La fotografia non è unicamente un iter tecnico con il quale fermare un attimo di vita, di colore. E neppure si limita ad essere uno strumento attraverso il quale rendere facilmente riconoscibile un istante della nostra vita, della nostra presenza come fin troppo spesso ci comportiamo un po’ tutti quando impugniamo lo smart e schiacciamo il fatidico cerchietto in fondo all’immagine. La fotografia, quella con la “F” maiuscola è lo strumento con il quale il fotografo rende chiarezza sull’interpretazione del suo pensiero in un determinato istante. L’enorme vantaggio del fotografo rispetto al pittore, allo scultore, allo scrittore consiste nell’immediatezza dell’esecuzione, ma la preparazione, la consapevolezza e la capacità di sintesi indispensabili alla realizzazione del prodotto finale sono identiche.

Proverò, a parole, a descrivervi uno scatto. L’immagine ha una forza a mio avviso dirompente, capace di carpire la vostra attenzione a lungo, di imporvi la necessità di riflessione e di pensiero.

Il viso di una giovane ragazza viene ripreso tra le spalle di un poliziotto e di un astante: gli occhi sono socchiusi. Sta piangendo. Indossa una maglietta bianca, senza colletto e leggermente svasata. Al collo una grossa catena tenuta ferma, sul fondo, da un grosso lucchetto. La ragazza, giovanissima, si è incatenata alla cancellata della cancelleria tedesca. Alle sue spalle, oltre la cancellata e leggermente fuori fuoco, si intravvede un altro agente che sta cercando di sciogliere questo legame, questa catena, acciaio contro acciaio: con l’utilizzo di una robusta tronchese riuscirà a incidere l’acciaio, ma non la determinazione della ragazza e non riuscirà, in nessun modo a incidere sul suo disperato messaggio.

La giovane ragazza è un’ambientalista e fa parte del gruppo “Ribelli contro l’estinzione”: il suo disperato pianto è la sola arma che utilizza per tramandare a tutti noi la sua scelta, una scelta che non consente più tentennamenti, indugi, rinvii. Il suo capo, appena reclinato in avanti, non può essere inteso come l’ammissione di una sconfitta ma è la denuncia tremendamente forte di una disperazione irreversibile, di una perversa realtà, di un messaggio terminale.

Non riesco a staccare gli occhi dall’immagine e nel tuo pianto, giovane ragazza tedesca, riesco a scorgere il peso di tutte le nostre colpe, di tutta la nostra indifferenza, di tutta la nostra personale colpevolezza. Grazie per il tuo grande contributo che cerca di risolvere la mia ignoranza, di porre fine alla mia superba superficialità e di risvegliare, dentro di me, l’attenzione e la dignità di uomo, ammesso e non concesso che qualcosa di tutto ciò vi sia ancora rimasto.

Nel fardello della nebbia della politica del nostro momento, in questa parentesi di alte grida intente a coprire unicamente grandi silenzi che non sono stati neppure considerati, le tue lacrime ci aprono una via. Una via dura di cambiamento, di stile di vita, di attenzione al domani che non sarà, tra un attimo, di unica nostra proprietà. Portiamo dentro di noi, se ne siamo capaci e meritevoli, un po’ di questo pianto e dimostriamo di esserne all’altezza. Che la tua forza ci accompagni.

(Mauro Magnani)