Sono circa 160 i tavoli di crisi aziendali aperti al ministero dello Sviluppo economico, con circa 300 mila lavoratori coinvolti, a questi numeri da brividi andrebbero aggiunti le aziende e i lavoratori dell’indotto che, questi pur facendo meno notizia, spesso se la passano peggio dell’azienda capo filiera.

Situazioni di difficoltà aziendali, con a rischio decine di migliaia di posti di lavoro, che interessano ormai tutti i settori produttivi dalla siderurgia, alla metalmeccanica,  all’agroalimentare, all’edilizia, fino ad arrivare alla grande distribuzione organizzata alimentare e non alimentare; le crisi affliggono un po’ tutto il territorio nazionale, ma risultano concentrate soprattutto nel Centro Italia.

Sono crisi che non conoscono pause di nessun genere, che non danno tregua ai lavoratori impegnati insieme ai loro sindacati in difficili e spesso quasi impossibili vertenze a salvaguardia del sito produttivo e dell’occupazione, perché solo la tenacia e le lotte di altri tempi dei lavoratori coinvolti spesso tiene aperta la prospettiva del mantenimento del sito produttivo e quindi la prospettiva di un futuro meno incerto per gli stessi lavoratori.

Le tante vertenze aperte al ministero dello Sviluppo economico alcune hanno nomi noti come, Ilva Taranto, Alitalia, Piaggio Aereo e Bombardier, ex Fiat di Termini Imerese, CMC Ravenna, Alcoa di Portovesme Sardegna, l’Aferpi di Piombino, Sirti, Demm Porretta Terme, Bekaert, Whirlpool, Bredamenarinibus Bologna, Acciaierie Terni, Condotte e Tecnis edilizia, agroalimentare Novelli, e poi tanti nomi della grande distribuzione da Mercatone Uno a IperDì a diverse Coop e ad alcune intere catene medie-piccole della distribuzione commerciale al Sud, e ci sono anche marchi storici come Pernigotti e caffè Hag, ne seguono tante altre meno note e non citate, ma non per questo meno importanti.

Tutti i numeri delle crisi aziendali finite al Mise sono in crescita da inizio anno, in pochi mesi le emergenze occupazionali sono aumentate di una ventina, alcune vertenze che sembravano “brillantemente” risolte come Ilva, Wirplool, Mercatone Uno e l’ex Fiat di Termini Imerese sono pericolosamente riemerse, è aumentato il ricorso alla cassa integrazione straordinaria, termometro delle crisi più gravi e delle ristrutturazioni, che ad aprile ha segnato un 80% in più rispetto ad aprile 2018, in aumento sembra sia pure la cassa integrazione ordinaria.

Sono anche queste crisi aziendali che trasformano centinaia di migliaia di lavoratori in working poor, cioè lavoratori che finiscono per avere redditi bassi inferiori alla soglia di povertà, diventando così dei poveri in quanto il ricorso alla cassa integrazione ordinaria e straordinaria riduce fortemente le loro ore di lavoro e spesso pure le azzera.

Diverse e disparate sono le cause delle varie crisi aziendali, ma delocalizzazioni,  crisi finanziarie, crisi di mercato e ristrutturazioni vanno per la maggiore, a queste vanno aggiunti il parziale immobilismo, la mancanza di un piano industriale serio per il nostro paese e le mancate promesse non mantenute dal Governo. Sulle mancate promesse del Ministro del Lavoro Luigi Di Maio due esempi, la Bredamenarinibus che doveva ritornare a maggioranza a capitale pubblico invece è finita nelle mani di un imprenditore turco e la Pernigotti chiusa da tre mesi i cui lavoratori attendono ancora il decreto di salvataggio.

(Edgardo Farolfi)