Imola. La preoccupazione della Cia imolese per un eventuale aumento dell’Iva è forte. “Forse l’Iva non aumenterà tra qualche mese o nel 2020, ma le condizioni economiche generali del nostro paese non consentono di stare tranquilli. E l’incremento delle aliquote sarebbe un duro colpo per il settore agricolo, già fortemente penalizzato dai prezzi pagati alla produzione e anello debole di molte filiere agroalimentari”, commenta così Giordano Zambrini, presidente di Cia – Agricoltori italiani Imola, la questione dell’aumento dell’Iva, non inserito nel Def, ma non completamente scongiurato.

Quello che preoccupa maggiormente è che, prima o poi, alcune scelte in ambito economico costringano davvero il passaggio dell’Iva dal 10 al 13%, per l’aliquota che riguarda molti beni di consumo primari come carne, pesce, ma anche energia elettrica e gas e dal 22 al 25% per aliquota su beni comunque essenziali come abbigliamento, prodotti per la casa ed elettrodomestici. Un’Iva ordinaria che diventerebbe quella più elevata tra tutti i Paesi dell’area dell’euro.

“Tra un anno o due anni il nostro settore sarà, probabilmente, ancora impantanato in una crisi abbastanza generalizzata e trasversale – continua Zambrini – e l’ipotesi del ministro Tria, che pare al momento rientrata, è una vera e propria ‘Spada di Damocle’ sul settore agricolo. Attualmente la scarsa remunerazione rende la sopravvivenza delle aziende agroalimentari davvero a rischio in molti comparti, per non parlare del fatto che investimenti e innovazione sono quasi una chimera. In questo contesto si fatica anche a pensare a un ricambio generazionale capillare, perché i giovani faticano ad accostarsi a un settore dove fare reddito è così difficile. Quindi passare l’va dal 10 al 13, aumentandola di un terzo, sarebbe un problema perché significherebbe deprimere il potere d’acquisto delle fasce medie e basse della popolazione. Poco importa se per i beni primari come pane, pasta e ortofrutta l’aliquota del 4% non venisse toccata, perché le famiglie che faticano ad arrivare a fine mese finirebbero per consumare meno in generale, senza distinzione di prodotti”.

“Un danno socio – economico consistente, che arriverebbe in un contesto dove si fa davvero poco per il rilancio dell’agroalimentare. Da tempo chiediamo, ad esempio, l’abbassamento del cuneo fiscale e la diminuzione delle tasse sulla manodopera ma sono appelli rimasti, sinora, inascoltati. Invece si è pensato di adottare una misura che, se fosse diventata operativa nel 2020, avrebbe solo affossato competitività e consumi. La speranza ora, è che questo stop all’aumento non sia stato solo un espediente nel pieno della campagna elettorale e che ci si pensi non una ma cento volte, prima di riproporlo. In gioco c’è la tenuta e la rinascita del settore agricolo”, conclude il presidente di Cia Imola.