Ormai quasi non fa più notizia e, forse, uno degli aspetti più sconcertanti della vicenda è quello dell’importanza che viene data al fatto che questa volta i due colpevoli sono di pensiero politico destroso, militanti di Casa Pound e uno di loro, udite udite, è persino consigliere comunale di un piccolo paese.

Forse sarebbe più corretto chiedersi per quale ragione ben 300 cittadini di quella piccola comunità hanno scelto, come loro rappresentante, un giovane che già aveva menato, pubblicamente e per questo sotto processo, un suo coetaneo che aveva messo in mostra una vignetta irridente il suo movimento politico. Poi sarebbe opportuno riflettere sull’aspetto, ormai consueto e scontato, che vede i nostri rappresentanti politici nazionali ricorrere sistematicamente al castigo invece di riflettere sulla possibile prevenzione, o se preferite, cercare di analizzare il problema individuando le cause scatenanti. Prima del dolore avvicinati alla medicina: una delle poche ricette veramente efficaci ben in vista nella farmacia storica del nostro centro cittadino appare sempre più coperta dall’oblio o resa inefficace dal trascorrere del tempo.

Ancora una volta, e non sarà l’ultima, due giovani hanno usato violenza su di una donna. Ancora una volta il rapporto tra donna e uomo viene interpretato, da menti povere di tutto, come una realtà conflittuale dove esiste, necessariamente, un vincitore e una vittima, e dove il rapporto sessuale viene interpretato come una vittoria del forte sul più debole e, ancor più grave, come la certa realizzazione di uno scopo, il piacere, dimenticando che l’esito a senso unico del gesto, è certo rivelatore sia di avidità mentale che di confusione drammatica del vivere. Del valore del vivere. Viene da chiedersi come sarà possibile, per questi due poveri ragazzi divenuti adulti in modo inconsapevole, godere appieno della bellezza e dell’unicità del riscontro nell’amore nell’aver individuato la compagna/compagno della propria vita; come potranno riuscire a godere della gioia del condividere dopo aver gettato tanto fango, tanto dolore, tanta immondizia sulla sola cosa esistente al mondo degli esseri viventi che valga davvero la pena di essere vissuta: l’incontro con l’amore.

Non riesco poi a tacere sull’ennesimo caso di compiacimento spicciolo nel documentare l’atto compiuto, quasi come una medaglia da apporre sul petto, la prova del gesto, da condividere con altri consimili tra risate di compiacimento, esclamazioni in tono basso di invidia e auto-promesse di emulazione da parte dei partecipanti all’orgia visiva. Rispunta, più indispensabile che mai, lo smart, per l’ennesima volta utilizzato come protesi della propria mano, oggetto abusato nelle funzioni che dovrebbero, al contrario, essere proprie. Come sempre accade, la natura delle cose prende la sua rivincita e lo fa nel modo che le è più naturale, che le appartiene: il documento esaltante della propria misera virilità diviene l’arma della colpevolezza certa, la prova che finirà per incastrare, alle loro responsabilità (ma se ne renderanno conto??) i due giovani cresciuti nell’errore.

Nel clamore della vicenda, tanto desolante quanto ormai consueta, viene sottaciuto il dramma di chi ha subito: per l’ennesima volta, una donna ( quindi l’essere inferiore -nds) resa oggetto, individuata quale rigurgito del più negletto dei sentimenti, il degno terminale di una vicenda incompleta per il semplice fatto di essere basata su valori non condivisi. Poi la vergognosa certezza dell’impunità: non denunciare tanto nessuno ti crederà. Già, nessuno ti crederà: in queste poche parole la sconcertante verità circa il sistema di pensiero (forse una parola un po’ troppo gravosa) dei due poveri giovani, la certezza dell’impunità del gesto compiuto in una società pronta a difendere la prepotenza, la prevaricazione, l’individuazione nell’altro di un essere inferiore. Li puniranno, questa volta, uomini dell’ordine e magistrati, e tutti noi continueremo a percorrere la nostra strada di vita soddisfatti nella certa applicazione della pena, continuando a non chiederci, quali correi: “Perché?”

(Mauro Magnani)