200 mila operazioni all’anno. Questo il dato sulle mastoplastiche additive eseguite in Italia. Un dato che dà la dimensione di un fenomeno sempre più dilagante e che ha reso questo intervento di chirurgia estetica il più diffuso nel nostro paese e non solo. Un dato, però, che in alcuni casi rischia anche di essere preoccupante.

L’età media di chi decide di effettuare questo tipo di intervento è, orientativamente, tra i 25 e i 35 anni. Difficile si tratti di pazienti più giovani, visto che un’eventuale richiesta da parte di donne troppo giovani rischia di diventare “un problema che riguarda la coscienza del chirurgo e della famiglia e l’opportunità di eseguire interventi in soggetti molto giovani che non hanno la maturità per viverli nel modo giusto”, stando a quanto affermato da Giulio Basoccu, responsabile della Divisione di Chirurgia plastica estetica e ricostruttiva presso l’Istituto neurotraumatologico italiano di Grottaferrata INI. D’altro canto, il chirurgo ci tiene a sottolineare la sicurezza di tale intervento, chiarendo molte delle preoccupazioni recentemente emerse, a seguito del ritiro dal mercato delle protesi al seno testurizzate dell’azienda farmaceutica Allergan. “Un problema burocratico europeo” che non ha nulla a che vedere con possibili effetti collaterali. In questo senso, il dottor Basoccu prende una posizione netta, sottolineando che “non esiste nessuna controindicazione all’utilizzo delle protesi”. Anzi, la tecnologia prostetica sembra essere in continua evoluzione e studi scientifici rassicurano sulla bontà di operazioni di questo tipo.

Ciò nonostante, il numero di insuccessi chirurgici rimane alto e sono molti i pazienti costretti ad interventi secondari per porre rimedio ai danni causati dalla precedente operazione. Secondo la letteratura i numeri sono a dir poco preoccupanti: fino al 36% di pazienti che si sottopone ad un intervento correttivo dopo una mastoplastica additiva, fino al 20% di quelli che affrontano nuovamente una rinoplastica di revisione, fino al 30% gli interventi mal riusciti nella blefaroplastica estetica, ovvero la chirurgia di ringiovanimento delle palpebre. Il tutto con conseguenze pesanti sia dal punto di vista fisico che psicologico, come preoccupazioni, carenze di autostima, difficoltà nelle relazioni sociali e nella vita professionale. Inoltre, questi interventi “secondari” richiedono competenze mediche ben più profonde rispetto ai loro precedenti, perché non si agisce su parti del corpo normali ma su parti già modificate. Insomma, una bella gatta da pelare che sta prendendo sempre più piede anche per l’esistenza di internet, che da potente mezzo informativo talvolta può risultare fuorviante. La disinformazione è molta e tanti ne approfittano, spinti da fini puramente commerciali.

Qual è, dunque, il consiglio da dare per evitare spiacevoli esperienze? Rivolgersi a specialisti di comprovata affidabilità, come Stefano Bezzi chirurgo, ed evitare il “low cost”. In questo senso, un caso recente che ha toccato la nostra regione è quello verificatosi a Reggio Emilia, dove venti ragazze si sono sottoposte a chirurgia estetica a prezzi e modalità alquanto discutibili. 3200 euro, circa la metà di un intervento standard, sono una cifra che già poteva lasciar presagire il pericolo. Inoltre, aver chiesto delle foto tramite WhatsApp senza una visita vera e propria prima di procedere all’operazione ha sancito il disastro medico, con alcune pazienti che tutt’oggi non riescono a sentire la sensibilità al seno. Purtroppo, secondo l’amministratore della clinica in questione il problema non sussiste: “Rovinate vuol dire che hanno un danno permanente, di chirurghi che poi ti rioperano è pieno il mondo. Si vive così”.