Il porto di Genova (Foto tratta da Wikipedia)

Esistono situazioni che nascono e permangono intere giornate nella quotidianità, presentano aspetti inusuali o comunque di una certa importanza o interesse, che finiscono per passare quasi in silenzio, nella carenza di interesse, nella distrazione dei canali di informazione.

Nella Genova tuttora ferita in quella che forse è la sua linfa vitale, i trasporti urbani e di traffico commerciale, c’è qualcuno che non si fa distrarre dalla gravità di un evento al punto da non aver ben chiaro il livello, intimo e sociale, delle proprie priorità, si rende attentamente conto di una situazione contingente, non delega semplicemente ad altri e, anzi, interviene di persona in difesa e in aperta denuncia di una situazione giudicata inaccettabile.

Ferma in una delle tante darsene del porto della città Ligure, un cargo commerciale non riesce a caricare la merce a lui stesso destinata e non riesce quindi regolarmente a riprendere il largo verso la propria destinazione. Nel caso specifico si tratta di un grosso generatore prodotto dalla Teknel di Roma, ditta specializzata in forniture di tipo militare alla Nato e altro, che dovrebbe essere caricato sulla Barhi Yambu, saudita, diretta in Yemen. Tutto ciò è stato giudicato dai camalli e dai lavoratori portuali iscritti alla Filt-CGIL sufficiente a intraprendere uno stato di agitazione, rifiutare di partecipare alle operazioni di carico del materiale e lanciare uno slogan che, forse, all’attuale compagine governativa non deve essere piaciuto molto: “Il nostro porto è aperto agli interventi umanitari ma è chiuso al traffico di armi”.

In breve, un’aperta denuncia riguardante il territorio europeo che consente il transito, il commercio e, forse, la vendita di armi destinate ad uno dei conflitti incorso in questi giorni in medio oriente tra i più sanguinosi della nostra recente storia. Di diverso avviso il presidente della regione Liguria, Giovanni Toti, che punta il dito contro tutto ciò che può arrecare danno alla città, alle sue attività lavorative e quindi alla sua immagine di efficienza in quella che è, senza dubbio alcuno, la sua principale attività: il commercio marittimo. Aggiunge che ci si ritrova davanti alla peggiore sinistra, un vero e proprio rigurgito di tempi oramai lontani.

Alcuni anni fa, un ancora giovane cantautore genovese, in una delle sue opere affrontava il problema della guerra, delle inevitabili conseguenze sull’intera società e, a mezzo di un coro di voci bianche, si sentiva interrogare circa la possibilità di far si che la bomba (ovviamente in senso molto lato) non abbia più a cadere: la risposta, giudicata unica possibile, vedeva il soldato che non ubbidiva all’ordine. Il disco fu oggetto di aspre critiche e censure, non trovò mai spazi di riproduzione sui canali radiofonici e televisivi di allora e l’autore venne tacciato di aperto anti-militarismo e altro.

A distanza di molti anni e difronte ad una società umana per molti aspetti profondamente diversa il problema e il tragico disastro della guerra permane ben saldi in testa all’elenco della stupidità umana, che dopo la bellezza di 7.000 anni, ancora non ha compreso che prendendosi a legnate non si risolve il problema, anzi. Il “no” dei lavoratori portuali di Genova va ben oltre la denuncia del caso specifico e pare volerci insegnare che se si lasciano le decisioni a coloro che, o per scopi commerciali, politici, di guadagno o di prestigio internazionale si trovano a prendere decisioni circa i conflitti tra umani non si arriverà mai alla denuncia definitiva della guerra tra uomini come la più terribile e tragica scempiaggine di cui l’uomo sia capace.

(Mauro Magnani)