Eureka! (Archimede)

Lasciamo stare la vittoria dei socialisti in Spagna, che pure ha il suo significato.
Si vince e si perde in ogni campo, anche a rubamazzo.
Poi la mano gira.
Sempre.

A sentire i commenti prima del referendum Renzi avrebbe governato per trent’anni.
Come Enrico VIII.
Dov’è l’opposizione? Dicevano tutti.
Come adesso.
Che hanno decretato la morte della sinistra.
Si sbagliano ancora.

La gatta frettolosa fa i gattini ciechi.
Anche gli omini, a volte, sono ciechi.
Accade quando non hanno il senso della storia.

Se c’è un carattere marchiato a fuoco sulla pelle del mondo contemporaneo è la disuguaglianza.
E se c’è un carattere consustanziale alla sinistra, in ogni tempo e luogo, è l’uguaglianza.
Le persone nascono disuguali e la sinistra cerca di diminuire le distanze.
In avanti.

Nella seconda metà del novecento c’è anche riuscita.
Dove era al governo ma anche dall’opposizione.
Poi la turbotartaruga del capitalismo globale è ripartirla a razzo e un intorpidito Achille ha perso di nuovo terreno.
Questa, in ogni caso, è la missione della sinistra: il suo valore cardinale è la giustizia sociale.
Che nel corso della storia ha piuttosto perseguito in eccesso che in difetto, comprimendo a volte, in suo nome, la libertà individuale.
Che rappresenta, invece, il valore di riferimento del pensiero liberale.

La critica mossa da Orwell ai partiti comunisti occidentali fu di non essere altrettanto coerenti nell’opporsi ai regimi liberticidi dell’est come al nazifascismo.
La storia del riformismo europeo, da Bad Godesberg in qua, è la ricerca costante di tenere assieme i due cardini della rivoluzione francese ( il terzo, la fraternité è un sentimento apolitico che fatica ad affermarsi anche fra consanguinei).
Oggi sono entrambi piuttosto malconci.

Le diseguaglianze sono cresciute, e qua e là si è fatta strada un’idea, non meno bizzarra che pericolosa, di “democrazia illiberale”.
Sconosciuta in natura.
Come il capitalismo comunista.
O il Movimento Senzapiustelle, che esiste solo in questo povero Paese martoriato dalla sua classe dirigente e dai suoi cittadini.

Il velleitario agitarsi dei grillini sta alla mitigazione delle disuguaglianze che umiliano la nostra umanità come una danza della pioggia alla desertificazione del pianeta.
Scalato furiosamente il potere con l’obiettivo di governare da solo ( mai c’è stata l’intenzione di farlo con la sinistra) il M.S. ha ottenuto il risultato di mettere l’Italia nelle mani dell’estrema destra, condensato di tutte le iniquità.

La concatenazione degli eventi dice che “la ditta” ha consegnato il Pd a Renzi, che questi ha consegnato il Paese al M.S. e che la creatura di Casaleggio l’ha consegnato a Salvini.
Peggio di così si muore.
Che non è escluso.
L’unica evidenza è che questo popolo si lascia consegnare facilmente.

Quello che preme qui dire è che le ragioni della sinistra sono più vive che mai.
Che il superamento delle categorie destra-sinistra è un’idiozia, concettuale e fattuale.
Che, semplicemente, il mondo si è spostato a destra.
E che una sinistra “compos sui”, cosciente della sua funzione, può fermare la deriva.
Si può fondatamente sostenere che in questo momento non è all’altezza, che non ha denti.
Non che non c’è pane.

Le dispense di un mondo segnato dallo scandalo della povertà e dell’umiliazione, di uno sviluppo che non incorpora l’integrità della biosfera e la dignità umana, di un’economia senza l’uomo, ne sono colme.
Il problema non è se ma come facciamo a svuotare le dispense dell’ineguaglianza globale.
Un compito, in mancanza di strumenti di governo dell’interdipendenza, che appare semplice solo ai sempliciotti.

Ha scritto Amartya Sen : “ Nel piccolo mondo in cui i bimbi vivono la loro esistenza , dice Pip, in Grandi speranze di Dickens, nulla è tanto acutamente percepito e sentito quanto l’ingiustizia.
Ciò che ci tocca non è la constatazione che il mondo è lungi dall’essere totalmente giusto, ma il fatto che esistano ingiustizie palesemente risolvibili cui desideriamo porre rimedio. L’individuazione delle iniquità che si possono correggere è il punto di avvio di una discussione critica. Per andare al di là del nostro sentimento di giustizia-ingiustizia ed elaborare una teoria della giustizia. Per capire il mondo non è mai sufficiente limitarsi a registrare le nostre percezioni immediate; per capire è sempre necessario riflettere…”.

Nel nostro piccolo mondo, invece, le parole corrono più veloci dei pensieri e riflettere per capire è diventato un esercizio che la mente non considera.
Non sono infatuato di Calenda, non mi innamoro più, ma quando “l’uomo che viene da Confindustria” ( come se questo precludesse la sensibilità sociale) ci ammonisce che cucire un nuovo abito per questo Paese storto richiede fatica, dice la sola cosa che una persona onesta può dire.
Qualcosa che è mentalità, responsabilità e, alla fine, progetto.
Opposto al populismo e al massimalismo.
Alla faciloneria e alla millanteria.
È oggi più facile trovare l’araba fenice che una persona di sinistra felice.
Per tante eccellenti ragioni ma anche perché cerchiamo quello che forse non ci può essere.
Prigionieri del luogo comune che vuole i partiti al governo ricchi di idee e l’opposizione del tutto priva.

Con ciò accreditando loro di quello che non hanno e condannando noi a stremarci fra recriminazione e frustrazione.
In attesa di un’idea catartica che ci restituisca la fiducia della gente.
Nemmeno Eta Beta, l’amico di Topolino venuto dallo spazio a risolvere ogni problema, la possiede.
Nemmeno Sanchez.
Che non ha conquistato la Spagna con chi sa quali trovate ma con una credibile azione di governo.
Guardatevi in giro.

Il programma di Salvini per le europee è: stop ai burocrati, ai buonisti, ai banchieri, ai barconi.
Testuale.
Quello del M.S. una manciata di fanfaluche.
Le sole proposte per migliorare l’Europa vengono dal centrosinistra.
Non è molto ma è di più.

A chi, filosofi e commentatori, ogni giorno sui media, sostiene che la situazione è grave e tuttavia crede di salvarsi l’anima con un “dì qualcosa di sinistra” vien da rispondere: dì tu cosa fare.

L’attuale modello economico, scrive Lester Brown, non può sostenere il progresso del mondo intero, non ci può portare dove vorremmo andare.

E così l’attuale struttura produttiva e istituzionale dell’Italia, che non può remunerare il lavoro come nelle nazioni più forti, garantire una pensione adeguata a un popolo di vecchi, recuperare il divario Nord-Sud, sanare le ferire urbanistiche e territoriali, ammodernare le infrastrutture, finanziare come si deve la sanità e la scuola, soccorrere i bisognosi e sostenere, come Atlante, il peso di un debito enorme.
Questa piramide rovesciata non regge più oltre.

Quale idea risolutiva ci serve per scuoterci e determinarci a cambiare questo stato di cose?
Se non quella, antica, di intervenire su tutti i fattori economici, civili e culturali che vanno migliorati.
Con la capacità di connettere i fenomeni e guardare l’assieme.
Per prendere coscienza delle difficoltà che la storia ci riserva e ricucire così un rapporto onesto fra popolazioni e Istituzioni.
Fondato su una comune assunzione di responsabilità.
Si chiama riformismo.
Altro di utile su piazza non c’è.

(Guido Tampieri)