Zia Haider Rahman, Alla luce di quello che sappiamo, Ed. La Nave di Teseo
Traduzione di Fabio Zucchella

La trama
Una mattina di settembre, nella sua casa di Londra, un consulente finanziario, alle prese con carriera e matrimonio in disfacimento, vede bussare alla sua porta Zafar, amico di gioventù diventato brillante matematico, scomparso anni prima in circostanze misteriose. Ritrovati dopo tanti anni, ripercorrono insieme il loro passato segnato da amore, guerra, orgoglio e lotta. E Zafar affida all’amico ritrovato una confessione scomoda.

Ogni capitolo è preceduto da alcune citazioni: vi troveremo Le Postille a Il nome della Rosa di Umberto Eco, Cesare Pavese, le Lezioni americane di Calvino, per citare i nostri autori. Un richiamo ad una formazione classica è evidente anche nella forma narrativa che si nutre di elementi che fanno pensare a Conrad: si pensi all’entrata in scena del protagonista intento a bussare alle porte del palazzo in cui vive il secondo protagonista del libro, un ricco consulente finanziario pachistano travolto dal ciclone derivati del 2008, voce narrante dell’opera. La confessione di Zafar farà sgorgare dal centro di Londra un mare di rivoli, storie e personaggi che vanno ad abbracciare gli anni in cui l’amicizia nasce tra i due e si solidifica, al presente.

Un romanzo caleidoscopico e magmatico, apparentemente incentrato sui due fatti che hanno cambiato le prospettive di questo secolo: l’attentato dell’11 settembre e la crisi dei mutui subprime, visti nelle conseguenze che hanno travolto Paesi ed esistenze, diviso popoli ed etnie. Lo sguardo dell’autore cade sulla interpretazione tutta occidentale dei fatti che avvengono nel pianeta, senza considerare le specificità locali. Rapidi mutamenti di prospettiva portano poi ad indagare altri avvenimenti storici, ma anche il mondo delle scienze, della filosofia, e quella rete insondabile dei sentimenti che ancora muovono l’animo umano: amore, rabbia, amicizia, i rapporti con la famiglia e con l’ambiente umano…  Due differenti piani per avvicinare il lettore al mistero delle relazioni umane e alla necessità di interpretare la profondità di un sistema mondiale frutto del lavorio della storia.

L’autore è originario del Bangladesh, e già la critica italiana ne attribuisce la nazionalità al Pakistan (Repubblica del 20 gennaio 2019): chi ha letto il libro o chi conosce la storia della regione ricorderà il genocidio subito dall’ex Pakistan orientale nel 1971, al momento della scissione, tragici fatti che emergono dalle pagine del romanzo. Come il protagonista del suo romanzo d’esordio, tradotto in una ventina di Paesi, Zia ha studiato ad Oxford, a Yale, per diventare poi investment banker a Wall Street. Un repentino cambio di professione lo porterà a divenire avvocato dedito alla difesa dei diritti civili nelle cause internazionali.

Come Zafar, ha vissuto la migrazione partendo con i genitori dall’Asia all’Inghilterra, vivendo come squatter in un edificio fatiscente (le pagine del libro riportano gli incubi causati dal rumore prodotto dai topi, in azione nelle stanze vicine), prima di avere accesso ad una casa popolare. Con tenacia, la scuola è stata il suo trampolino di lancio per diventare una personalità di grande spessore nel panorama culturale inglese.  Esempio perfetto dei lati migliori della mondializzazione, come lo è secondo noi il suo libro, capace di fare pensare, aprire nuovi orizzonti.