Or tu chi se’ che vuoi sedere a scranna
Per giudicar da lungi mille miglia
Con la veduta corta di una spanna?
(Paradiso, canto XIX)

Si fa presto a dire tasse.
Quali, quante, per chi, per cosa.
Chi le paga, chi le evade, come le si controlla, come le si impiega.
Che se le si usa male, siamo tutti d’accordo, pagarle è davvero insopportabile.

Anche se non è colpa delle tasse che sono, fino a prova contraria, indispensabili al funzionamento di una comunità, ma di chi viene scelto per impiegarle bene, che è, invece, sostituibile.
Una decisione, questa, che si colloca in cima alla catena della buona gestione della cosa pubblica, prima dei burocrati cui attribuiamo la responsabilità di ogni male, e che dipende in larga misura da noi cittadini.
Anche se a volte le opzioni elettorali sono sconfortanti e ti sembra di non avere scampo.

Diamo dunque alle tasse quel che è delle tasse e ai governanti quel che è dei governanti.
E ricordiamoci che quando elargiscono a destra e a manca e fra i beneficiati magari ci siamo anche noi, in ogni caso sono soldi nostri.

Li abbiamo pagati per fare strade, scuole, ospedali, meglio se funzionanti.
Non per farli rieleggere.
A spese dei nostri figli.
Le tasse, per i non molti che le pagano, sono alte.
È così da quando sono nato.
In una famiglia di piccoli commercianti.
Le visite della Guardia di Finanza erano più temute della scabbia.
“I tartassati”, con Totò e Aldo Fabrizi, divenne un film di culto.
C’era l’Italia da ricostruire dopo la guerra, un po’ come oggi, che però la guerra ce la facciamo da soli.
Il patto tacito fra politica e contribuenti infedeli fu scritto allora: voto in cambio di condiscendenza.
Dura ancora.

Inutile ricordare le cifre (spaventose) dell’evasione, che ormai entrano da un orecchio e escono dall’altro, senza lasciare traccia.
Si vedono troppe auto di lusso in giro per credere che in Italia ci siano solo 150.000 persone facoltose.
In Germania sono 5 milioni, e hanno anche la patrimoniale.
Chi evade “per necessità” ha un tenore di vita meno fastoso.
Non prendiamoci in giro, molti lo fanno perché je và.
Di converso chi onora il suo debito civile paga troppo.
Paga per tutti.

Come facciano ad andare a votare i pensionati, i lavoratori dipendenti e gli altri contribuenti onesti e un mistero: nessuno li rappresenta.
Sono loro le prime vittime del sistema.
Dovrebbero stare in cima ai pensieri dei governanti.
Pagare meno tasse si può.
Malgrado il debito pubblico, senza spostare le montagne, nel modo più semplice: pagando tutti.
Come avviene nei Paesi dove le leggi vengono fatte osservare e il patto di cittadinanza reca in calce la firma dell’onestà.

Che cosa c’è che non va in questo proposito?
Cosa è che ne impedisce l’adozione in Italia?
Dove è stato abbandonato.
Come un figlio illegittimo.
Come se una cosa non fatta diventasse meno vera.
E meno necessaria.
Come se fosse sbagliata.
O ingiusta.
Un’idea accantonata per cercare alternative velleitarie, insostenibili, inaccettabili.
Ingenerando il sospetto che chi strilla più forte trovi più ascolto, conti di più.

Si, forse le élite intellettuali, quelle che “non capiscono il popolo”, votano ancora, in parte, a sinistra, ma per chi vota, oggi, in Italia, un evasore?
Il punto non è se sia appropriato un taglio alle tasse delle persone fisiche, oltre a quello delle imprese che ne trarrebbero sicuro giovamento.
E nemmeno se sia utile una semplificazione.
La risposta è ovviamente si.

Il problema è in quale misura sia possibile, e come.
Il meglio e il peggio dipendono dalle condizioni in cui ci si trova e da quelle che si vanno a creare.
Chi non vorrebbe strafogarsi di babà, quelli buoni, come li fanno a Napoli, ma se hai il diabete forse non ti fa così bene.

Il debito pubblico è il nostro diabete.
Se non lo tieni sotto controllo può finire male.
Ecco, noi possiamo calare le tasse avendo riguardo a due indicatori: il debito e il livello dei servizi.
Il primo non può crescere, il secondo non può calare.
Di lì in avanti è solo una questione di equità sociale.

La politica ultimamente ha avuto due pensate, di fonte diversa ma culturalmente affini: il fisco amico, che è con tutta evidenza un ossimoro, come se dicessimo la Polizia complice; la cosiddetta flat tax su cui è bene dire qualcosa.
Non sono un esperto in materia fiscale ma questi credono che abbiamo tutti l’anello al naso e dotarsi di un kit per l’autodifesa diventa una precauzione necessaria.

Data la violenza con cui si introducono nella nostra vita e minacciano la sicurezza dei nostri cari, ingenerando in ogni persona sensibile “un grave turbamento”, sarebbe forse il caso di sparargli, risolvendo il problema alla radice e senza le complicazioni di un tempo.

Ma se, come me, siete contrari all’uso delle armi, bisognerà che rafforziamo gli argini culturali per reggere l’onda di fiumana propagandistica che rischia di sommergere le nostre infragilite difese civili.

La prima cosa da sapere è che la flat tax è in vigore in Lettonia, Georgia, Romania, Ungheria, Russia, Ucraina, Bielorussia, Bulgaria, Macedonia e Mongolia.
E basta.

È un sistema fiscale da Paese sottosviluppato, con salari la metà dei nostri e una protezione sociale da brividi.
Che solo dei cervelli piatti possono pensare di introdurre in un Paese come il nostro.
Candidato , con le idee che circolano, a guidare la coalizione dei Paesi in via di sottosviluppo.

La seconda notazione riguarda l’inclinazione sociale della flat tax: la tassa piatta è stata pensata per i ricchi, per abbassare il prelievo sui redditi più alti.
Una somma ingiuria, direbbero i nostri antenati, che si produce ogniqualvolta situazioni diverse vengono trattate allo stesso modo.
È una dottrina funzionale, come le chiama Galbraith, al servizio di un disegno ideologico.

A teorizzare quel che la realtà non ha mai confermato fu, negli anni ottanta in America, Arthur Laffer: un alleggerimento fiscale ai più abbienti avrebbe aumentato le entrate dello Stato e giovato anche agli altri cittadini.
“Se si nutre un cavallo con l’avena qualche briciola cadrà anche sulla strada per sfamare i passeri” sostenevano i suoi seguaci.

In realtà con lo sgravio fiscale il reddito medio netto del 20% della popolazione che deteneva la maggiore ricchezza crebbe dai 73.700dollari del 1981 ai 92.000 del 1990, mentre il reddito medio dei lavoratori subì una costante flessione.
Non c’è alcuna evidenza storica di un rapporto fra l’abbassamento dell’aliquota fiscale ai ricchi e l’aumento delle entrate per lo Stato.
E men che meno della di una diffusione del benessere.

La Grecia che ha le tasse più basse ha l’evasione più alta, mentre i Paesi del nord Europa, che hanno salari e servizi migliori dei nostri hanno imposte progressive non inferiori a quelle italiane.

Dire, come fa DiMaio, che è necessaria per aiutare i redditi medio bassi è, concettualmente parlando, una boiata, che solo l’ignoranza può spiegare e la malafede coprire.
Per sostenere il ceto medio basta sgravarlo.
Chiamando gli altri a contribuire secondo le loro possibilità.
Come prevede la miglior Costruzione del mondo.
Non c’è niente da inventare.
C’è solo da fare la cosa giusta.
Cominciando col bloccare la più ingiusta: l’aumento dell’Iva.

(Guido Tampieri)