Sono pagine di storia che meritano di essere conosciute quelle scritte da Claudio Madricardo nel suo nuovo libro “Democrazia Indivisa. Il ‘68 del Movimento dei Finanzieri Democratici”, edito da ytali. Attraverso il racconto dei protagonisti del Movimento, l’autore riesce a mettere a fuoco un periodo significativo, tra ‘76 e ‘78, in cui nella base della Guardia di Finanza prende piede una forte rivendicazione nei confronti dei piani alti.

Tutto parte da un volantino, affisso sui muri delle calli veneziane una sera di aprile del ‘76: per la prima volta i finanzieri intraprendono la strada della protesta. L’utilizzo dello strumento, legato alle dinamiche di contestazione giovanile e operaia sessantottine, non è casuale. C’è un filo diretto con la grande ondata che aveva caratterizzato la parte finale del decennio precedente; la protesta del Movimento fa parte della richiesta, emersa prepotentemente in quegli anni, di una democratizzazione della società.

L’ esigenza primaria era la riconfigurazione del sistema rigido e autoritario del Corpo, nel quale i diritti della base, se nella migliore delle ipotesi non venivano riconosciuti dalle gerarchie, nella peggiore venivano apertamente negati. Ma in quegli anni Montenegro, Lorenzi e altri portarono avanti un percorso di maturazione in cui si comprese che la battaglia per i diritti dei singoli era funzionale alla democrazia italiana nel suo complesso. Fondamentale fu a questo proposito il continuo dialogo con le organizzazioni sindacali, che misero a disposizione esperienze e spazi, e i partiti politici, con cui il rapporto fu più complesso e, in alcuni casi, decisamente ambiguo.

La democrazia, si diceva. Ecco, per comprendere la democraticità di un regime spesso basta osservare la struttura delle istituzioni che lo compongono. Nel caso della GdF, era convinzione dei finanzieri democratici che questa avesse un carattere fortemente antidemocratico, che favoriva e perpetuava le ingiustizie al suo interno. Inoltre essi ritenevano che l’organizzazione militare non fosse dettata da necessità istituzionali, ma da volontà particolaristiche dei vertici, interessati a mantenere saldamente i privilegi che l’organizzazione comportava.

Da qui le richieste del Movimento: il riconoscimento dei diritti civili e politici, la sindacalizzazione e la smilitarizzazione della GdF. Quest’ultimo punto veniva motivato anche in virtù della acclarata discrepanza tra i mezzi militari e i fini, di lotta ai reati fiscali, per cui tali mezzi non avevano ragione d’essere. A ben vedere, la questione della struttura oggi non ha perso la sua rilevanza; con un evasione quantificata in cifre surreali, dovrebbe risultare pacifico ai più che nella polizia fiscale ci sia, quantomeno, qualche ingranaggio da risistemare.

Senza scendere nei dettagli per cui rimando alla lettura dell’opera, giusto un paio di considerazioni.
La vicenda del Movimento è interessante per più di un motivo. In primo luogo poiché affronta da un punto di vista inedito un momento molto complesso. Nel ‘78 si conclude l’avvicinamento tra DC e PCI nella stagione del “compromesso storico”, a causa dell’uccisione di Aldo Moro ad opera delle BR. Un avvenimento che trasforma completamente lo scenario repubblicano: sul piano sociale cessa la spinta propulsiva degli anni ‘60, su quello politico il PCI torna a un’opposizione dura nei confronti dei partiti di governo. I finanzieri democratici vivono questi cambiamenti in prima persona; grazie alle loro parole si può respirare quella realtà movimentata, frammentata, incerta.

In secondo luogo, perché spinge a farsi delle domande. Oltre ad aver fatto emergere dalle retrovie un piccolo pezzo di storia, un merito del libro è riuscire a restituire, onda di un mare in tempesta, un piccolo “spaccato” del nostro Paese, tra la lotta per i diritti e le indagini insabbiate, tra le associazioni segrete e i servitori dello stato. Insomma, quanto viene offerto al lettore è lo stimolo per una riflessione più ampia, vista l’attualità dei temi sollevati da Madricardo. A mio avviso, su due espressioni in particolare: “coscienza civile” e “democrazia”. Sul loro significato, sarà il lettore a interrogarsi.

(Alberto Pedrielli)