Ezio Zanelli a “Radio Milano” a Madrid

Forse sono soprattutto gli amori da cui usciamo sconfitti a radicarsi in noi, con una forza dolceamara che ogni tanto rigermina, e non è giovinezza rimpianta o nostalgia. È proprio amore. Così per mio padre Ezio Zanelli, alias Lenti, fu la guerra di Spagna dove dal giugno del ’37 si impegnò con la sua compagna nelle trasmissioni in lingua italiana. Prima da Madrid, poi da Barcellona un notiziario lanciava attraverso l’etere i principi della lotta antifascista che in quel momento aveva nella penisola iberica il suo fronte più caldo. «Oggi qui, domani in Italia», è quanto Carlo Rosselli aveva auspicato fin dai primi tempi della guerra civile.

Lettera di Edoardo D’Onofrio 30.3.39

Di quell’esperienza, oltre a qualche foto, rimane una lettera dattiloscritta. In calce la firma è un nome breve e maiuscolo, “EDO”, attraversato da uno sgorbio rapido tracciato a penna: un’autenticazione sbrigativa. «Caro Lenti…»: chi scrive è il compagno Edoardo D’Onofrio e si rivolge a Ezio con quello pseudonimo che sa di complicità, di affetto anche. I soprannomi di quei “vecchi” comunisti sono registrati da tempo nelle carte della polizia politica italiana, e se non servono ormai più come copertura, rimangono tra loro come segno della comune appartenenza. Dunque: «Caro Lenti, ho ricevuto i tuoi scritti. Sta bene. Grazie per il fatto che ti sei interessato continuamente del tuo lavoro e dei compagni che fino a qualche giorno fa lo hanno svolto. La tua del 23 corrente mi ha aiutato a porre in maniera più acuta il problema di salvare i compagni che sono nella zona centrale. Qualche notizia di loro le abbiamo tuttavia. I compagni di Aranj. [Aranjuez] erano qualche giorno fa a Valencia. Quelli di Madrid erano con loro? Non se ne sa nulla». È il 30 marzo del tragico 1939 quando Edo su di una carta intestata Chambre des Députés, Paris… le 193… risponde a Lenti che gli ha scritto una settimana prima.

Bandiera della Repubblica spagnola con la stella a tre punte

La clandestinità avvolge da anni l’esistenza di questi uomini e l’abitudine a sottintendere stende un velo opaco sulle parole che i due si scambiano. Con qualche esitazione mi provo a penetrare il senso della lettera che ho tra le mani. E poi c’è un’esperienza comune ancora calda di cui non conosco i dettagli. Il contesto generale è tuttavia chiaro. Sta sui manuali di storia. In quegli ultimi giorni di marzo si consumava la fine della Repubblica spagnola che per quasi tre anni aveva tenuto testa alla sollevazione dei militari guidati da Francisco Franco. Aiutata dalle truppe inviate da Mussolini e da Hitler, la rivolta era riuscita a strappare, ma con fatica, la Spagna ai suoi legittimi governi: una guerra civile terminata giusto nella primavera di ottanta anni fa.

Lenti porta vivissimi nel cuore il dolore e l’angoscia della rotta della Catalogna, e negli occhi le immagini delle lunghe file di spagnoli che abbandonavano la propria terra: un esodo di gente povera e sofferente nel quale si era confuso. Anche in Edo è sempre accesa la passione per la terra di Spagna e per la sua libertà. Per entrambi sono spine aguzze come quelle della stella a tre punte, simbolo delle brigate internazionali al cui servizio hanno speso la loro intelligenza. Ma nella marcia che nel febbraio lo riportava in Francia, Lenti aveva ancora la speranza di un partito che pensava a lui. «Giunsi a Perpignano “nudo e crudo” – ha rievocato molti anni dopo – avendo dovuto abbandonare tutto. Mi fu detto che gli indumenti ed i libri mi avrebbero seguito… ma devono ancora raggiungermi! L’essenziale però era di avere salva la pelle ed essere sfuggito all’internamento nei campi di concentramento. A Perpignano la Gendarmeria [francese] dava una caccia spietata allo “spagnolo”; chi girava con una coperta a tracolla (usanza tradizionale tipica dei popoli della Spagna) veniva subito arrestato. Anch’io […] avevo la coperta che mi affrettai ad abbandonare; era quello l’unico “mio bene” che avevo salvato dal marasma di quelle indimenticabili giornate. Venni prelevato, ormai con l’acqua alla gola da un compagno inviato dal centro del partito. Raggiunsi Parigi con l’intento preciso di rientrare in Spagna per continuare la mia attività nella zona ancora libera del Centro-sud».

Non fu così. A Parigi, presso il Centro del partito, Lenti ebbe l’amara sorpresa di essere trattenuto da un’inchiesta su di lui che passò al vaglio il rischioso lavoro che aveva svolto per anni, quando portava da un capo all’altro dell’Italia la stampa comunista clandestina. Di questa inquisizione racconterò a breve e più distesamente a partire da documenti conservati da mio padre per il resto della sua vita.

Il “viatico” del partito a Lenti firmato da Ruggero Grieco, alias Garlandi

Qui per ora mi fisso sui tempi di questo dramma particolare, piccolo punto doloroso in un dramma più vasto: una ferita personale e profonda che spinse Zanelli a salvare quei foglietti nei tanti pericoli che avrebbe corso in seguito. Dal primo di questi, un biglietto manoscritto di Ruggero Grieco (pseudonimo: Garlandi) datato 22 marzo [1939], si ricava che lui, Lenti, veniva munito di mille franchi col suggerimento di andare a Lione, dove viveva una nutrita colonia di emigrati italiani. Terminata l’indagine, e ricevuto quel “viatico”, Lenti aveva subito scritto a Edo, relazionando, si suppone, sugli incarichi espletati in Spagna. D’Onofrio, a cui era stato affidato il coordinamento dei comunisti italiani militanti per la repubblica, costituiva infatti il riferimento principale di uomini come Ezio.

 

Sette giorni dopo Edo gli rispondeva e avanzava richieste pressanti: «Da te, a volta di corriere, mi preme avere: l’indirizzo di Francia di Pin /che non è il medesimo citato da M. / . Mi pare che era a Nizza. Se tu te lo ricordi mandamelo. Mi pare che scrivesse sovente per un giornale di partito, ma di provincia. Mi occorre inoltre, ma subito, la lista completa, nome e cognome e nazionalità, dei compagni, che lavoravano alla radio a A. e a M. Se ti è possibile, oltre ai pseudonimi, i nomi veri. Il tutto manda o invia a Heussler, 11° rue du Faubourg Poissonniere. Paris IX. Busta interna: pour Marceau». Rispondeva poi alle questioni poste da Lenti e ricavate indirettamente dalla medesima lettera: lo rassicura su di un debito o un prestito in dollari: «Già regolato. Non pensarci più »; così anche circa il destino del suo bagaglio: «Per quanto riguarda la tua valigia. Sì, ci sono speranze fondate che la riceverai. Le valigie le abbiamo tolte dal campo di concentramento. Ma nel darcele, la polizia e la dogana le hanno ben bene perquisite. Non appena la tua arriverà, mi farò un dovere di fartela recapitare». E aggiunge: «Dove sono non posso muovermi. È per questo che non vengo a trovarti e che non ti consiglio di venire a trovarmi. Almeno per il momento». È un’istruzione perentoria, cui seguono un congedo dal tono ammiccante e un caloroso grazie: «So che parti e so dove vai. Son certo che ci rivedremo. Noi, in effetti, ci incontriamo continuamente. Non è vero? Ad ogni modo, caro Lenti, ci tengo a ringraziarti molto della collaborazione tua al lavoro della Commissione, collaborazione che è stata considerevole e che merita veramente l’elogio. Io ti ringrazio in particolare per avermi risparmiato e il lavoro e preoccupazioni». Chiude la lettera con un tocco appena di malinconia: «È un peccato che tutti i compagni che hanno lavorato per tanto tempo assieme siano costretti a separarsi così senza neppure potersi stringere la mano. Ma separandoci, portiamo con noi, il buon ricordo di una collaborazione di lavoro per una causa giusta e che malgrado le avversità, trionferà». Sonoro il finale dalla chiara eco di Spagna: «Salud».

Giovanna Zanarini (Giannina) dattilografa a “Radio Milano”

Mentre in Madrid stanno per entrare le truppe di Franco, diversi militanti del P.C. d’Italia restano ancora in Spagna e continuano a trasmettere a “Radio Milano”. Uno di questi, Giuseppe Reggiani verrà fucilato verso la metà di aprile dai fascisti italiani. Zanelli invece se ne va a Lione. Non più funzionario del partito e perciò senza più proventi, si inventa il lavoro di lavavetri e gira con scala e spazzolone, chiede il pane secco ai forni, scopre che le poubelles possono fornire un po’ di cibo. La sua compagna, che tra una stagione e l’altra nelle fornaci imolesi aveva frequentato il laboratorio di una rinomata pellicceria cittadina, si impiega presso una ditta di Fourrure in place de la République a Lyon, la Compagnie Canadienne, che le paga anche i contributi sociali. È certo che lì lavorò nell’inverno del 1942-43, poi da metà febbraio un ricovero all’Hotel-Dieu. Ma forse era solo che, inaspettatamente, dopo averlo desiderato (chissà perché) le si preannunciava in età abbastanza matura, un figlio. Fu per quello che in primavera si decise che Giannina sarebbe ritornata in Italia, dove io nacqui. Nella Francia di Vichy, che alla fine i tedeschi avevano occupato, si pativa la fame, ed Ezio doveva rituffarsi nella clandestinità.

(Giuliana Zanelli)

NOTA. L’attività cui mio padre e altri compagni furono addetti è stata studiata da Stefano De Tomasso, Voci dalla Spagna. La radio antifascista e l’Italia (1936-1939), Rubbettino 2019. Foto e documenti richiamati nel presente articolo ora sono nell’archivio del C.I.D.R.A. Gli articoli di Ezio Zanelli sulla sua esperienza della Spagna si leggono in vari numeri di gennaio 1971 di “Sabato sera”. Citazione dal numero del 23 gennaio. A breve sotto la sezione PERSONALE E POLITICO un più dettagliato racconto sull’inchiesta del Centro estero comunista nei riguardi di Lenti.