Il fanatismo, questo bastardo tra spirito e forza bruta. (Erasmo da Rotterdam)

La posta in gioco è alta.
Va ben oltre la portata del reclamizzatissimo meeting di Verona.
I media, noi, tutti abbiamo trasformato una sardina in una balena.
L’hanno chiamato congresso mondiale della famiglia ma era solo un raduno di figuranti in cerca di notorietà, un po’ come all’isola dei famosi.
Chi in buona, chi in cattiva fede, chi senza del tutto.
Più frastornati dell’umanità che pretendono di redimere.
Cose già viste.
Sintomo oggi di sommovimenti più importanti.

Dietro questa gente non ci sono i grandi gruppi reazionari che intravvede Concita de Gregorio, così come dietro i guai dell’Italia non ci sono i poteri forti che popolano le fantasie malate dei nostri governanti.

Cerchiamo sempre una causa esterna ai mali interni, troviamo sempre qualcosa che ci allevia la fatica di fare i conti con la realtà.
Che nel nostro caso è più semplice e più preoccupante.
Ci dice di un cambiamento culturale germinato nelle viscere della società che ora viene in superficie e si fa politica.
Il suo carattere regressivo appartiene a quelle che un tempo chiamavamo contraddizioni in seno al popolo.
L’andirivieni della storia ce ne ha regalate tante.
Senza che per questo la sinistra debba macerarsi nei sensi di colpa.

Il bene e il male non dipendono solo da noi, né il piccolo scoglio progressista di un piccolo Paese in mezzo al Mediterraneo può arrestare il mare in tempesta della globalizzazione.
Liberarsi dalla sindrome di Atlante aiuterebbe ad affrontare le cose con minor supponenza e maggiore lucidità.

Salvini, Le Pen, Orban, Trump, Bolzonaro, Putin, Xi Jinping, Narendra Modi.
Da Occidente a Oriente è un tripudio di autocrati nazionalisti con la testa rivolta all’indietro.
La restaurazione culturale è il loro sigillo.
Un ordine mondiale illiberale il loro modello.
Non è la loro ascesa che ha dato vita a questo momento storico.
È il momento che ha generato loro.
Sono i sentimenti e i pensieri della gente che li sostengono.
È con quelli che bisogna fare i conti.

“Ma chi è davvero questa gente – si chiede Antonio Scurati interrogandosi sulla fulminea adesione al fascismo – dove erano fino a ieri? Una folla di impiegati e bottegai che fino a prima della guerra assistevano indifferenti alla politica, piccoli borghesi, ceti medi declassati, i travet che più di ogni altra cosa si sentono insultati dalle scarpe nuove della figlia del contadino… Tutte brave persone prese dal panico, pronte a baciare le scarpe di qualsiasi nuovo padrone purché venga dato anche a loro qualcosa da calpestare. Alla borsa dei valori dei pezzenti stanno scambiando il metallo pesante dell’angoscia con la valuta pregiata dell’odio… Non può essere stato Mussolini a far nascere questa folla di pantofolai che all’improvviso impugnano il bastone, e nemmeno la guerra. Il virus deve essere stato preincubato in tempo di pace, la guerra li ha solo restituiti a sé stessi, li ha fatti diventare ciò che già erano. Il fascismo, forse, non è l’ospite di questo virus che si propaga ma l’ospitato”.

Ed eccoci qua.
Un discorso sul fascismo eterno, come lo chiama Eco, prima o poi bisognerà farlo.
Ma per capire ciò che sta accadendo non è necessario, per fortuna, per ora, mi auguro per sempre, arrivare a tanto.

Il turbamento è quello dei grandi passaggi d’epoca, che Stefan Zweig descrive nella sua biografia di Erasmo da Rotterdam.
Allorquando “L ’improvviso ampliarsi dell’universo esterno, assieme al balzo abbreviatore dello spazio e del tempo”, come solo due altre volte è accaduto negli ultimi 500 anni, a cavallo del XVI secolo e all’inizio del 1900 ( telefono, radio, automobile, aereo…)  sconvolge i nostri equilibri.

Sentiamo che ci sfuggono di mano con angoscia le sicurezze su cui si basava la nostra vita.
“L’umanità è come sopraffatta dalla sua stessa opera e deve riorganizzarsi convulsamente per riappropriarsi di sé stessa”.
In questa temperie abbiamo perso più conoscenza di quanta ne abbiamo acquisita.
Lo smarrimento dell’identità dell’Occidente spinge la gente a cercarla dove non è mai stata.
In modi che finiscono per contraddirla.

Ognuno di noi coltiva il sentimento della propria comunità.
Siamo e apparteniamo, contemporaneamente.
Anche noi buonisti, multiculturalisti, pluridentitari, europeisti siamo legati alle tradizioni, amiamo i nostri figli, vogliamo la sicurezza dei nostri cari.
Dio è importante, e così la patria, e la famiglia naturalmente.
Ma come li difendiamo?

Vivendoli secondo il nostro sentimento, senza sentirci in missione per conto di Dio, senza bisogno di nemici per sapere chi siamo, senza cercare “qualcosa da calpestare”, oppure contrapponendoli a un altro Dio, ad altre Patrie, ad altre espressioni d’amore?
Qual è la comunità che vogliamo?
Tra Verona e quei quartieri di Roma c’è un legame che la presenza di Casa Pound simboleggia.
Verona, i respingimenti in mare, il razzismo, il suprematismo, le armi facili, sono il volto di una umanità che si illude di ritrovare sé stessa nella negazione dell’altro.
Il disagio non giustifica.
Quello che abbiamo vissuto noi nel dopoguerra non era agio.
Nemmeno a noi piacevano gli zingari, non sono mai piaciuti, per tante ragioni, alcuni spiegabili, nessuna di cui andare fieri.
Qualcuno rubacchiava anche allora.

Ma la gente, non so se per sentimento o per ammaestramento ( le leggi razziali e i forni crematori non erano così lontani) non gli gridava contro le cose orribili che sentiamo: scimmie, topi di fogna, dovete morire, vi vogliamo bruciare…
Nessuno calpestava il cibo.
Nessuno voleva il male dei loro bambini.
La gente dopo la guerra odiava di meno.
In centro e in periferia.

Quella di una società aperta, dialogica, tollerante, è forse una Utopia, una comunità troppo buona per essere praticabile, ma la vostra idea di società, per dirla con J.S.Mill, è una Dystopia, una comunità troppo cattiva per essere sopportabile.
Credete di essere credenti.
E magari lo siete.
In un Dio che vi siete creati a vostra immagine e somiglianza.
Difficile che sia quello che scese tra noi 2019 anni fa a Betlemme a predicare l’amore per il prossimo.
Detto da peccatore a peccatore, quando  verrà quel giorno non basterà cambiarsi la felpa.

(Guido Tampieri)

P.S. DiMaio accusa Salvini di essere amico dei neonazisti.
Ignora il teorema del mitico Angelo Lombardi, l’amico degli animali che ce li fece conoscere in tv negli anni ‘50: “gli amici dei miei amici sono miei amici”.
Ognuno sceglie gli amici che vuole.
Io ho due Labrador.
E una tartaruga.