Era una sera di novembre 2010 quando alla scrittrice Clara Sereni veniva assegnato il “Garganello d’oro” del Baccanale imolese. Volevo andare a conoscerla, salutarla. Non lo feci, e adesso ormai il tempo è passato: Clara è morta nel luglio del 2018 a un’età non tanto più giovane della mia. A indurre il desiderio di incontrarla era stato soprattutto l’aver trovato la foto di suo padre Emilio e di mio padre Ezio in una medesima pubblicazione del Ministero dell’Interno, Direzione della polizia politica.

Inserto in Sergio Bertelli, “Il gruppo. La formazione del gruppo dirigente del PCI 1936-1948”, Milano, Rizzoli, 1980.

Siamo in pieno regime fascista. L’opuscolo Brevi cenni informativi sull’attuale (Marzo 1939) organizzazione e sul funzionamento del Partito Comunista Italiano – destinato ai Questori del Regno e ai vertici dell’O.V.R.A. – presenta un elenco con nomi e dati di 40 «Dirigenti, funzionari e corrieri del partito comunista italiano», corredato da foto segnaletiche.

Foto nell’inserto in Sergio Bertelli, “Il gruppo. La formazione del gruppo dirigente del PCI 1936-1948”, Milano, Rizzoli, 1980.

«Zanelli Ezio fu Amleto e Sassi Antonia – si legge nell’opuscolo – nato a Imola (Bologna) il 3.11. 1903, alias Aristide. Funzionario destinato dal partito ad assolvere incarichi nel Regno». Salvo il refuso sulla data di nascita (in realtà 31.1) la sintesi è giusta. Quando anni fa a Roma consultai all’Archivio dello Stato il grosso faldone intestato a mio padre nel Casellario Politico Centrale, trovai lo strano pseudonimo di Aristide con altri pseudonimi e nomi falsi, oltre a quello di Lenti, a me già noto dai racconti ascoltati in famiglia. Da qualche parte devo anche aver letto che fu un compagno a darglielo come abbreviazione del nomignolo di lenticchia, per via delle efelidi visibili allora nel volto di mio padre e non sfuggite alla polizia che, in una schedatura del 1925, aveva annotato tra i segni speciali «lentigginoso in viso».

Foto di Ezio Zanelli in un bollettino di ricerche della polizia del regime.

Ho raccontato altre volte come in quella esplorazione romana io fossi colpita dalle lettere che dalla Russia Ezio inviava alla madre. Mio padre aveva dovuto abbandonare in fretta la sua casa, la sua città, nell’ottobre del 1926. Ad Antonia, vedova da tempo e in precarie condizioni di salute, indirizzava il conforto di queste lettere che giungevano in via Cavour 3 dopo essere state intercettate e trascritte da solerti impiegati del regime: di ciò molto li ringrazio, perché diversamente mai avrei potuto sapere di quello scambio affettuoso.

Copertina della prima edizione de “Il gioco dei regni” (1993) di Clara Sereni

«Le parentele – leggo ne Il gioco dei regni di Clara Sereni – non passano soltanto attraverso i legami di sangue: i cromosomi delle genealogie politiche possono creare legami altrettanto forti». Emilio Sereni, Mimmo per i suoi, di agiata famiglia ebraica romana, comunista dal 1926, venne condannato dal Tribunale speciale a 15 anni di carcere, ridotti poi per effetto di un’amnistia. Ezio Zanelli, processato in contumacia dallo stesso Tribunale e condannato a più di 10 anni, non era mai stato preso. A tutti e due però era toccato successivamente uno sgradevole confronto con l’apparato inquisitorio del Partito Comunista d’Italia. Fu Giuseppe Berti, alias Jacopo – il «più solerte interprete della politica staliniana nella cuspide del gruppo estero del PCI negli anni durissimi fra il 1930 e il 1939» a indagare su Emilio Sereni. «Come microbi sotto la lente d’ingrandimento: ogni passo di ciascuno viene analizzato, ogni ragione sviscerata, ogni leggerezza sottoposta a sanzione. Mandare fiori alla moglie di un cugino perché ha partorito può essere colpa grave, se quel cugino è socialista, e magari fortunosamente – dunque in modo sospetto – sfuggito a un arresto. Nel caso di Mimmo, colpa grave sono i rapporti con Eugenio Colorni, con Hirschman che è suo cognato, con il mascalzone Paolo Milano, con [il fratello] Enzo che sotto l’abito sionista celerebbe accesi sentimenti antistalinisti […]. Mimmo viene in conclusione sospeso, per un periodo, dal Partito». Così rievoca Clara. Di mio padre so con certezza documentata che, appena rientrato dalla Spagna dove per conto del suo partito aveva collaborato con la propaganda repubblicana nella guerra civile, subì un’inchiesta: una sorpresa amara.

L’onda d’urto viene da lontano, dall’URSS. Da lì, sui dirigenti del P.C. d’Italia, in particolare quelli del Centro Estero che da Parigi dovrebbero alimentare in Italia l’opposizione alla dittatura fascista, si abbattono fin dal ’34 aspre e reiterate critiche dell’Internazionale Comunista (meglio sarebbe dire dei compagni sovietici). Non c’è penetrazione tra le masse, dicono, siete dei carbonari. Con quale risultato, si chiedono, la patria sovietica mantiene questo apparato di esuli? E come mai, nonostante gli sforzi per l’allargamento della rete clandestina, in Italia continuano gli arresti di tanti compagni? Occorre rimediare. Così il compagno Jacopo lascia la Russia con il compito di indagare a fondo sull’operato dei funzionari parigini.

L’ispettore venuto dal freddo, l’occhio di Mosca, esamina uomini e dossier. Un giorno, arrivato a Lenti che per anni ha viaggiato sotto falso nome in Italia, preso contatti con nuclei comunisti clandestini, portato stampa illegale nei doppi fondi delle valigie, si sarà chiesto come mai sia riuscito a passare indenne tante volte ai controlli di frontiera, eludendo la rete poliziesca. Così tocca al compagno Ruggero Grieco, alias Garlandi, facente funzione di segretario del partito, condurre gli interrogatori. Naturalmente domande ne fanno anche alla compagna del compagno, cioè a Giannina, mia madre, che lo aveva seguito in Spagna.

Su Zanelli, cioè Lenti, nulla però riescono a trovare i compagni inquisitori, se non le vecchie storie delle cartoline scritte dall’Italia a Mosca, a Margherita, e dell’incontro con Giannina a Firenze: gravi imprudenze per un cospiratore, per le quali già era stato severamente redarguito dall’Ufficio Politico. E poi sì, c’erano alcuni appuntamenti mancati. Due, o tre in quasi dieci anni di lavoro illegale in Italia. «Non attendevo che lo stretto necessario: 5 minuti», trovo scritto nelle carte di mio padre. Una cautela assolutamente necessaria. Alla fine, per quelle «fesserie confessate», dopo avere così a lungo rischiato la galera al servizio del suo partito, Ezio Zanelli viene lasciato senza risorse. È un capro espiatorio. Poi, dato che si devono diminuire le spese, ogni funzionario in meno è tanto di guadagnato.

È il 22 marzo 1939 quando Grieco, che deve dimostrare il suo rigore, rifila a Ezio un bigliettino. «Compagno Lenti – scrive e sottoscrive – pensiamo che tu possa partire per Lione. Ti mandiamo 1000 fr. Per le spese di viaggio e altre, dei quali dài ricevuta. Non abbiamo per il momento ragioni di chiamarti per altri interrogatori, e per chiarimenti. Consideriamo l’inchiesta chiusa, salvo che fatti nuovi ce la facessero riaprire. A Lione, non assumere posti di direzione. Fai lavoro di massa alla base. Saluti e buon lavoro».

Aprile 1939. A firma di Jacopo (Giuseppe Berti) la decisione «motivata» del C.C. del P. C. d’Italia a carico di Lenti. Archivio C.I.D.RA.

Mille franchi! «Eravamo in due io e la compagna!», ha amaramente annotato mio padre su quel foglietto quadrettato gelosamente conservato per una vita. Poco dopo, con data 5 aprile, gli perviene la sentenza. Il dattiloscritto su carta velina è intestato Partito Comunista d’Italia con firma autografa di Jacopo: «Il C.C. del P.C.I. dopo avere esaminato le conclusioni sull’inchiesta sull’attività del comp. Lenti dal periodo 1928-1938 e senza pregiudizio di ulteriori accertamenti constata… ».

Ma che constata questo Comitato Centrale ridotto a poche unità di individui pressati (per non dire spaventati) dalle critiche moscovite? «Il compagno Lenti […] ha mancato gravemente in modo sistematico alle norme elementari della cospirazione il che ha senza dubbio portato un serio pregiudizio alle organizzazioni ed al lavoro del Partito». Senza dubbio: un capolavoro di tecnica argomentativa, perché vuol dire, mi pare chiaro, che non è neanche necessario provarlo.

Inoltre, prosegue il documento, «il compagno Lenti ha continuato nei suoi errori anche dopo che il C.C., per due volte, ha preso verso di lui delle sanzioni disciplinari». Sono i due biasimi ufficiali per le infrazioni già rilevate e, appunto, a suo tempo così sanzionate. Che altro? «Mancai ad appuntamenti in Padova 9/6/’34» ha ricordato più volte mio padre. La sua foto segnaletica compariva da anni sui bollettini di ricerche del Ministero dell’Interno. Doveva rischiare di essere riconosciuto, con tutti quei poliziotti e quelle spie che battevano il campo nell’imminenza dei colloqui Mussolini-Hitler a villa Pisani di Stra? Non sarebbe stato un venir meno «alle norme elementari della cospirazione»?

Come si potesse passare dalla contestazione, poi accantonata, di non essere mai stato arrestato (una colpa? un sospetto di collusioni vergognose?) a quella di avere danneggiato (troppa prudenza? troppo poca?) il lavoro clandestino del partito non è la sola manifestazione delle tormentose contraddizioni in cui si muovono i dirigenti comunisti italiani in quegli anni. E così viene deciso: «1) di allontanare il comp. Lenti dal C.C.; 2) di allontanarlo dall’apparato del Partito; 3) di infliggergli un biasimo severo con avvertimento; 4) di vietargli per un periodo di un anno di occupare cariche di dirigente nell’emigrazione».

«Provvedimento vessatorio perché per le leggerezze compiute, l’U.P. aveva già preso dei provvedimenti… Caccia alle streghe… per dimostrare la serietà della vigilanza, bisognava colpire per colpire»: così da vecchio ricorda Zanelli, e ancora debolmente protesta annotando queste cose. Dunque continuava a soffrire?

Documento di identità falso di Ezio Zanelli sotto il nome di Jean Zanarini (Archivio C.I.D.R.A.)

Io invece mi soffermo su quelle tre parole: «per… un anno». E sorrido: un anno dopo l’Europa tutta è in guerra, l’inquisitore Jacopo ha lasciato la Francia invasa dai nazisti e ora è al sicuro negli Stati Uniti. Non sarò io a contestare il fatto che il dirigente di un partito clandestino e perseguitato abbia, in certe circostanze, il preciso dovere di salvare la propria persona. Zanelli e la sua compagna sono rimasti in Francia, a Lione, nello Stato collaborazionista di Vichy. È l’inizio di un nuovo difficile capitolo della loro vicenda di antifascisti. Zanelli con documento falso intestato a Jean Zanarini affronta il rischioso periodo dell’occupazione tedesca e poi, nell’estate del 1944, con il nome di Jules guiderà il gruppo dei maquis di Limoges. A Emilio Sereni tocca una più dura esperienza di carcere, quello nazista. Quanto al sionista Enzo, fratello di Emilio, viene ucciso nel novembre 1944 a Dachau. Mesi prima era stato catturato mentre guidava un commando di paracadutisti in divisa britannica lanciato nelle retrovie tedesche sulla linea gotica.

Nel dopoguerra sia Sereni (1907-1977) sia Zanelli (1903-1981) continuarono a militare nel P.C.I. Mia madre, quando a mio padre veniva di parlare del partito, commentava: «Sèee! E’ Partì!». E nella sua intonazione, ricordo bene, c’era una maiuscola del tutto ironica.

(Giuliana Zanelli)

Nota. Alcuni aspetti della vicenda, contigua alla caduta delle Repubblica spagnola, sono stati già anticipati in questa medesima sezione col titolo Caro Lenti… Salud.