E’ questo il cambiamento che avevano promesso in campagna elettorale? Per ora non sembra un granché e siccome non è sufficiente autocelebrarsi ogni giorno sui social per fare diventare realtà i nostri sogni (per quanto nobili essi siano) restiamo ancora in attesa di fatti concreti che segnino una vera svolta.

Nel frattempo il Paese è fermo, il piccolo balzo del Pil dello 0,2% sul trimestre precedente (che comunque è la metà degli altri paesi europei) ha permesso di uscire dalla recessione tecnica ma i consumi interni restano negativi e il piccolo risultato positivo lo si deve principalmente all’export malgrado le tensioni internazionali da tenere in conto.

Anche il calo della disoccupazione va preso con molta cautela perché oltre all’aumento dei tempi indeterminati, nota sicuramente positiva, è necessario dare un peso qualitativo ai posti di lavoro che si creano.

Soffriamo esattamente come prima del cambiamento della mancanza di lavoro, quello che c’è è mal pagato e precario, l’unico vero boom che si conferma è quello della sottoccupazione, i cosiddetti part time involontari (che colpisce principalmente le donne, come evidenziato nell’ultimo report dell’Ocse), insomma i redditi continuano a scivolare verso il basso e le diseguaglianze aumentano.

Le azioni del governo gialloverde, a distanza di un anno dal suo insediamento, dimostrano di essere non sufficienti e appaiono dense di approssimazioni, bisognerà attendere che i provvedimenti come quota 100, il decreto crescita e lo sblocca cantieri, facciano vedere i loro effetti per smentire queste sensazioni.

Per ora abbiamo ancora davanti agli occhi i toni trionfali che hanno riempito i mesi d’autunno in una estenuante gara di dichiarazioni sorprendenti che tracciavano “un 2019 radioso” (Conte) e che “siamo alla vigilia di un nuovo boom economico” (Di Maio) con un Pil al 1,5% e un deficit al 2,01%.

Oggi assistiamo invece alle tristi conferme di un’economia ferma con un Pil allo 0,1% (su base annua), con un debito pubblico in crescita tendenziale verso il 132,6% del Pil e un deficit proiettato al 3,4% (Sole 24 ore del 26 aprile) che peserà ancora di più sulle casse dello stato.

Non si intravedono grandi prospettive nemmeno sul versante degli investimenti pubblici in infrastrutture, in un paese a pezzi dove basta una pioggia intesa per provocare enormi danni, dove invece si registra un dimezzamento dei fondi destinati al decreto crescita giudicato da tutti insufficiente per invertire la rotta dei consumi interni.

L’unico provvedimento degno di nota che prova a mettere un po’ benzina nell’economia ripropone (ridimensionati) gli sconti fiscali per le imprese introdotti dall’ex ministro Calenda durante il governo Gentiloni, ed è forse questo il motivo del grande entusiasmo della Confindustria quando dice a Di Maio che hanno la stessa visione (che ricorda una vecchia battuta detta dall’allora Presidente di Confindustria D’Amato a Berlusconi, “il tuo programma è il mio programma”, che non ha portato bene ai lavoratori).

Nemmeno la sacrosanta lotta alla povertà, che veniva annunciata come “sconfitta”, per ora arranca visti i numeri dei redditi di cittadinanza accolti.

Invece ancora una volta, come i governi precedenti, si esulta su delle crescite dello zero virgola e si manda un messaggio agli italiani che non corrisponde con la loro vita quotidiana e con le difficoltà di arrivare a fine mese.

Come diceva De Niro nel film? “Tutto chiacchere e distintivo”.

Infatti il trio al governo composto dalla strana coppia e dal terzo incomodo dimostra ogni giorno di lavorare su piani comunicativi completamente diversi, a volte contrapposti, ma con una strepitosa abilità di mettere a fattore comune la protezione delle loro poltrone, saldamente inchiodate con un Patto di Governo che gli permetterà forse di restare in sella per tutta la legislatura.

E ogni giorno mettono in scena uno spettacolino come nel film di Charlie Chaplin dove un bambino complice rompeva i vetri e lui passando per caso si offriva di ripararli. Ecco, Salvini, Di Maio e Conte si alternano in questi due ruoli alla perfezione, ieri per i migranti, oggi sulla corruzione, domani chissà… un vetro si trova sempre!

Si tiene impegnato il popolo, abbandonato a giocherellare con i balocchi creati di volta in volta dagli esperti della comunicazione e nel frattempo si fanno calcoli elettorali quasi a tempo pieno e a spese nostre.

La bravissima Milena Gabanelli ha calcolato in 4 giorni al mese il tempo che Salvini passa al ministero che dirige, il resto lo dedica a fare una perpetua e sconfinata campagna elettorale, pagata a spese degli italiani, alimentando le paure dei penultimi contro gli ultimi o andando a convegni sinistri dove si agitano feti di gomma per azzerare le conquiste fatte sui diritti universali.
In una fabbrica l’avrebbero già licenziato per scarso rendimento.

A livello locale, con le dovute proporzioni perché a Imola la Lega pare all’”Opposizione”, non succedono fatti tanto diversi da punto di vista della concretezza degli esiti.
Il cambiamento sarà anche in atto ma per ora segna solo punti negativi.

Gli investimenti sono fermi e la vicenda del Con.Ami sta pesando significativamente sull’economia del circondario, le tasse locali sono aumentate smentendo le dichiarazioni fatte della sindaca in campagna elettorale mentre invece sarebbe ora di impostarle sulla progressività in relazione al reddito, sul completamento dell’asse attrezzato si lavora per fare un altro imbuto, come se non bastasse quello che già esiste nel passaggio sotto la ferrovia (ma forse chi se ne occupa gira solo in bicicletta), c’è il nulla su come creare occupazione da un tessuto produttivo colpito duramente dalla crisi, per non parlare dell’autodromo, ma fermiamoci ai temi più importanti.

Ah, dimenticavo che invece avremo un satellite che ci indicherà dove sono i parcheggi liberi!

Come direbbe Lubrano, una domanda sorge spontanea: ma quanto può durare ancora questo teatrino gattopardiano in cui per non cambiare nulla bisogna cambiare tutto?

(Paolo Stefani)