Bologna. Un altro provvedimento presentato dall’attuale Governo come punto di svolta per il rilancio dell’occupazione sta iniziando a scontrarsi con la dura realtà dei fatti e dei numeri. Stavolta parliamo di “Quota 100”, ossia della possibilità, prevista per i prossimi tre anni, di andare in pensione anticipata a 62 anni, con un’inevitabile penalizzazione, purché si siano maturati almeno 38 anni di contributi.

I giallo-verdi prevedevano l’avvio di un circolo virtuoso che avrebbe comportato un effetto di sostituzione tra assunzioni e pensionamenti, con un trend positivo che Di Maio era arrivato a quantificare in tre neo-assunti per ogni neo-pensionato (e Conte, facendo l’esempio dell’Eni, aveva in sostanza confermato).

Un recentissimo studio della Fondazione Di Vittorio – Cgil, tuttavia, dimostra che, pur con le migliori intenzioni, anche questo provvedimento non è esattamente partito col piede giusto. Secondo i calcoli (su dati Inps) del maggiore sindacato italiano, infatti, le richieste sinora pervenute per “Quota 100” sono meno di metà di quelle previste dal Governo: ben sotto 130 mila, contro le 290 mila previste nelle stime del Def dello scorso 9 aprile. L’effetto di sostituzione appare, pertanto, assai meno evidente di quanto era stato trionfalisticamente presentato: né fanno ben sperare le previsioni per il 2020 e il 2021, anni per i quali la Cgil prevede addirittura un numero di richiedenti pari a un terzo di quello atteso.

Le cause di tale flop apparivano già evidenti ai tempi della presentazione della riforma: la riduzione dell’assegno dovuta al pensionamento anticipato ha scoraggiato numerosi richiedenti. Non a caso, sempre secondo la Cgil, nel settore privato la maggior parte delle richieste proviene da personale a rischio di perdita del lavoro, mentre nel settore pubblico molte richieste provengono da scuola e sanità, due settori che rischiano di veder peggiorare le proprie già note carenze di organico, come già dimostra il caso eclatante dei medici in pensione richiamati in Veneto e Molise.

A voler vedere a tutti i costi un aspetto positivo, si può osservare che lo Stato, nel triennio, spenderà circa 7,2 miliardi in meno rispetto ai 21 miliardi stanziati con la legge di Bilancio (1,6 miliardi per il 2019). Un risparmio per le casse dello Stato che si aggiunge a quello per il reddito di cittadinanza, anch’esso meno richiesto rispetto alle stime propagandistiche del Governo. Ma quella che Salvini e Di Maio potrebbero presentare come una situazione “win-win” (o creo nuovo lavoro per i giovani, oppure reinvesto quello che ho risparmiato rispetto alle stime), per i diretti interessati non appare affatto vincente, con una percentuale di disoccupazione giovanile che, non aiutata dalla mancata crescita economica, si mantiene intorno al 38%, e un effetto di sostituzione reale che, stando dalle stime della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, non dovrebbe superare il 37%. Detto altrimenti, non tre neo-assunti per ogni pensionato, ma tre pensionati per ogni neo-assunto.

Lo stesso presidente della Fondazione, Rosario De Luca, nel presentare questi dati ha ammonito: “E’ evidente che quota 100 non è una misura che incentiva l’occupazione, non nasce per questo […] L’occupazione nasce dallo sviluppo dell’economia, dalle aziende. Quindi, c’è bisogno che le aziende vengano incentivate, che l’economia vada avanti, che le infrastrutture siano costruite, che la burocrazia allenti lacci e lacciuoli che opprimono le aziende”. In caso contrario, ci ritroveremmo di fronte all’ennesimo provvedimento-tampone, non strutturale, dai risultati circoscritti nel tempo e nei numeri, come sottolineato anche dalla Fondazione Di Vittorio. In sintesi, l’esatto contrario di quello che Lega e M5S hanno più volte dichiarato ufficialmente, ossia il superamento della riforma Fornero. Un’ulteriore prova, casomai ce ne fosse stato bisogno, della difficoltà per l’attuale maggioranza di scindere la propaganda da campagna elettorale dall’azione concreta di governo.

(Mainardo Colberti)