La mappa che indica la ripartizione attuale della Palestina

Haleeb Baladi significa “Il latte della mia terra”. E’ il progetto di cooperazione che la rete internazionale Women ha promosso con la Regione Emilia Romagna e il COSPE (together for change) nei villaggi di Biddu, Beit Duqqu e Beit Surik (Area C di Gerusalemme). Gli obiettivi e le azioni messe in campo le spiega la mostra “Women in Palestina. La cooperazione vista con gli occhi delle Donne” aperta fino all’1 giugno presso Palazzo Albertini di Forlì. Testi e immagini di Sonia Parisi.

Inaugurata ieri sabato 18 maggio dall’Assessore alle Pari Opportunità e alla Cultura Elisa Giovannetti con Loretta Bertozzi (rete Women) e Sonia Parisi, affronta le difficoltà delle donne nella tormentata terra di Palestina. Il progetto di cooperazione ha l’obiettivo di sostenere il ruolo delle donne nelle cooperative e nelle Associazioni attive in agricoltura e nella produzione lattiero casearia. Una condizione per garantire il lavoro, tutelare le donne e qualificare l’economia locale favorendo l’autosostentamento e la crescita delle comunità sulla base dell’equità, promuovendo lo sviluppo umano.

Sì Perché oltre alle vicende di una delle zone più conflittuali del Pianeta di cui le cronache riportano, quasi sempre focalizzando l’attenzione sul conflitto, c’è la popolazione civile.

Da queste parti sopravvivere è una lotta di resistenza. Occorre strappare la vita ad una sorte che mette a dura prova ogni giorno la speranza di fargliela.

Il muro che divide Israele dai territori palestinesi

Il muro che divide
Dei 764 km di muro pianificati dalle autorità israeliane ne sono stati costruiti 570. Il muro doveva correre lungo la cosiddetta linea verde che separa Israele e Cisgiordania definita all’indomani della guerra dei 6 giorni del 1967. In realtà è stato costruito (come chiaramente indica la mappa esposta in mostra) all’interno del territorio palestinese sottraendone progressivamente ampie porzioni che ospitano le terre di proprietà dei palestinesi. Il 12% è ormai inglobato di fatto nel territorio israeliano. Nel 2004 la Corte Internazionale di Giustizia dichiarò il muro illegale perché di fatto annette territorio palestinese a Israele. Qui sono stati realizzati 6.219 nuovi nuclei abitativi di coloni autorizzati dalle autorità israeliane. A nulla è valsa la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 2016 (la prima dopo 40 anni) che intima al Governo israeliano di porre fine alla costruzione di insediamenti. Oggi 2.900.000 persone vivono compresse in un’area ulteriormente ridotta (la densità di popolazione più alta al mondo) con forti limitazioni della libertà e dei diritti umani a favore di 421.000 coloni israeliani.

Le donne lavorano alla trasformazione del latte in formaggio e yogurt

L’impatto sulla popolazione civile e sulle donne. Il ruolo della cooperazione internazionale.
Questa situazione ha un forte impatto sulla vita delle persone e sull’economia locale. Per raggiungere i  terreni agricoli, si deve osservare rigidi orari e percorrere il corridoio del muro con l’autorizzazione quotidiana dei militari israeliani.

L’economia locale è in forte difficoltà e la commercializzazione diretta dei prodotti è proibita. Avviene tramite Israele con i prezzi da questo imposti. Per questo il progetto di cooperazione di Women si propone di sostenerla. Fornisce i macchinari e la formazione per incoraggiare lo sviluppo delle aziende famigliari in cui si trasformano i prodotti caseari ad opera soprattutto delle donne. Le donne qui, sono più istruite degli uomini ma sono meno occupate. Il tasso di disoccupazione è il più basso del mondo arabo. Il 70% delle donne in cerca di lavoro è disoccupato. Mancano strumenti di consapevolezza e di tutela dei propri diritti sul lavoro. La cultura patriarcale diffusa in Cisgiordania ha alimentato la subalternità delle donne nei rapporti sociali ed economici in specie nelle aree rurali. Nel 2007 è stato imposto, a Gaza, il velo nelle scuole che anche i giudici devono indossare nei tribunali. Mettere il velo in un popolo oppresso diventa un modello identitario. Fino al 2002 le donne non erano velate in Palestina. Oggi fra le musulmane e le cristiane, sono pochissime quello che non lo portano. “E’ un indicatore del fallimento del processo di pace” dice Amal Kreishe direttrice della PWWSD (Palestinian Workin Women’s Society for Development aderente alla rete Women) “in particolare degli accordi di Oslo”.

Il fallimento del processo di pace ha favorito l’integralismo islamico di Hamas che a Gaza ha preso in mano i rapporti con la popolazione e ha imposto la radicalizzazione dei costumi.

“Le azioni più difficili sono quelle rivolte alle donne, ma sono le più efficaci, lasciano il segno” sottolinea Loretta Bertozzi di Women. Pochissime anche le donne nei Consigli Comunali e una sola è Sindaca. “Le palestinesi si sono organizzate”, racconta Bertozzi, “costituendo un consiglio ombra di 40 donne per sostenere le poche elette nei Comuni. Questa azione ha prodotto alle elezioni successive un maggior numero di elette e in seguito le 40 donne del Consiglio ombra sono state tutte elette”.

Ogni giorno si attraversa il corridoio del muro per lavorare la terra

Il progetto Haleeb Baladi conta su poche risorse ma investe sulle comunità locali per promuoverne la crescita, ridurre le aree di povertà e migliorarne l’economia di sussistenza nel rispetto dei diritti umani e promuovendo il ruolo delle donne. Con la qualificazione della filiera corta (raccolta, trasformazione e distribuzione del latte) in cui lavorano prevalentemente le donne aumentano il loro reddito e le opportunità di impiego.

La Cooperazione è anche uno strumento di diplomazia e agisce concretamente a contrasto degli effetti devastanti che la situazione palestinese produce sulla popolazione civile. In queste terre la depressione è diffusa anche fra i giovani e coltivare la speranza è una prova di tenacia e di caparbia resistenza per la vita.

La mostra a Palazzo Albertini è un’occasione per conoscere meglio la situazione assai complessa della Palestina, oltre le cronache consuete proposte dai media. Le belle foto di Sonia Parisi mostrano i segni di ferite profonde e occhi di volti femminili che nonostante tutto comunicano la speranza che la fatica di vivere e di resistere sa generare.

La rete Women
Women è una rete internazionale di donne rappresentanti di istituzioni ed Associazioni attive nell’area del Mediterraneo, dei Balcani e dell’Est Europeo. Sorta nel 1999 come rete informale e costituita in associazione nel 2004, ha l’obiettivo di promuovere pari opportunità fra donne e uomini e contribuire alla valorizzazione delle differenze culturali e delle culture di genere.

Il Comune di Forlì è capofila della rete e la Regione Emilia-Romagna ne è componente.

Opera per realizzare scambi e progetti, in particolare nell’ambito della cooperazione decentrata, agendo attraverso il dialogo con gli attori dello sviluppo locale valorizzandone le specificità e le esperienze e chiamandoli ad interagire in un’ottica di reciprocità e complementarità. Women costituisce pertanto un luogo operativo e uno strumento di confronto tra attori del nord e del sud del mondo, in particolar modo le donne per promuovere azioni politiche e riflessioni teoriche volte a restituire loro dignità in pace e in guerra, costruendo ponti oltre i conflitti e i confini.

Intende promuovere la società civile femminile e luoghi pubblici di donne mettere a frutto le migliori buone prassi sperimentate per produrre un incremento della presenza femminile nei luoghi di governo locale, regionale e nazionale; promuovere una cultura che valorizzi il sapere, le competenze femminili e le pari opportunità; favorire l’attuazione delle convenzioni sulla parità di trattamento, parità retributiva e la non discriminazione relativamente al lavoro e alla sicurezza sociale; costruire politiche di welfare; progettare e attuare politiche che assicurino ammortizzatori sociali a favore delle donne svantaggiate.

(Virna Gioiellieri)