Tra una decina di giorni ci recheremo alle urne e potremo esprimere le nostre preferenze per il seguito di quest’Europa. La sensazione è quella di compiere un gesto oramai abitudinario, scontato: al contrario ci troviamo davanti, responsabilmente, ad una scelta di importanza storica.

Alcune decine di milioni di cittadini europei condivideranno lo scopo finale di una scelta, nel bene e nel male, assolutamente comune. Persone, donne e uomini, vecchi e giovani, condivideranno un esito che accomuna. Voteranno, in larga maggioranza, gli eredi di quei superstiti all’eccidio drammatico e senza precedenti, dell’ultimo conflitto mondiale ma combattuto in larga parte proprio sul territorio europeo: la scelta non è facile e il tempo di maturazione della sostanza troppo breve per l’assimilazione da parte di noi tutti di un evento di portata forse più grande del povero uomo della strada.

Nella diatriba del bailamme politico di casa nostra, dove il problema strettamente di carattere personale non lascia posto ad una visione ben più ampia, sento nascere e crescere lo sconforto, il senso di inutilità. Riflettendo, mi chiedo per quale ragione non sia ancora possibile che un candidato olandese non sia venuto a parlare, tradotto dalla sua lingua, in uno dei tanti nostri talk show e perché un nostro italiano non abbia partecipato ad un analogo francese, o tedesco. Avverrà anche questo, tra qualche anno, solo quando comprenderemo che lo stesso problema che ora mi arrovella è assolutamente identico a quello che rimugina da sempre un bevitore di birra della Baviera o che il sogno che accarezzo da tempo appare fin troppo simile a quello spagnolo seduto mentre è intento a sorbirsi una fresca sangria, secca e profumata. Tutto così diverso eppure così uguale: l’individualità alla quale tanto teniamo una piccola formica nella lunga processione da un formicaio all’altro.

Come spesso accade, il peana quotidiano ricade fin troppo spesso nel denaro e se è pur vero che i nostri bisogni traggono sollievo e soddisfazione dal possederlo, non si deve dimenticare che la qualità della vita, sovente, risiede altrove. Comunque, il problema denaro incombe e traspare, anche in modo non velato, dalle parole dei nostri connazionali aspiranti, o semplici partecipanti presenti, ad un seggio là su di uno scanno europeo. Purtroppo la propaganda (di parte) trova fin troppo spesso sfogo in battute in libera uscita, come si è soliti dire e l’euro riveste i panni dell’imputato principale. Solo alcune considerazioni che, tuttavia, possono fornirci un’idea di quanto sia, a volte, lontana la realtà dalle parole usate in propaganda.

L’attuale Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ebbe a dire: “Il prezzo della stabilità dell’euro è stato un crescente debito pubblico”. Sono sue parole riportate fedelmente dal suo intervento al forum dell’economia mondiale di Davos. Male informato o non a conoscenza dei numeri reali: grazie all’euro oggi l’Italia paga meno interessi sul debito di quanto ne pagava quando in debito era di un quarto di quello attuale. Interessi pagati nel 2018 sul debito pubblico del nostro stato € 64,9 (le cifre sono tutte in miliardi) ammontante a € 2.316,7 per un tasso pari (mediamente) al 2,80%; tale importo è inferiore di quasi 7 miliardi di € agli interessi maturati e pagati nel 1990 quando il debito pubblico ammontava a 667,8 (controvalore in €). Considerato che parliamo degli anni novanta, il signor Berlusconi ama affermare che ” Il debito è una pesantissima eredità che ci viene dagli anni ’70: il dato su riportato dell’ammontare del debito nell’anno ’90 smentisce ampiamente la sua affermazione in quanto, dopo alcuni anni di sua attività di governo (per la verità non solo sua) l’ammontare del debito risultava essere di 1.908 miliardi di € e alla sua uscita dal governo (successore Mario Monti) la differenza di rendimento tra i Bund (Tedeschi) e i BTP di casa nostra ammontava a 574 punti base: un record. Comunque un dato certo: dopo nove anni di sua permanenza a Palazzo Chigi (un po’ più di 3300 giorni) il debito pubblico era aumentato di circa 500 MM di €. Un delizioso tocco anche da parte dell’attuale Ministro dell’Interno, Matteo Salvini che afferma. “Lo spread? Ce lo mangiamo a colazione. Più risorse con la crescita”. Giusto, ma al momento le cose non stanno esattamente così: nel 2011 pagammo 76,8 MM di € di interessi (7,6 in più rispetto la 2010) e crebbero fino ad arrivare a 83,6 nel 2012. Con il livello di spread registrato nel 2018 il costo del denaro preso a prestito risulterà decisamente elevato definendo la “nostra colazione” un po’ cara. Deve poi essere considerato anche l’aspetto non secondario che il tasso alto pagato determina un basso corso dei titoli, in gran parte in possesso delle nostre banche, che vedono così impoverirsi la rispettiva capitalizzazione di bilancio. La colazione quindi, oltre che un po’ cara, anche senza zucchero.

Questi i numeri, che certamente influiranno pesantemente nella nostra scelta, ma che non siano tutta la nostra scelta politica: sarebbe un grave errore.

(Mauro Magnani)