Ho gustato le pesche e le albicocche molto più di quanto le gustassi prima da quando ho saputo che si cominciò a coltivarle in Cina agli inizi della dinastia Han; e che i cinesi presi in ostaggio dal grande re Kaniska le introdussero in India da dove si diffusero in Persia, giungendo nell’impero romano nel primo secolo della nostra era.
Tutto ciò mi resi quei frutti più dolci. (Bertrand Russell)

“Ad eccezione dell’ulivo, della vite e del grano, le piante del Mediterraneo sono quasi tutte nate lontano. Se Erodoto, che visse nel V secolo, tornasse andrebbe incontro a una sorpresa dopo l’altra: quei frutti d’oro fra le foglie verdi scuro, arance, limoni, mandarini, non ricorda di averli visti. Sfido, vengono dall’estremo oriente.
Quelle piante bizzarre, agavi, aloe, fichi d’India, vengono dall’America.
Quei grandi alberi dal pallido fogliame, che pure portano un nome greco, eucalipto, vengono dall’Australia.
E i cipressi sono persiani.
Ma quante sorprese anche al momento del pasto: il pomodoro, peruviano, la melanzana, indiana, il peperoncino, Guyana, il mais, messicano, il riso dono degli arabi” (se lo sa Salvini addio risotto alla milanese.…).
“Per non parlare del fagiolo, della patata, del pesco montanaro cinese o del tabacco. Tuttavia questi elementi sono diventati costitutivi del paesaggio mediterraneo. Una Riviera senza aromi, una Toscana senza cipressi, cosa può esservi di più inconcepibile oggi per noi?” Si chiede Fernand Broudel.
E cosa ci sarà di più inconcepibile di quello che vedrà il nipote di Achille fra cent’anni?
La nostra riflessione comincia da qui.

Dagli scritti di due grandi pensatori che hanno concorso a dar forma alla cultura europea.
Divenuta via via, nella celebre rappresentazione di Bernardo di Chartres, un gigante sulle cui spalle è seduto ad osservare il mondo ogni bambino d’Europa.
Erede di un patrimonio grandioso.
Grandioso e privilegiato perché quel millenario percorso di conoscenza è stato un cammino verso la libertà.
Che oggi rischia di interrompersi.
Barricato dietro un muro che qualcuno cerca di nobilitare chiamandolo arbitrariamente identità.
Un muro che si sta trasformando nella nostra prigione.
Perché di quella cultura è la negazione.
La virtù cristiana della Misericordia viene spregiata.
Il principio laico della tolleranza non ha più cittadinanza.
Le politiche di giustizia sono state trasformate in politiche di sicurezza, col risultato che le nostre società sono più violente e meno sicure senza essere più libere e giuste.
L’altro, lo straniero, il diverso è tornato ad essere una minaccia, un ostacolo al nostro benessere e alla serenità dei nostri giorni.
Incatenato ai ceppi di vecchi stereotipi: il tedesco è cattivo, il francese è sciovinista, l’italiano è inaffidabile…
Come se fossimo tutti uguali, anche io e Salvini.
Come se non cambiassimo ogni giorno.
Tanto che oggi i più sciovinisti siamo noi italiani, convinti di essere migliori degli altri e forse per questo così vittimismi, perché questo privilegio di natura non trova conferma nella realtà.

Il senso di appartenenza è importante.
Sia quando si dissolve, e determina spaesamento.
Sia quando è dominante, e produce conflitti.
Sapere chi siamo è un bisogno.
Ancor più forte se il mondo si allarga e il tempo si accorcia.
E dalle fredde periferie di una società escludente fatichi a leggere il movimento delle cose, a trovarvi il filo della speranza che da un senso alla vita di ogni essere umano.
E ti scoppia dentro un bisogno di comunità, foss’anche quella fasulla tenuta assieme per un attimo da sentimenti egoisti che finiranno per distruggerla dall’interno.
È così che l’identità è tornata ad essere prepotentemente una questione politica collettiva.

Non si fa politica contro i bisogni, veri e indotti.
Bisogna trovare risposte che li includono.
Anche quello di Nazione.
Acutamente colto da Ciampi.
Storpiato oggi dal sovranismo.
È una questione che va maneggiata con attenzione.

Anche se, come si è soliti dire, l’orizzonte della democrazia moderna, da Hegel in poi, è uno Stato unico per l’umanità e tutto nelle società moderne è interdipendenza, il grande rimescolamento involontario del mondo rischia di produrre effetti indesiderati.
La comunione di destino dell’umanità cui ci richiama incessantemente Edgar Morin non cancella tradizioni e costumi.
E pregiudizi.

Se l’idea di cittadinanza universale procede maldestramente, se il percorso non viene governato, si rischia il fallimento.
Non perché è sbagliato il fine ma perché non abbiamo fatto maturare il tempo.
Che dobbiamo riempire, come un terrapieno per oltrepassare un fossato, di scelte istituzionali intelligenti e di cultura.
La vera nemica dei populismi.
A questo serve l’Europa.
A difendere i suoi cittadini dai venti ciclonici che scuotono l’economia e la società planetaria; e a riempire quel fossato, dentro e fuori dalle sue frontiere.
Assolvendo a quel ruolo di grande potenza civile che il sogno europeo le ha assegnato e che l’ignoranza e gli egoismi hanno prima frenato e poi apertamente boicottato.
È questa “l’Europa diversa” che vogliamo per i nostri figli.
Non ce n’è un’altra.
Quella che invocano i sovranisti non esiste: è la sua disgregazione.

La convivenza in un mondo multietnico, multireligioso, multitutto sarà possibile solo se una cultura umanistica avrà creato quel relativismo culturale che insegna agli uomini il rispetto delle differenze.
Un sapere socratico che è capacità di interrogare e di argomentare in forma autonoma, di giudicare criticamente sé stessi e le proprie tradizioni, di. oltrepassare la fedeltà al gruppo.
Così da liberare la mente, diceva Seneca, dalle catene dell’abitudine quando questa è solo espressione di pigrizia mentale.
L’identità è una buona cosa finché non diventa ossessione immobile.
E da coscienza di sé, da principio di relazione con gli altri che favorisce la comprensione e il riconoscimento reciproco si trasforma in chiusura che deforma i contorni delle cose e genera incomunicabilità.
Fra le persone e fra i popoli.

Allora, come ha scritto il filosofo Wittgeinstein, l’identità diventa il diavolo in persona, un diavolo di incredibile importanza.
Nella prima metà del secolo scorso lo è stato davvero.
Dopo due guerre terribili alzare il piede dal gas del nazionalismo identitario è stato solo un bene.
“Deutschland über alles” con qualche libertà interpretativa e senza stabilire associazioni improprie somiglia molto a prima i tedeschi.
Che non è diverso da prima gli italiani, prima gli ungheresi, prima noi, sempre e comunque.

Un concetto che vuole affermare un primato, non una eguaglianza dei diritti che si vorrebbe negata a un popolo da altri popoli a loro volta vittime di non si sa chi.
Un po’ come il suprematismo bianco, che da qualche tempo aleggia sulle società occidentali che sembrano non gradire il latte macchiato.
Dove siamo nati è importante ma non basta a dire chi siamo.
Neppure di una vacca, se non mangia buona erba.
Le identità cambiano continuamente.

Gli italiani al tempo dei romani non c’erano, e nemmeno la lingua.
Nel IV, V secolo metà dei generali dell’impero erano barbari.
Paolo di Tarso è nato in Asia, parlava greco e diceva: “civis romanus sum”.
L’identità non è qualcosa che si sottrae al mutamento, che si salva dal tempo, il nocciolo insensibile agli accadimenti.
È il frutto di scelte che lasciano per strada delle cose e altre continuamente ne acquisiscono.
È cominciata ieri ma continua domani, non si ferma mai.
Al termine di questo articolo sarò già diverso.
Uno e, assieme, tante cose.

L’errore è contrapporre un sistema mondo aperto e le differenze che lo contrassegnano.
Quando sono invece coessenziali e vanno declinati insieme.
L’omologazione distrugge la biodiversità culturale, che è un patrimonio dell’umanità, una risorsa necessaria ad assicurare una dialettica evolutiva della civiltà.
Ma l’assolutizzazione delle differenze genera contrasto all’universalitá dei diritti, produce piccole comunità introverse, chiusi generi biologici.

“Il rapporto scisso fra universalità e pluralismo va composto- scrive il filosofo Sebastiano Maffettone- attraverso una integrazione dal basso”.
Questa è la sfida.
Quella di un’Europa consapevole delle proprie varietà che si sforza di comporle in una tensione dialettica permanente verso l’unità.
Tornare indietro o anche solo fermarsi è un suicidio.
Dipende da noi essere stravolti o semplicemente cambiati dagli avvenimenti.

“Non è facile disporsi alla speranza – ha detto Ermanno Olmi- ma é una necessità. Non è il momento delle lamentazioni, c’è da tirar via le macerie e ricominciare. Credo nella possibilità di rimodellare la società secondo un nuovo anelito di giustizia e di civiltà”.
Se si potesse acquistare è di questo spirito che abbiamo bisogno.
Il resto viene da sé.

(Guido Tampieri)

P.S. Quel rosario brandito su un palco elettorale è una bestemmia.
Dio non si usa.
A Dio chi crede si inchina.