Oggi non è più possibile costruire uno scenario del futuro desumendolo dal presente. (Ulrich Beck)

Si dice che il lavoro nobilita.
Ma generalizzare è rischioso.
Dipende, sempre dipende.
I nobili, per esempio, non sono mai stati troppo dediti al lavoro.
Al più amministravano i beni conquistati in guerra o ricevuti in eredità.
Stavano bene così, riveriti per la loro condizione.
Mentre i contadini abbruttivano nei campi.

Le vicende dei ricchi appassionano sempre i poveri, che si commuovono ai loro travagli e ai loro amori, come non fanno per la sorte di altri disgraziati che attraversano il mare.
Non per nobilitarsi ma per sopravvivere.
Come accade alla gran parte del genere umano.
Che fa un lavoro, quando c’è, più per necessità che per scelta.
E se non gli piace se lo fa piacere.
I fortunati sono una minoranza.

Esiste il lavoro come categoria generale, ma poi ci sono i lavori, che non sono tutti belli.
Abbiamo negli occhi quegli omini schiacciati dal peso di enormi gerle nelle miniere a cielo aperto del Brasile.
Ma poi la condizione dei raccoglitori di pomodoro nel nostro sud, che sarà pur tempo di addebitare non solo ai famigerati “caporali” che li assoldano ma anche ai “generali” che li sfruttano.
Lavori pesanti, usuranti, mal pagati, misconosciuti ce ne sono tanti.
Lavori che stremano le persone fuori e dentro, che prosciugano le speranze di emancipazione.

L’istruzione nobilita, la bellezza nobilita, la cultura, l’ozio perfino, che libera i pensieri e la fantasia.
Liberi dalla schiavitù del bisogno.
Per riappropriarsi del tempo, per dedicarsi, come scrivevano gli economisti classici, inclini a conciliare economia ed etica, “al bello e al buono della vita”.
Il mio lavoro è pensare, diceva Hannah Arendt.
Ma vaglielo a dire oggi alla gente…

“L’autore di questi saggi – scriveva oltre mezzo secolo fa l’imprenditore Adriano Olivetti ne La città dell’uomo – spera ancora e crede che non sia lontano il giorno in cui il problema economico occuperà quel posto di ultima fila che gli spetta, mentre nell’arena dei sentimenti e delle idee saranno protagonisti i problemi della vita e dei rapporti umani, della creazione, del comportamento, della religione…”.
Altri tempi.
Altre teste.
Ben fatte.

Gramsci diceva che la fabbrica è civiltà e ricchezza.
A condizione che sia gestita con criteri morali e sociali.
Altrimenti può diventare l’Ilva, o la Thyssen.
O andarsene quando gli và.
Utopie, forse.
Pensieri in libertà.
Per la festa del Primo Maggio.

Quando lavoriamo non abbiamo tempo di pensare, nel tempo libero non abbiamo voglia di farlo.
Forse é il caso di interrompere l’astinenza.
Perché c’è un gran bisogno di pensieri.
Forti, coraggiosi, nuovi, profondi.
I reazionari di ogni specie e grado mal sopportano la sollecitudine misericordiosa del Papa verso i migranti.
Ha avuto l’impudenza di manifestarla perfino a Pasqua, suscitando dubbi sulle sue reali radici cristiane.
Già quel nome, Francesco, del resto, doveva insospettire.
Papa Bergoglio sa cosa vuol dire essere emigranti, lo è stato anch’egli.
Loro, i suoi nemici (anche Cristo ne ha avuto, cosa credevate?), no.

Guardateli, nessuno di essi ha frequentato la fame, la miseria, la disperazione, nessuno ha conosciuto la fatica di vivere.
La loro presenza stonerebbe in quella cattedrale dell’umanità dolente costruita dall’arte di Sebastião Salgado.
Io non fotografo i miserabili, disse quando venne ospite in Regione, per me miserabile è quello che non fa più parte di una comunità, che è isolato, che ha perso la speranza: l’unico modo in cui le persone possono resistere, nelle situazioni difficili in cui si trovano, è credere nella comunità.
E, possiamo aggiungere, nelle istituzioni che la rappresentano.
L’una e le altre non sempre riescono a corrispondere alle aspettative.
Di chi in lavoro ce l’ha e di chi vi aspira.

Da quando il popolo si è fatto cittadino, da quando ha preso coscienza di sé, non ha più chiesto solo pane ma pane e lavoro.
La dignità è nel lavoro.
Questo dice la nostra Costituzione.
Il resto è dipendenza, dove l’assistenza, a volte necessaria, confina pericolosamente con la sudditanza.

Ma se vogliamo che sia davvero così, dobbiamo adoperarci non solo per creare più ricchezza e più lavoro ma più dignità nel lavoro.
Oggi i lavoratori sono fragili.
Non hanno protezione contro gli eventi che possono far perdere il lavoro.
Sono stretti fra la necessità di trovarlo e la paura di perderlo.
Anche per questo tutto quello che cambia attorno a loro viene vissuto come una minaccia.

Il compito delle Istituzioni non è didascalico, non devono solo sottolineare concetti ( non c’è lavoro, non siamo sicuri, ci sono i poteri forti, l’UE non funziona e via lamentando) : devono fare e rendere partecipi del fare.
Che, nel nostro caso, significa avere riguardo così ai problemi delle imprese come a quelli dei lavoratori.
Creando l’equilibrio giusto, alla scala decisionale appropriata, suscitando tutte le energie necessarie, materiali, etiche e culturali, coinvolgendo tutte le forme di intermediazione sana, costruendole se non ci sono.
Tutto quel che di buono c’è nel mondo viene dalla collaborazione.
Che non è negazione del conflitto degli interessi e delle idee ma tensione costante alla sua sempre provvisoria composizione.

Costruirne le condizioni, dentro e fuori i confini delle imprese, della Regione, della Nazione, dell’Europa stessa, è la misura della buona politica.
In questo faticoso inizio di millennio tutte le nostre speranze si collocano in un orizzonte vasto.
Restringerlo significa rinunciare a governare i processi.
Dobbiamo invece allargarlo ancor più, dare prospettiva alle nostre scelte.
Solo così le politiche dell’immediato acquisteranno un senso.
Altro non c’è.

La prima delle dialettiche del mondo contemporaneo, scriveva Galbraith nel 1994 (Cose viste), è tra la spinta verso una più stretta unione politico/economica e il ruolo sociale ed economico dello Stato moderno che si esprime secondo differenti linee macroeconomiche (tasse, spese, deficit ecc.) : i diritti della sovranità nazionale contro i vantaggi di una unione più stretta.
Un vero e proprio conflitto fra i fautori dell’unità sovranazionale e i sostenitori dell’autonomia delle singole Nazioni.

La seconda e più radicale dialettica, sostiene Galbraith, si colloca all’interno dello Stato moderno.
Una volta esisteva una lotta fra capitale e lavoro “sottilmente mascherata dalla democrazia”.
Al suo posto, per tante ragioni soprattutto dovute al timore per la sopravvivenza stessa del datore di lavoro, la dialettica è tra comunità protetta e coloro che vivono al di fuori o ai margini, su cui ricadono i disagi della crisi.
“Questo conflitto tra gli inclusi e gli esclusi del benessere potrebbe non essere pacifico e forse non lo sarà affatto”.

Noi, oggi, siamo qui, nel punto di incrocio di questi due processi.
Le soluzioni al problema del lavoro saranno il risultato di questa dialettica.
Le elezioni europee possono dire molto anche a questo riguardo.
In attesa di risposte cruciali sul caso Siri e sul futuro delle Province, sarebbe il caso di pensare a cosa fare.
Per ora, si sia d’accordo o no con le sue tesi, ci prova solo Carlo Calenda.

Viva il Primo Maggio!

(Guido Tampieri)