Un paio d’anni fa era già iniziato un ragionamento collettivo sul fatto che i mass media debbano o meno conferire ampia visibilità a ogni individuo o fenomeno che susciti l’interesse del pubblico, compresi quelli più discutibili.
Quel ragionamento era guidato dalla consapevolezza che l’eco mediatica ha comunque di norma effetti positivi.
In estrema sintesi, oggi il paradosso della visibilità consiste in questo: sia i media classici sia i social media offrono grande visibilità anche a idee, persone e organizzazioni biasimevoli. Lo fanno anche nell’intento di denunciarne e stigmatizzarne i comportamenti portandoli alla pubblica attenzione.
Ma c’è una conseguenza inattesa e avversa: in un tempo in cui l’essere percepibili appare in sé desiderabile, la visibilità offerta dai media è comunque preziosa e premiante, indipendentemente dai motivi per cui viene ottenuta e dai giudizi che la accompagnano.

Sappiamo ormai che le brutte notizie provocano risposte emozionali più forti, quindi suscitano molto più interesse e si guadagnano più pubblico delle buone notizie. Sappiamo inoltre che le notizie false si diffondono molto più in fretta ed estesamente di quelle vere. Nello stesso modo, anche le pessime idee e i brutti ceffi, i peggiori esempi e i cattivi maestri funzionano alla grande in termini di audience: generando scandalo, catturano l’attenzione e aggiungono pepe al dibattito.
Negli ultimi anni tutte le scelte dei cittadini, comprese le scelte elettorali, sono diventate fluide. Vuol dire che ampie percentuali di consumatori possono cambiare scelte d’acquisto in un battibaleno, che ampie percentuali di elettori sono disposte a non votare di nuovo il partito che hanno votato in precedenza.

A proposito di elezioni: oltretutto non è più vero che si vincono spostandosi al centro. Questo funzionava quando i partiti erano forti di un patrimonio di voti ideologici, stabili nel tempo. Oggi tutti i voti, tranne percentuali esigue, vanno conquistati e riconquistati ogni volta. Farlo è più facile se si ha un’identità decisa, e l’essere molto visibili è la precondizione indispensabile per costruirsela, quell’identità.
Quindi: tutti a caccia di visibilità, a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo, compreso il dichiarare qualsiasi cosa possa far rumore.
Se sono più deboli i corpi intermedi e faticano a spiegare chi e che cosa è meritevole di interesse e fiducia, a orientare le percezioni dei temi e delle proposte, l’unico criterio di scelta dei singoli, più fragili che in passato, passa da questa equivalenza irragionevole: “visibile, perciò importante, quindi migliore”.
È ovviamente diventa più “popolare” chi maggiormente gode del favore del “popolo”. Ma se la popolarità è una combinazione di notorietà e gradimento, risulta evidente che non ci può essere fama senza notorietà, non ci può essere notorietà senza visibilità.

E’ necessario che noi siamo consapevoli del fatto che, nella guerra per la visibilità, le munizioni vengono prodotte dal sistema mediatico non sempre in modo volontario: il premio di chi vince è l’attenzione di tutti noi. Essere coscienti che l’equivalenza “visibile, perciò importante, quindi migliore” è falsa come i soldi del Monopoli, con cui gioco spesso con mio nipote.
E che, purtroppo, questo non è un gioco, ma è il destino del nostro paese e dell’Europa.

(Tiziano Conti)