Il giorno 25 aprile la Liberazione la si celebra in tutt’Italia riconoscendo la Resistenza come base della nostra Costituzione, celebrazioni giustamente allargate nel corso degli anni a tutti coloro che altrove rifiutarono l’adesione a formazioni combattenti diverse dal quelle antifasciste; è il mese questo in cui si festeggiano tanti eventi di libertà conseguenti alla fine del regime fascista ed all’avvento dei richiami fondamentali della nostra democrazia repubblicana.

Le date in Romagna sono molto dissimili, Ravenna ha festeggiato nel novembre 2018 mentre Alfonsine, piccolo comune a nord della stessa e distante appena 19 Km, solo il 10 aprile 2019; “attesa” questa che fu causata dal persistere di un fronte bellico che lì stazionò per tutti i mesi invernali e che causò la totale distruzione dell’abitato, raso al suolo dai tedeschi in ritirata.

Qualche anno fa la festa di Liberazione della città bizantina rischiò di “dividere” anziché “unire”, in quanto una componente politica avversa all’amministrazione comunale movimentò “ad arte” le ricorrenze celebrative denunciando l’inopportuna collocazione del busto del partigiano Boldrini nel corridoio del municipio in quanto, a parer loro, come comandante di brigata si macchiò di efferati delitti.

La risposta dell’allora sindaco Matteucci come prevedibile fu perentoria: “ Il busto rimane dov’è, vicino a quello di Benigno Zaccagnini”, assieme al quale Arrigo “Bulow” Boldrini fece parte nell’Assemblea Costituente.

Nel dopoguerra, sul tema dei tempestosi mesi “post-bellici”, sono stati molti gli storici che si sono confrontati su ciò che accadde in merito gli omicidi del “triangolo della morte ravennate”, ossia queste efferate regolazioni di conti erano pianificate dai vertici di “Botteghe Oscure” o fu solo per mano di cellule impazzite di un fantomatico movimento falce e martello?

Alla fine degli anni ’80 era il cuore della Romagna a sostenere politicamente il Pci e poi di ciò che ne è stato in futuro (Pds, Ds, ecc.) con preferenze territoriali oltre l’80%, oggi non è più “elettoralmente” così ed è forse per questo motivo che tanti appartenenti alla destra cattolica e liberale hanno alzato il “tiro” (verbale) su quelle “bande” di partigiani comunisti bollate senza mezzi termini come “assassini all’80%”.

“La guerra scatenata dalla Repubblica Sociale fece 56 morti nella frazione ravennate di Madonna dell’Albero”, disse Ivano Artioli presidente dell’Anpi ravennate (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), di contro nel suo libro-denuncia Gianfranco Stella ribattè: “Nel dopoguerra alcuni personaggi ravennati accusati di atrocità subirono pesanti condanne, altri beneficiarono dell’amnistia, ma in tanti non subirono alcun processo”.

A quei tempi la ricetta, per ovviare a quegli orrori, sarebbe stata la solita ma non si ebbe il coraggio di appropriarsene.

Per questo la Resistenza, quella nobile apolitica e apartitica, sarà sempre da ricordare e celebrare perché è uno dei pilastri storici della nostra Costituzione e le feste di Liberazione, caso mani ce ne fosse bisogno, servono e serviranno sempre a mettere nell’angolo (condannandoli) tutti quelli che contribuiscono alla negazione dell’individuo, alla persecuzione, all’asservimento delle coscienze ed al conseguente delirio (malsano) di onnipotenza.

(Giuseppe Vassura)