Herbert DORFMANN in the EP in Strasbourg

Le questioni legate al cambiamento climatico e alle politiche energetiche sono, giustamente, sempre più al centro dell’attenzione, soprattutto tra le nuove generazioni. Il successo globale dell’iniziativa “Fridays for future” e dell’attivista Greta Thurnberg testimoniamo la grande preoccupazione dei nostri giovani, che non deve restare inascoltata.

Nel dibattito pubblico, purtroppo si ha a volte l’impressione che l’Unione europea sia la prima responsabile per le emissioni di gas serra nell’ambiente. Non è esattamente così: l’Unione europea è effettivamente una grande potenza economica che produce più del 20 per cento del Pil mondiale, ma è anche vero che l’efficienza energetica della produzione europea è tra le più alte al mondo, cosa che comporta un impatto sulle emissioni globali di CO2 del 10 per cento circa.

Ciò non basta, in Europa lo sappiamo. Per questo l’Unione europea continua a essere un attore leader nella lotta globale al cambiamento climatico, esercitando una pressione costante sugli altri stati per legarli ad accordi internazionali, come l’accordo di Kyoto o quello più recente di Parigi, che non sarebbero mai stati possibili senza l’impegno da parte europea.

Detto ciò, è chiaro che gli impegni presi a Parigi restano sulla carta se non viene messa in atto una legislatura effettivamente in grado di comportare una riduzione dei gas serra.

In questo senso, negli ultimi anni abbiamo lavorato intensamente nelle Commissioni ambiente e agricoltura del Parlamento europeo, a partire dal riordino e dal rafforzamento del Sistema europeo di scambio di quote di emissione di gas a effetto serra (European Union Emissions Trading Scheme), che è il principale strumento adottato dall’Unione per raggiungere gli obiettivi di riduzione della CO2 nei principali settori industriali e nel comparto dell’aviazione.

Importante è anche la nuova direttiva sull’efficienza energetica degli edifici, che obbliga i costruttori di nuovi edifici a rispettare determinati standard qualitativi in termini di efficienza energetica, ma che impone anche agli enti pubblici di intervenire sugli edifici già esistenti (scuole, ospedali, amministrazioni ecc.) per migliorarne l’efficienza energetica.

E poi, ancora, un mese fa, dopo lunghe discussioni, abbiamo votato una nuova direttiva sulle emissioni di gas serra prodotte dalle automobili, secondo la quale i costruttori saranno tenuti a realizzare veicoli in grado di diminuire del 37,5 per cento le emissioni di CO2 entro il 2030. Un obiettivo impegnativo, che sarà raggiungibile solo con un cambiamento di tecnologie. In altre parole, non basterà produrre veicoli che consumano meno carburanti, ma sarà necessario passare da motori a combustione a macchine a batteria o a idrogeno.

Fatta questa premessa, va riconosciuto che l’agricoltura svolge un ruolo importante, duplice, nella lotta al cambiamento climatico.

Va innanzitutto ricordato che l’unico processo in natura attraverso il quale la CO2 è trasformata in ossigeno è la fotosintesi. Un fenomeno che avviene là dove le piante crescono, dove ci sono coltivazioni. Anche nelle foreste utilizzate in modo sostenibile, dove ci sono alberi giovani, c’è un alto livello di fotosintesi e quindi un altro grado di trasformazione di CO2 in ossigeno. Pertanto, da un punto di vista climatico è chiaro che un campo coltivato contribuisce di più alla trasformazione della CO2 in ossigeno rispetto a un territorio abbandonato.

D’altro canto, però, va notato che l’agricoltura contribuisce alle emissioni di gas serra, quando i terreni non sono coltivati in maniera non sostenibile e questo causa una perdita di humus, e, soprattutto, se c’è una forte emissione di metano, gas serra prodotto anche dai ruminanti.

La proposta per la nuova politica agricola comune attualmente sul tavolo è particolarmente incisiva nel combattere queste problematiche.

In primo luogo, introduce nel primo pilastro un nuovo elemento: gli eco-schemi, che servono ad aumentare le azioni nazionali in materia di ambiente e di cura del clima sulla base delle esigenze e delle circostanze locali. È obbligatorio per gli Stati membri progettare e offrire uno o più eco-schemi. Le adesioni da parte degli agricoltori tuttavia sono su base volontaria.

Se la riforma passerà così com’è stata votata in Commissione agricoltura, alla lotta al cambiamento climatico andranno dal 20 al 40 per cento delle risorse contenuto nel primo pilastro. Un discorso analogo vale per il secondo pilastro, dove si prevede che il 30 per cento dei fondi venga riservato alla lotta al cambiamento climatico. Si tratta di risorse molto più importanti di quelle impiegate attualmente.

Va poi ricordato che nel programma di finanziamento alle ricerca dell’Ue “Horizon”, i fondi disponibili all’agricoltura si triplicheranno, raggiungendo una cifra vicina ai 10 miliardi nei prossimi sette anni, che verranno impiegati anche per rendere l’agricoltura più sostenibile.

Infine, va ricordato che l’Unione europea è intervenuta sul rapporto tra produzione agricola e cambiamento climatico con una legislazione a sé stante. Nelle due direttive sull’energia rinnovabile, infatti, si prevede anche un impegno dell’agricoltura nella produzione di energia, pianificando un graduale passaggio ai biocarburanti di seconda generazione.

Ogni anno, infatti, circa un milione e duemila ettari di terreno in Europa sono coltivati per la produzione di energia. È un dato significativo, importante economicamente per l’agricoltura.

Tuttavia, si tratta di un questione spesso dibattuta, perché il terreno utilizzato per produrre energia non viene piú usato per produrre alimenti. La produzione di energia è tuttavia un fattore importante per riequilibrare il mercato di prodotti agricoli in Europa e perciò ritengo che l’agricoltura debba affrontare questo tema in maniera offensiva, facendo capire alla popolazione che ha un ruolo importantissimo per quanto riguarda il cambiamento climatico, che non è solo un problema ma anche un’opportunità.

Le criticità quindi restano, ma non vanno schivate. Vanno affrontate, puntando su una coltivazione sostenibile delle superfici ma anche e soprattutto investendo sulla ricerca, per andare verso un’agricoltura sempre più basata sul sapere.

(Herbert Dorfmann, eurodeputato)