile, alle ore 20.30 alla libreria Atlantide di Castel San Pietro Terme.

(Valerio Zanotti)